giovedì 21 giugno 2018
Il fratello dell’attore, Luigi, apre le porte della abitazione “ricostruita” a San Giorgio a Cremano «Qui arrivano le persone che ritrovano la sua umanità». E Napoli dedica 3 giorni alla Smorfia
Massimo Troisi in una scena di "Ricomincio da tre"

Massimo Troisi in una scena di "Ricomincio da tre"

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«’Ossaje comme fa ’o core, je no, je no quann s’è sbagliato...», testo di Massimo Troisi, musica e voce di Pino Daniele. Massimo e Pino, due giganti della cultura partenopea, patrimonio dell’umanità, quella vera, di strada. Il cuore grande, ma troppo fragile, di Troisi si è fermato il 4 giugno del 1994. A 41 anni si spense la stella bella e luminosa del nostro cinema. Ma il popolo devoto, non solo napoletano, non l’ha mai dimenticato, e con il tempo ha fatto proseliti. Cresce di giorno in giorno il numero dei “senzaTroisi”. Ad alimentare questa passione e a tenere vivo il ricordo è suo fratello Luigi. “Gigi”, il più grande dei tre maschi (Massimo aveva anche tre sorelle), nel febbraio del 2015 a San Giorgio a Cremano, negli spazi di Villa Bruno, ha creato “A Casa di Massimo Troisi”. È qui che il suo cuore batte ancora. «Una Casa e non un museo, la sola parola “museo” a Massimo l’avrebbe spaventato. Ingresso libero, grazie ai pochi volontari che ci permettono di tenere aperta la Casa. Qui si fanno tutte iniziative a suo nome, specie il giorno della nascita, il 19 febbraio, e il 4 giugno, la data in cui purtroppo Massimo è volato via da noi», spiega Maria Falbo, vicepresidente della onlus omonima che in questo luogo custodisce gli oggetti più cari della casa romana in cui l’attore e regista visse fino alla fine. C’è il divano del salotto da dove rispondeva alle esilaranti interviste e i collegamenti televisivi con Renzo Arbore o Gianni Minà, le foto d’infanzia, degli amici di una vita e dei set in cui aveva lavorato. Le locandine dei suoi tredici film, dall’esordio del 1981, Ricomincio da tre, fino all’ultima prova magistrale del ’94, quando era già gravemente malato, Il postino tratto dal romanzo di Antonio Skármeta Il postino di Neruda, in bella vista sullo scaffale della stanza che ha appena ospitato la mostra “Massimo Troisi. La sua vita in fotografia”.

«Qui dentro arrivano persone di tutte le età e di ogni ceto sociale, provenienti da tutte le parti del mondo. Studenti, dalle elementari fino ai laureati che magari si presentano con la tesi appena discussa sul “Cinema di Troisi”. Ospitiamo serate con proiezioni per persone diversamente abili o con non vedenti ai quali offriamo un’esperienza tattile, possono toccare con mano gli oggetti di mio fratello il quale ci teneva a presentarsi sempre a tutti come “persona” e mai come personaggio, e tanto meno come un divo del cinema», racconta suo fratello. Massimo, «il ragazzo timido della porta accanto», l’amico e il fratello della gente di San Giorgio a Cremano, «la città che adesso è famosa nel mondo grazie a lui». Grazie a Troisi, il figlio di mamma Elena che non ha fatto in tempo a gioire dei successi di quel ragazzo con il cuore malato, ma mai sbagliato, e di papà Alfredo, ferroviere. In quella «casa umile ma onesta », come recitava nel mini-atto “L’annunciazione”, «ogni Befana papà ci faceva trovare tre trenini, uno a testa per noi fratelli – racconta Luigi – . Massimo poi sulla storia dei trenini c’ha costruito quella gag che raccontava in tv davanti a milioni di italiani, da Pippo Baudo a Domenica In ». Pippo, lo scopritore di quel giovane allampanato dentro a una calzamaglia nera, esistenzialista, l’anima e la mente creativa del trio (con Enzo Decaro e Lello Arena) La Smorfia, il quale i primi passi nel mondo dello spettacolo li aveva mossi quarant’anni fa sul palco del teatrino parrocchiale di Sant’Anna, sotto l’occhio benevolo di don Vincenzo Brandi. «Lì, a Sant’Anna, l’avevano costretto a recitare, ma Massimo non voleva, si vergognava. Poi si ammalò il protagonista di “Napoli milionaria!” e lo convinsero... Alla fine fu il migliore». Il migliore interprete possibile di Eduardo De Filippo, un nome al quale, per affinità elettive, Troisi è stato sempre accostato e a cui si deve anche la nascita della Casa. «Un giorno – racconta Luigi – alla tv mi imbatto in un servizio in cui a dei giovani napoletani veniva chiesto chi fosse Eduardo De Filippo. Ai più quel nome non diceva proprio niente, qualcuno invece azzardava, “sì lo conosco, è un parente di Maria De Filippi”. Ho spento la tv indignato e mi sono detto: devo fare qualcosa affinché la gente non si dimentichi anche di Massimo. È così che è nata la Casa di Troisi, dall’indignazione per la memoria che in questo Paese si è persa e la necessità, oltre che l’amore, di ricordare ciò che mio fratello è stato, e ciò che rappresenta ancora per tante persone». Troisi rimane un punto di riferimento per la grande tribù del cinema e dello spettacolo, ma soprattutto per la gente comune «che qui entra in punta di piedi, salutando con il sorriso, e poi esce piangendo dalla commozione, ma comunque felice per esserci stata e per aver ritrovato un pezzo di Massimo, quello più intimo ed umano possibile». Il Troisi familiare rivive nei racconti di scuola degli amici dell’Istituto geometri di Torre del Greco. «Una scuola in cui si si iscrisse per non dispiacere a nostro padre, che chiedeva il pezzo di carta e un mestiere che era felice di non aver fatto, “sennò sai le case che sarebbero crollate”, diceva sempre Massimo ridendo ».

