venerdì 30 giugno 2023
Il francese Régis Burnet in un saggio narrativo “riscrive” alcuni passi evangelici con l’obiettivo di restituire un’immagine più verosimile di luoghi, contesti e figure. Senza tralasciare il mistero
Un ritratto del Fayyum

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Sono tanti gli scrittori che si sono cimentati con la vita di Cristo: da quelle più famose dell’abate Giuseppe Ricciotti a quelle di Mauriac e Daniel-Rops, sino agli italiani Pomilio, Ulivi, Jacomuzzi e Parazzoli, e soprattutto Santucci, autore di Volete andarvene anche voi?, che a mio parere rappresenta il tentativo più riuscito nel nostro Paese. Poi, certo non vanno dimenticate le opere di teologi, biblisti e saggisti, a partire dal best seller Ipotesi su Gesù di Messori sino ai libri più recenti di Ravasi e Tornielli. A proposito della narrativa contemporanea, va detto che più che riscrivere i Vangeli, oggi gli scrittori ne prendono spunto, come nel caso di Sandro Veronesi con Non dirlo sul Vangelo di Marco e di Emmanuel Carrère col suo Il regno sul Vangelo di Luca. Ora è uno storico e filosofo francese, Régis Burnet, docente di Esegesi neotestamentaria all’Università Cattolica di Lovanio, a cimentarsi sul tema con un’angolatura molto particolare nel libro Una giornata della vita di Gesù (Queriniana. Pagine 144. Euro 16,00).

Si tratta di un racconto ispirato ai testi evangelici e realizzato in base a una sequenza comune ai sinottici, con un collegamento fra l’episodio della cena a casa del fariseo Simone narrato da Luca e la tempesta sedata, le guarigioni dell’indemoniato di Gerasa, dell’emorroissa e della figlia di Giairo e infine l’incontro con Nicodemo. Sono poi stati inseriti i brani del Padre nostro, della parabola dei talenti, del racconto del giudizio finale di Matteo e delle Beatitudini. L’autore precisa dalle prime pagine che egli ipotizza che tutte le scene si siano svolte a Cafarnao, «la base di supporto di Gesù in Galilea», tranne quella di Gerasa e il colloquio con Nicodemo, collocato esplicitamente a Gerusalemme, e invita il lettore a non spaventarsi per la disinvoltura con cui ha costruito il volume, perché «in linea con la prassi degli evangelisti stessi». Il suo intento insomma è quello di presentare una giornata-tipo dell’esistenza terrena di Cristo e non di scrivere una nuova vita di Gesù: per questo sono escluse pagine più famose come quelle sulla Passione e Risurrezione.

Oltre che descrivere e commentare gli eventi descritti nei Vangeli, Burnet costella la sua narrazione di divagazioni curiose, come quando ribadisce che duemila anni fa si consumava tranquillamente carne e smentisce il cliché di un mondo sporco e maleodorante. Nessuna “catastrofe sanitaria” come siamo soliti immaginare: nel bacino del Mediterraneo erano diffusi i bagni e le latrine romane, ambienti aerati e tenuti puliti; inoltre, anche nelle abitazioni private si è rinvenuto, attraverso le scoperte archeologiche, un gran numero di servizi igienici. Poi era consuetudine l’uso dell’olio profumato: «È quindi molto probabile che Gesù avesse un buon odore».

Rispetto all’antico dilemma sull’aspetto fisico di Gesù, il volume ricorda le due interpretazioni che a livello artistico si sono imposte. Nei primi secoli è prevalso il modello di un Cristo giovane e bello, con i capelli ricci e senza barba, con indosso una tunica corta o una toga. Poi, a partire dal V secolo, ereditata dai mosaici bizantini, si è imposta ed è giunta sino a noi l’immagine di un uomo alto, dalla pelle chiara, capelli lunghi e barba folta e un lungo mantello. « Il tipo adolescente – rileva Burnet – lo avvicina chiaramente ai giovani dèi ed eroi del paganesimo (Ercole, Marte, eccetera) ». Nel secondo caso emerge la rappresentazione del grande maestro e qui il richiamo va ai filosofi greci. Ma secondo l’autore è piuttosto ai ritratti funerari del Fayyum in Egitto che bisogna guardare per avvicinarsi maggiormente all’aspetto che poteva avere Gesù. Quei volti hanno fattezze mediterranee, pelle scura, capelli folti ma non lunghi fin oltre le spalle e al massimo una barba cortissima.

Fra i vari episodi ricostruiti, quello dell’indemoniato di Gerasa colpisce in particolare. Innanzitutto, si precisa che ci sono varie ipotesi sul luogo dove avvenne il miracolo: la moderna Jerash, in Giordania, una cinquantina di chilometri a sud-est del lago di Tiberiade; oppure Gadara, città della Decapoli, sempre in Giordania e più vicina al lago; infine Gergesa, collocabile a Kursi in territorio israeliano e posta sul lago. Riguardo al male che colpisce la persona che scongiura Gesù di non tormentarlo – e che gli risponde: “Il mio nome è Legione, perché siamo in molti” – Burnet sostiene che «l’entità o le entità che hanno preso il controllo della sua mente rimandano all’esercito romano». Le sue condizioni insomma sarebbero state legate a un trauma dovuto all’occupazione straniera. Di qui anche la spiegazione del seguito del testo, con “gli spiriti impuri” che entrano nella mandria di porci e si gettano in mare, «distruggendo se stessi a causa della loro violenza». Un’interpretazione psicopolitica più che teologica o addirittura demonologica dunque.

Rimane il fatto che nei quattro Vangeli la presenza del diavolo è una costante, a partire dall’episodio delle tre tentazioni nel deserto fino appunto alla categoria degli indemoniati, di gran lunga la più rappresentata nella schiera dei miracolati da Gesù. L’Avversario è nominato in ben cinquantotto occasioni e molti hanno letto quanto accaduto a Gerasa come una lettura del male come pluralità, da Dostoevskij a Starobinski. Fino a Bernanos, che nel romanzo Monsieur Ouine vede il diavolo non incarnato in una persona sola, ma presente in tutti i protagonisti. E ancor più negli abissi che li separano, nell’assenza di comunione che c’è fra di loro. Quel Bernanos che nell’opera sua più celebre farà dire al curato di campagna: “L’inferno è non amare più”.

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