mercoledì 10 gennaio 2018
Non solo il calcio: dal basket alla pallavolo sono diversi gli sport che invocano un maggior impiego di giocatori italiani. Ma le norme sono carenti. E la soluzione c’è: investire nei vivai
L’americano naturalizzato macedone Jordan Theodore, punto di forza della EA7 Emporio Armani Milano, contrastato da Gianluca Della Casa della Flexx Pistoia (LaPresse)

L’americano naturalizzato macedone Jordan Theodore, punto di forza della EA7 Emporio Armani Milano, contrastato da Gianluca Della Casa della Flexx Pistoia (LaPresse)

Gianni Petrucci, presidente della pallacanestro italiana, da anni ne fa una battaglia: «L’utilizzo degli stranieri sta uccidendo il nostro basket», ha tuonato di nuovo alcune settimane fa di fronte all’ipotesi, ventilata dalla Lega di Serie A, di poter iscrivere a referto 12 stranieri su 12, dietro al pagamento della cosiddetta luxury tax. Ipotesi ben presto sostituita da quella di sei stranieri capaci di diventare otto, anche in quest’ultimo caso pagando per i due in più.

Al di là dei numeri, è il più classico degli argomenti che, a cadenza regolare - quando ci si trova di fronte alla carenza di talenti nazionali - tocca lo sport e le sue politiche, com’è accaduto anche nel calcio dove, a fronte della mancata qualificazione ai Mondiali, la prima soluzione gridata da diversi pulpiti è stata quella di ridurre il numero di stranieri.

In generale, a scontrarsi sono filosofie opposte. Da un lato c’è chi sostiene che un’apertura completa sia capace di apportare un miglioramento all’appeal delle competizioni, valorizzandole dal punto di vista commerciale anche presso mercati più ampi; dall’altro c’è chi antepone a questo l’ottica nazionale, convinto che un maggior numero di stranieri limiti di fatto gli spazi ai giocatori italiani, destinati ad avere meno possibilità di giocare nelle categorie più competitive e, pertanto, neutralizzati a livello di responsabilità ed esperienza.

Posizioni che hanno orientamenti del tutto differenti pur partendo da assunti di base entrambi innegabili, ma solamente una di queste, quella liberista, può contare su solide fondamenta normative. Lo sport infatti autoproclama la propria specificità rispetto ad altri ambiti, ma non si può dimenticare che lo sport per gli atleti è un lavoro.

Lo confermò un intervento dell’Unione Europea che, fra il 2011 e il 2012, aveva attivato nei confronti della Federazione Italiana Nuoto, una procedura di infrazione per violazione dell’articolo 45, quello sulla libera circolazione dei lavoratori comunitari: l’oggetto del contendere era la regola che, nell’allora campionato di A1 di pallanuoto, prevedeva la possibilità di tesserare al massimo due atleti non italiani e di fatto quell’intervento, che si situava nel solco della sentenza Bosman, andava nella direzione di equiparare nel concetto economico di lavoratori sportivi tanto gli atleti dilettanti (in Italia sono le federazioni nazionali a scegliere se rientrare nel professionismo o nel dilettantismo) quanto quelli professionisti.

Ed è da allora che anche la FederBasket si è trovata a dover dialogare con la Ue in meriti a principi di tesseramento sui quali, anche nell’ambito della recente polemica con la Lega, lo stesso Petrucci si è trovato ad ammettere di avere le mani bloccate perché la federazione non può violare le leggi, «ma ci piacerebbe che gli stranieri, invece che aumentare, diminuissero».

Del resto, come accade anche nel calcio o nel volley, spesso entrano in gioco anche definizioni che mascherano i limiti agli stranieri attraverso il concetto di obbligatorietà della presenza, nelle rose, o nei referti, di una quota di giocatori italiani. E qui ci si può davvero sbizzarrire: quali atleti possono considerarsi italiani per le varie federazioni? Sembra un distinguo banale, ma nei vari regolamenti federali si trovano norme che non hanno alcun corrispettivo con quelle relative alla cittadinanza. Giusto per fare alcuni esempi: nel volley Fipav sono italiani «i cittadini stranieri mai tesserati con federazione straniera che abbiano compiuto il 16° anno di età e siano già residenti in Italia» o la cui residenza in Italia «abbia avuto inizio in data antecedente al compimento del 16° anno di età», ma anche «gli atleti stranieri già tesserati con federazione straniera, residenti a vario titolo in Italia, che attestino di non aver partecipato all’attività agonistica con altre federazioni nelle ultime 4 annate sportive antecedenti quella in cui si richiede il tesseramento», mentre nel calcio si è preferito inserire l’obbligo di inserimento nelle rose la presenza di una quota di calciatori di «formazione italiana» (indipendentemente dalla loro nazionalità), nel rugby le naturalizzazioni sono all’ordine del giorno e nel basket si era passati anche attraverso un particolare status che necessitava di un neologismo, quello di «passaportato», ovvero un giocatore straniero in possesso anche di passaporto italiano, status oggi superato.

Considerati i principi di diritto comunitario, resta un margine sugli extracomunitari, a maggior ragione ora con lo ius soli sportivo. Ma, anche qui, ognuno fa come crede: nella A del calcio gli slot disponibili sono due all’anno, nel basket di A1 la regola assomiglia più ad una formula aritmetica: si può scegliere il 5+5 (cinque stranieri, indipendentemente dalla nazionalità) o 4+3+5, ovvero sette stranieri, dei quali quattro comunitari. Dove però si investe poco e male nei settori giovanili, in cui le esperienze virtuose sono splendide rarità, la querelle rischia di essere un falso problema, considerando che esistono norme inderogabili.

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