Ragghianti e Zevi,
un'amiciza dentro la storia

Esce l’edizione critica del carteggio tra due figure centrali del secolo scorso. Dalle pagine emerge la comunione di ideali e della forte sensibilità civile
January 9, 2026
Ragghianti e Zevi,
un'amiciza dentro la storia
Carlo Ludovico Ragghianti e Bruno Zevi
Pubblicare carteggi costituisce un’impresa lunga, paziente, ardua. Quando le lettere sono manoscritte vanno penetrate le grafie degli autori, talvolta non d’immediata decifrazione. E, comunque, c’è sempre la difficoltà legata alla comprensione di sottintesi, allusioni, ironie, di riferimenti a fatti e personaggi di cui, trascorso un determinato lasso di tempo, può essersi perduta la memoria, e quindi la conoscenza. Per non dire delle questioni delicate, da considerare con cura, riflettendo sull’opportunità o meno di eventuali omissis: vicende private, concorsi universitari, attività di commissioni, giudizi poco lusinghieri su certuni… Eppure, necesse est: per la nostra Fondazione, una volta ultimato il lavoro di riordino e inventariazione del Fondo archivistico di Carlo Ludovico Ragghianti, era imprescindibile intraprendere l’edizione integrale dei principali e più cospicui epistolari intercorsi tra lo storico dell’arte, cineasta e politico lucchese – nato nel 1910 e venuto a mancare a Firenze nel 1987 – ed eminenti personalità con le quali fu in contatto.
Dopo le uscite dedicate alla corrispondenza con due uomini politici, e di orientamenti alquanto diversi fra loro, ossia il democristiano Amintore Fanfani e il repubblicano – ma di origine azionista – Ugo La Malfa, adesso è la volta di quella con il geniale Bruno Zevi (Roma, 1918-2000), a cura di Lorenzo Mingardi (Carlo Ludovico Ragghianti - Bruno Zevi, Carteggio, Edizioni Fondazione Ragghianti, pagine 504, euro 32,00). Il volume raduna, trascrive, annota e porta criticamente all’attenzione dei ricercatori, dei cultori e degli appassionati una messe di più di trecento lettere che coprono un arco cronologico che, senza significative interruzioni, va dal 1945 al 1986, cui si aggiungono le ventisette intercorse tra Zevi e Licia Collobi, moglie e poi vedova di Ragghianti, e una missiva da quest’ultimo indirizzata nel 1951 a Tullia Calabi, moglie dell’amico architetto, che decenni dopo presiederà con spirito illuminato e ferma determinazione l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
La lettura del ricco carteggio, che ha per protagoniste personalità spiccatissime e davvero d’eccezione, è appassionante, istruttiva, a tratti persino divertente, talvolta commovente. Emergono sia la statura morale e intellettuale, sia le caratteristiche umane dei due studiosi, accomunati da molte idealità e da una sensibilità civile forte e costante lungo le loro esistenze, formatasi in seno a Giustizia e Libertà, ai valori della democrazia e della laicità.
Nonostante che fosse più giovane di soli otto anni, Zevi si professò sempre allievo di Ragghianti – «ricordo, in tempi lontani, i tuoi insegnamenti a Roma, poi quelli a Londra, poi il lavoro svolto insieme al Sottosegretariato, poi la libera docenza che tu mi hai dato, e la fraterna amicizia di tanti anni», da «allievo “degenere”», ma «con il solito affetto, con la stessa fedeltà», gli scriveva il 20 gennaio 1961 non senza un pizzico d’ironia – e, dopo la sua morte, s’impegnò nell’organizzazione del convegno commemorativo che si tenne alla Camera dei Deputati il 27 gennaio 1988, durante il quale pronunciò un mirabile discorso, potente e – cosa per lui d’abitudine – privo di orpelli retorici, così importante ch’è parso doveroso riportarlo integralmente al termine del volume. Come disse nell’occasione, ove rammentò peraltro il loro primo incontro a Roma nel lontano 1936, per l’intermediazione di Antonello Trombadori, Ragghianti era stato «un genio emarginato, un macroscopico protagonista della nostra cultura artistica e civile, consapevolmente rimosso, messo da parte e ostracizzato», aggiungendo con rudezza, forse alludendo anche alla mancata scelta da parte del troppo lodato presidente Sandro Pertini: «Meritava di essere nominato senatore a vita. Se non lui, chi?»; e proseguendo in ulteriori domande retoriche di tal fatta, per concludere sulla necessità di «un risarcimento, sul triplice versante della storia dell’arte, della politica, della promozione culturale». Come dar torto al coraggioso Zevi (che pure, da Ragghianti, non mancò di subire qualche strizzatina d’orecchi, per esempio quando fu invitato a riconsiderare il proprio giudizio negativo sul libro di Decio Gioseffi, Giotto architetto, per non dire di certe reprimende un po’ troppo severe)?
Le lettere rimarchevoli sono davvero numerose, e toccano spesso temi di attualità. Mingardi nel suo ampio e meditato saggio, che offre chiavi interpretative preziose, individua snodi fondamentali – lo spartiacque del Sessantotto in primis – e sa cogliere in chiave anche psicologica la reazione dei due studiosi alle vicende storiche, con la fase anagraficamente declinante delle rispettive esistenze che porta Ragghianti verso un progressivo isolamento, mentre accentua in Zevi la tendenza a collocarsi al centro dell’attenzione, reinventandosi in chiave mediatica. Caratteri differenti, del resto: uno serio e rigoroso fino all’estremo, l’altro invece estroso e talora scanzonato. Ma una stima e un affetto reciproci e una comunanza di base che mai vengono meno.
Insomma, leggendo queste pagine non soltanto arriviamo a conoscere bene le relazioni intercorse fra storici dell’arte e dell’architettura tra i maggiori del Novecento, ma comprendiamo meglio tutto un contesto della cultura italiana, ed entriamo nell’animo di persone la cui profondità e ricchezza umana colpiscono ed emozionano.