L’ironia acuta e geniale del ragazzo timido e discreto in casa, quanto vivace ed istrionico tra i banchi di scuola dove affinava il futuro da commediante dell’arte, alla Capitan Fracassa che interpretò nel Viaggiodiretto da Ettore Scola. Eterno Troisi, come il protagonista del romanzo di Théophile Gautier, ha lasciato un segno profondo in chiunque l’abbia solo sfiorato. «Il ricordo, dai suoi compagni di scuola ormai sessantenni si trasmette alle ultime generazioni, alle giovani spose che vengono a chiedere se possono fare la foto davanti alla bicicletta del Postino », dice Maria che è testimone diretta di questi piccoli miracoli quotidiani che accadono nella Casa. «Massimo credeva ai miracoli? Era profondamente cattolico ma la fede come i suoi pensieri più intimi li confidava raramente. Magari uscivano fuori in qualche serata trascorsa con gli amici più cari, il barbiere di San Giorgio a Cremano o gli artisti (Pino Daniele, Renzo Arbore, Riccardo Cocciante) che mi piacerebbe se un giorno passassero di qua a “trovarlo”... Lui non sapeva suonare ma amava la musica, (ha scritto una dozzina di canzoni, tra le quali Gesù Crist ricantata da Decaro). Il pianoforte, le chitarre, strumenti che aveva comprati per loro, per gli amici musicisti, per il gusto di condividere, di accoglierli, anche perché Massimo era un pigro che soleva ripetere: “Il punto più lontano? L’uscio di casa”». In quella Casa, ieri come oggi «entrano solo persone, non personaggi» che vogliono riascoltare la voce di un poeta «stregato da Pier Paolo Pasolini, al quale se la vita gliel’avesse concesso avrebbe dedicato un film», dice Maria. Generosità dell’uomo sempre pronto a dare una mano ai più deboli, e a scendere in campo contro l’amico fraterno Diego Armando Maradona per giocare con la Nazionale degli attori. Troisi giocava a calcio prima di tutto per raccogliere quella beneficenza che a lui stesso, grazie a una colletta popolare, l’aveva fatto volare fino all’ospedale di Houston dove aveva conosciuto una persona speciale, Anna. Una ragazza che ha contato molto nella sua vita, incontrata in America dove assisteva la mamma malata, Silvia, insieme al padre, il giornalista Italo Moretti. Anna se ne è andata improvvisamente, due giorni prima della morte di Massimo che, con quel suo cuore straziato, scrisse ai genitori: «Trovo crudele non dover parlare di Anna ma del suo ricordo. La sua dolcezza, il suo altruismo e la sua forza che ho potuto fortunatamente incontrare nella vita, resterà comunque patrimonio indelebile del mio spirito e del valore più alto dell’amicizia...». Non è mai morto Troisi, viva Troisi! E chiunque voglia abbracciarlo ancora non deve fare altro che bussare alla porta della sua Casa di San Giorgio a Cremano.

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