Voci della poesia/6. Yang Lian, fare versi al Potere


Roberto Mussapi lunedì 20 gennaio 2014
Yang Lian, nato in Svizzera nel 1955, infanzia e gioventù trascorse in Cina, è un poeta in esilio (vive a Londra dal 1997). Otto anni dopo il massacro di piazza Tienanmen ha lasciato il suo Paese d’origine. Ha pubblicato molte raccolte di poesie, libri di prosa e saggi. Vincitore del Premio internazionale di poesia «Flaiano» (Italia, 1999), spesso presente con le sue letture in Italia. Tra le sue opere più famose tradotte in inglese: «Yi», (Green Integer, Usa, 2002); «Concentric Circles», (Bloodaxe Books, Uk, 2005) e «Riding Pisces: Poems From Five  Collections» (Shearsman Books, Uk, 2008); «Lee Valley Poems». In Italia è stato pubblicato il suo volume «Dove si ferma il mare», a cura di Claudia Pozzana (Libri Scheiwiller, 2004) attualmente indisponibile, e sue opere sono presenti nell’antologia «Nuovi poeti cinesi», a cura di Claudia Pozzana e Alessandro Russo (Einaudi, 1996).Yang Lian è  considerato il più grande poeta cinese vivente. Naturalmente la  grande maggioranza dei critici e dei lettori conosce la sua opera nella traduzione in inglese (come il sottoscritto, che ha inoltre conoscenza personale con il poeta e lunghe conversazioni alle spalle), ma sono molti i suoi libri tradotti e l’importanza della sua poesia emerge anche agli occhi di chi la legge non solo in una lingua lontana da quella d’origine, ma espressa in un diverso sistema alfabetico, vale a dire in una diversa concezione della realtà stessa. Quello che subito affiora è la natura cosmologica e insieme razionale di questa poesia, che affronta i temi centrali delle opere  antiche e fondatrici, tanto in Oriente quanto e ancor più in Occidente (penso ai poemi epici del mondo greco e latino), secondo lo spirito che noi conosciamo, in Occidente, di alcuni poeti dell’anima, a tutto tondo, vale a dire della cellula, del mondo naturale, dell’infinito; penso in particolare a Walt Whitman. Ma Yang Lian ha contemporaneamente una capacità razionale di tipo alchemico, la sua poesia rivela anche la spinta a una conoscenza ulteriore, direi quasi chimica, della realtà. Intesa come realtà umana, fisica, e anche storica. In tal senso l’autore che più può guidarci a comprenderlo è lo stesso che nell’Occidente Yang Lian considera ponte non solo tra due mondi, ma tra due età, passaggio alla poesia moderna: Ezra Pound. I Cantos di Pound sono un punto di riferimento per il poeta cinese, che scrive il primo poema epico dell’età moderna nella sua lingua, inventando a tal proposito un ideogramma: il poeta, secondo Eliot, cambia la lingua, in questo caso il cambiamento è radicale, addirittura un’invenzione. Pound prospetta un poema fatto di storie, di schegge che compongono una narrazione epica non fluida ma baluginante, e in tal senso si può leggere l’opera di questo poeta capace di visioni molecolari moltiplicate. Inoltre Pound studia e approfondisce l’ideogramma cinese, scrive poesie traducendo, o ricreando, poesie di maestri cinesi: Yang Lian afferma che si tratta di un grande e felice malinteso, poiché dalla penna del poeta americano escono opere nuove, diverse, ma generate dallo spirito dell’ideogramma che Pound, secondo il nostro autore, comprende dal punto di vista poetico meglio di ogni collega di Cina. Un poema continuo, caleidoscopico, quello di Lian, vertiginoso e sempre lucidissimo. Meraviglia e rigore, di quella strana scientificità che la poesia sa attingere ai livelli alti e profondi.Lian, perché la poesia è necessaria?«Secondo una mia metafora, se la globalizzazione è un oceano, allora la cultura è una barca, e la poesia è la zavorra, mantiene le vele stabili e orientate nella direzione corretta. La poesia può farlo perché è nata per la libertà di pensiero e di parola, può quindi rifiutare ogni tipo di controllo, che derivi dal potere o dal denaro. Ripeto: la poesia rifiuta attivamente ogni forma di controllo, ma non viene rifiutata da altre. Questa natura della poesia è estremamente importante e necessaria per la nostra vita oggi, poiché le dà un significato!».Che relazione c’è tra poesia e speranza?«Come ho detto, la poesia contiene il significato della nostra vita, per questo possiamo vivere  avendo una direzione. Per me una vita con la consapevolezza della direzione significa speranza, al contrario noi siamo disperati. La poesia può fare anche molto di più, perché poesia non è copiare l’idea esistente ma crearla parola per parola, riga per riga, mostrando in tal modo la profondità e l’energia della nostra vita. Quindi non credo si debba parlare di "relazione tra poesia e speranza", perché la poesia è la nostra speranza».La poesia può contribuire a una rinascita dell’uomo?