mercoledì 21 febbraio 2018
La Consulta che condanna la maternità surrogata perché offende la donna e mina le relazioni apre a un nuovo statuto della persona che definisca il diritto all'identità genitoriale
Vita e dignità, valori assoluti da non svendere

Con la riflessione del giorno di Natale 2017, papa Francesco ha aggiunto un tassello decisivo a un magistero pastorale che da tempo affronta temi centrali della vita individuale e collettiva, scavando nella loro sostanza umana e relazionale. Egli propone un’analisi veritiera della cultura prevalente che rischia di offuscare l’umanesimo elaborato nei secoli, e una prospettiva coraggiosa di superamento di tante negatività. L’affresco delineato dal Papa nelle riflessioni degli ultimi mesi, pone al centro anzitutto il bambino, come archetipo della creazione, con i suoi bisogni primari, il grumo di affetti e potenzialità proprie, e che nella notte di Natale s’incarna nel dono più grande che l’umanità ha ricevuto. Stampa e media sono spesso catturate dalle immagini più luminose che il Papa evoca, ma non sempre colgono il filo conduttore del suo magistero, a volte ne trascurano la valenza autenticamente rivoluzionaria. Umanità e relazionalità costituiscono la trama d’una riflessione che attraversa i momenti essenziali della formazione della coscienza. La prima sostanza attiene al diritto del bambino di avere un papà e una mamma «capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva», da realizzarsi in relazione «alla mascolinità di un padre e alla femminilità di una madre». Violando questo topos universale, che comprende la vera genealogia della persona, si cede alla sperimentazione, si finisce con «l’usare i bambini come cavie da laboratorio»; si torna alla manipolazione educativa propria delle dittature del secolo XX, che si presenta oggi sotto la nuova veste della «strada dittatoriale del pensiero unico».

Sono parole drammatiche, che evocano l’analisi di Paolo VI sull’uomo della modernità quando lo vedeva come «un disorbitato, perché ha perso il suo vero orientamento » e come «simile a colui che è uscito di casa e ha perduto la chiave per rientrarvi»: però, lo spronava a cambiare, perché «l’uomo moderno dovrà ritornare capace di colloquiare umilmente e regalmente con Dio». La nostra epoca contrabbanda princìpi apparentemente universali per offuscare valori fondanti della vita e aspirazioni delle nuove generazioni. Papa Francesco indica una fonte primaria dello smarrimento che viviamo nell’«utopia del neutro che rimuove sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita». Nell’intervento dell’ottobre scorso all’Accademia della vita ha aggiunto che «la manipolazione biologica e psichica della differenza sessuale rischia di smantellare la fonte di energia che alimenta l’alleanza dell’uomo e della donna» e la rende feconda e creatrice. «L’alleanza generativa dell’uomo e della donna è base per l’umanesimo planetario degli uomini e delle donne, non un handicap», «la passione per l’accompagnamento e la cura della vita, lungo l’intero arco della sua storia individuale e sociale, chiede la riabilitazione di un ethos della compassione e della tenerezza per la generazione e rigenerazione dell’uomo nella sua differenza».

È centrale il bisogno di sostegno e solidarietà nel cammino dell’esperienza umana: «Si tratta di ritrovare sensibilità per le diverse età della vita, in particolare per quelle dei bambini e degli anziani. Tutto ciò che in esse è delicato e fragile, vulnerabile e corruttibile, non è una faccenda che debba riguardare esclusivamente la medicina e il benessere. Ci sono in gioco parti dell’anima e della sensibilità umana che chiedono di essere ascoltate e riconosciute, custodite e apprezzate, dai singoli, come dalla comunità». Noi sappiamo quante sofferenze si patiscono col prevalere dell’individualismo estremo. Si è giunti ad annullare identità e preziosità del ruolo femminile, fino a ridurre il corpo della donna, contro l’intera tradizione umanistica classica e cristiana, a forme di schiavitù che annullano i diritti conquistati nella modernità. Finalmente la nostra Corte Costituzionale ha pronunciato nei giorni scorsi parole importanti contro la maternità surrogata, perché «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane», e sembra affiancarsi a quanti sono impegnati a cancellare pratiche contrarie alla maternità, e alla procreazione responsabile.

La lesione del diritto dei bambini a veder riconosciuta la propria identità, e genitorialità, ha trovato in papa Francesco un cambio radicale di paradigma, quando ha invitato a guardare la realtà «con gli occhi dei figli piccoli, i piccoli guardano, con gli occhi dei bambini» e chiedono un’accoglienza vera per tutti quanti ne hanno bisogno. Guardare alle persone, ai loro legami, alle sofferenze che vivono, con gli occhi dei piccoli dilata l’invito alla misericordia: è il richiamo all’innocenza che può purificare il pensiero, salvare la politica dall’impoverimento che sta vivendo, perché riconduce al giudizio di chi non ha pregiudizi, alla realtà più autentica che non vogliamo vedere, dà una guida, un criterio, per distinguere ciò che è giusto fare da ciò che si trascura per egoismo o per ignavia. Questa capacità di cambiare il cuore degli uomini la ritroviamo nel magistero del Papa sulla cura delle fasi terminali dell’esistenza, quando si tocca con mano il bisogno di accompagnare il malato alla conclusione della vita senza offendere la dignità dell’uomo, evitando inutili sofferenze. Nel primo caso, è necessario «un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione d’insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona».

La dignità della persona dice che la sofferenza non è valore assoluto, astratto dalla situazione concreta, ma deve perseguire la finalità di un traguardo curativo, accettare «responsabilmente il limite della condizione umana mortale nel momento in cui si prende atto di non poterla più contrastare». Prevale dunque «l’imperativo categorico che è quello di non abbandonare mai il malato», rispettare la sua libertà di coscienza, perché «questo è il luogo in cui ci sono chiesti amore e vicinanza, più d’ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accomuna e proprio rendendoci solidali». Si apre così una prospettiva più ampia, si chiede di guardare alle sofferenze con gli occhi dei sofferenti, sapendo che col valore primario della vita che la Chiesa difende da sempre, esistono valori che attengono alla persona e assumono significato crescente con l’aumento dell’età e l’esigenza della solidarietà. Sulla scia degli insegnamenti di Pio XII, tenendo presente le maggiori complessità e potenzialità della medicina moderna, papa Francesco chiede di non chiudere gli occhi di fronte al criterio di proporzionalità da salvaguardare per il bene della persona.

Francesco ha accostato spesso la Chiesa d’oggi a quella primitiva, e la cura della persona in ogni momento dell’esistenza chiama in causa l’identità dei cristiani, quasi evoca i documenti e le parole della Tradizione apostolica, e dell’Epistola a Diogneto, con le quali i cristiani di si distinguevano dagli altri per il solenne impegno a favore della vita, della sua trasmissione, contro le pratiche violente dell’antichità, nella cura delle nuove generazioni. Oggi, queste parole indicano traguardi e impegni nuovi. Sentiamo che per la nascita è necessario un nuovo statuto della persona, che definisca i diritti alla sua identità genitoriale ed educativa. Per la conclusione della vita, respingendo ogni pulsione diretta o indiretta che spinge all’eutanasia, esistono alternative per una solidarietà che non conosce interruzioni o attenuazioni.

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