Gli inediti

Roma, 10 ottobre 1958
Carissimo Carlo,
ho atteso qualche giorno a rispondere alla tua lettera del 24 settembre, scrittami da Verona perché essa esigeva, più che una risposta, un viaggio.
Seguendo, come al solito, i tuoi ordini, ho preso il treno e mi sono recato a Verona a vedere la Mostra Pisanelliana ordinata da Magagnato e allestita da Carlo Scarpa.
Debbo dirti, con tutta sincerità, che mi attendevo assai di più. Non c’è dubbio che la mostra sia eccellente per il contenuto e per la disposizione. Ma ci sono ancora molti difetti, che ho fatto notare con la solita mia crudezza all’amico Magagnato, e che saranno certamente superati durante il corso dei futuri lavori.
Ho comunque detto a Magagnato che sono naturalmente a sua disposizione per pubblicare qualcosa della Mostra sia su “L’Espresso” che su “L’architettura”. Ma egli mi ha risposto che preferiva attendere fino al momento in cui i lavori fossero più progrediti.
Ti ringrazio molto per la tua segnalazione, che mi ha dato, tra l’altro, il modo di vedere una bellissima mostra.
Con i più affettuosi saluti a te e a Licia
Bruno Zevi
Firenze, 13 ottobre 1958
Caro Bruno,
non solo l’approvazione di un lavoro che ritengo eccellente, ma anche una preoccupazione d’ordine pratico mi aveva mosso. Il fatto che è Magagnato, probabilmente per la sua solita modestia, non ti ha ragguagliato sul background: è riuscito, e si può comprendere con qualche sforzo, non solo ad ottenere una cospicua collaborazione finanziaria del comune veronese (retto da preti), ma una libertà grande e una del resto meritatissima fiducia per sé; e, non ultima cosa, l’approvazione di affidare il lavoro architettonico e di restauro ad un architetto della taglia di Carlo Scarpa. Sono fenomeni oggi così rari, che ritengo dovrebbero motivare attenzione e sostegno da parte di quella poca stampa ancora indipendente, oltreché competente. In ogni modo ho provveduto in “seleARTE” a sottolineare quanto sopra. Nella generale depressione e invadente statalizzazione o burocratizzazione o, ancora, criccazione delle attività di cultura, vedere un ente autonomo che prende e realizza serie iniziative, è consolante.
Fatti comunicare l’obiezione sostanziale e pregiudiziale che ho inviato alla Sezione tosco-umbra di urbanistica contro il P.R.G. presentato dal commissario prefettizio straordinario. [Ragghianti si riferisce al commissario al Comune di Firenze Lorenzo Salazar, in carica dal 1957 al 1960. Il PRG cui Ragghianti si riferisce è il piano adottato in consiglio comunale nel 1958. Il progetto è il risultato del lavoro di una commissione coordinata da Giovanni Michelucci a partire dal 1955. Il piano non viene approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici che ne chiederà una revisione in particolare per quanto riguarda le aree di espansione della città, ndc] Mi dicono i giuristi che c’è da trarne utilità.
Tanti cordiali saluti
Carlo Ludovico Ragghianti

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