«C’è un’altra affermazione che amo ripetere: "La poesia è la nostra unica madrelingua". Significa che il genere umano sta fronteggiando insieme questa difficile situazione, e fronteggia insieme anche l’ispirazione e l’energia creativa. La globalizzazione porta all’estremo il potere del commerciale, tanto che nessuno può evitare la realtà comune, ma per sua natura l’essere umano non può fermarsi a ciò; abbiamo scoperto che in realtà ci sono principi e modelli più profondi, basati sull’unione dei sistemi multiculturali. Credo che questo ci stia portando a un gradino più alto della cultura umana; si tratterà di condividere la profonda esperienza di ogni cultura nel mondo allo stato attuale, il che contiene addirittura l’ispirazione di linguaggi differenti. Per concludere, la poesia ci mostrerà l’orizzonte di una cultura nuova e unica, che sarà più elevata di ogni singola cultura di oggi».A questo punto lei ha già in buona parte, e molto originalmente risposto a una domanda che non potevo non farle, riguardo la condizione in cui si trova un poeta cinese, con una realtà alfabetica e letteraria diversissima da quella d’Occidente. Diversa proprio nella concezione del segno.«Sì, ho risposto andando al fondo della mia idea di poesia. Nello specifico ci sono differenze, ovviamente. A confronto con le lingue europee, dove si può "vedere" il suono delle lettere dell’alfabeto, la musicalità della lingua cinese è nascosta dietro la percezione visiva dell’immagine. È ciò che chiamo "l’energia segreta" della poesia. L’intuizione della forma deriva dalla capacità di immaginazione del poeta nei confronti della forma musicale. Ma il sostrato della poesia è universale. Una volta scritta, questa" persona, "questa" azione e "questo" momento divengono qualcosa di universale. La scrittura è sintesi piuttosto che analisi».Lei spesso ha risposto a domande sulla sua realtà di poeta esule, su cui la sua biografia parla chiaro. Ha vissuto in vari Paesi, scritto «Manoscritti cinesi», «Manoscritti del Pacifico» e «Manoscritti europei»: tre luoghi a cui si sente particolarmente legato; a indicare una condizione universale dell’esule, non generica, accanto al luogo di nascita ce ne sono altri, ma non tutti. Affinità elettive nello spazio geografico e sociale. Ma ha anche sottolineato come a New York, dove si trovava dal 1992 dopo aver lasciato la Cina, si domandava se avrebbe potuto ancora scrivere, sopravvivere con la scrittura. E ha aggiunto di non essersi mai fermato: «L’esilio non è una specializzazione a vita». Lei ha una fermezza ammirevole nell’evitare il pianto dell’esule, ma anche l’onestà di riconoscere i momenti di buio, di crisi. Oltre alla necessità di superarli. Che per lei, se ho capito, deriva dalla forza profonda della poesia.«Nel mio libro Dove si ferma il mare, scritto tra 1992 e 1993 appena lasciata la Cina, nel periodo più buio della mia vita, ho trovato una risposta. Capivo che era impossibile tornare e il viaggio verso Occidente sembrava senza fine, spossante. Il libro testimonia questo senso di oppressione, oscurità, immanenza delle tenebre. Ma ho voluto reagire a quella condizione estraniante, ho cercato me stesso attraverso la poesia. Comprendendo che quindi dovevo estraniarmi anche alla mia poesia stessa. Costretto a una forma di angoscia dal muro delle lingue dei Paesi in cui mi trovavo, sono uscito da me stesso. Ho trovato la mia terra, "l’internazionale nel locale", cittadino di ogni luogo in cui mi trovavo, per restare me stesso. La mia patria è la poesia».Crede che ci sia qualcosa di religioso nella poesia?«Preferisco piuttosto usare il termine "Energia Trascesa". La poesia ci guida in un viaggio nella doppia direzione di approfondire noi stessi e nello stesso tempo vedere i nostri limiti: questo viaggio spirituale è così importante, perché da esso ricaviamo l’energia spirituale per rinnovarci. È qualcosa di "religioso"? Oppure è l’esperienza fondante di tutto ciò che è religioso? Direi che la chiamo una religione senza il nome di Dio».L’INEDITO LA TOMBA DEI SAGGI Non possono far altro che discutere di capre lentamente sorseggiano un the il crepuscolo si addensa persino su uno strato di aghi di pino la luna oscilla l’albero che profuma di pino si sostiene solido l’ombra dei monti circostanti diffonde il cinguettio del giorno una panca di pietra verde rinchiude il viaggiatore Nell’ascolto attento viene tolto loro l’accento una tazza di porcellana raddensa la lontananza come giada quando leggera si appoggia ancora tiepida e trasparente Traduzione di Claudia Pozzana
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