venerdì 16 aprile 2010
L’ex dg Rai: «Non ha eredi tivù. Nel ’59 un suo sketch con Ugo Tognazzi fece infuriare il presidente della Repubblica».
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Oggi è presidente della Lux Vide ma, dal 1961 al 1974, Ettore Bernabei è stato direttore generale di quella Rai cui Raimondo Vianello ha regalato programmi di successo come Studio Uno, Il tappabuchi, Sai che ti dico? Tante scuse, Noi..no. Una televisione che, ancora oggi, molti ricordano con nostalgia, rimpiangendone il buon gusto e la capacità di strappare un sorriso senza ricorrere al facile artificio della parolaccia o della gag volgare. E, anche, una televisione fortemente voluta da Bernabei che Vianello, da grande artista, ha saputo interpretare nel modo migliore.Bernabei, con la morte di Vianello è scomparso un galantuomo? Sì, ma bisogna capirsi sui termini. Vianello non era un campione di galateo, di buone maniere. Era un uomo umile, buono e saggio che ha accettato sempre di fare la spalla: a Ugo Tognazzi, ad Alberto Sordi e anche a sua moglie Sandra Mondaini. In questo accettare di fare il secondo faceva emergere le sue doti di umanità, anche eccellente.Quando scompare un grande, si cerca sempre qualcuno che possa raccoglierne l’eredità. Nel panorama televisivo attuale c’è qualcuno che le ricorda lo stile di Vianello?Nella comicità di oggi mi sembra, francamente, un po’ difficile ritrovare il suo stile. Piuttosto, ci sono attori drammatici che, in qualche modo, possono ricordarlo. Ma il primo che mi viene in mente è Carlo Conti, un presentatore che è garbato, saggio, elegante e mai banale.I primi aggettivi che vengono in mente pensando a Raimondo Vianello sono, appunto, elegante e garbato. Eppure, per vent’anni, è stato uno dei personaggi di punta della tv commerciale che, per definizione, non sempre è elegante e garbata.Io credo che lui, così come ha fatto anche Mike Bongiorno, abbia scelto di lavorare nella televisione commerciale senza, però, mai venire meno a quella che oggi chiameremmo la sua «linea editoriale», che sentiva quasi come una missione nei confronti del suo pubblico. Sono entrambi personaggi che, anche andando a lavorare a Mediaset, non hanno mai snaturato se stessi.Quando si condivide un lungo percorso lavorativo, come è accaduto a lei e a Vianello in Rai, i ricordi sono inevitabilmente tanti. C’è, però, un episodio in particolare che le viene in mente in questo momento?Una delle prime grane che mi trovai ad affrontare in Rai da direttore generale fu uno sketch comico in cui Ugo Tognazzi, che lavorava sempre in coppia con Vianello, mimò un incidente capitato in quei giorni all’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, durante una serata in onore del capo di stato francese Charles De Gaulle. Per errore un commesso non gli aveva porto prontamente la sedia e Gronchi era caduto per terra. Lo sketch suscitò molto scalpore e in Rai si decise di sospendere il programma. Io, però, sostenni che la responsabilità era di Tognazzi e chiesi a Vianello di rimanere. Cosa che lui fece ma senza mai dissociarsi dal collega.
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