Musica. Umberto Tozzi, 40 anni con amore


Andrea Pedrinelli martedì 12 settembre 2017
Il cantautore festeggia “Ti amo”, la sua hit del ’77, con un concerto all’Arena di Verona il 18 settembre «La mia vera “Gloria”? Aver scritto brani che si cantano ancora»
Umberto Tozzi, 40 anni con amore

«Ricordo bene, quando scrissi Ti amo: ero a casa di Giancarlo Bigazzi, mio coautore, e venivamo dalla pessima accoglienza dl mio primo lp. Inizialmente la feci sentire agli amici chitarra e voce e tutti dissero che era una canzone forte, poi fu scelta come singolo per un nuovo album, ma sarò sincero: ho capito che svoltavo solo quando con Ti amo vinsi il Festivalbar del grande Salvetti, all’Arena di Verona. Subito dopo mi chiamarono dalla Francia, poi dalla Germania, poi dal resto d’Europa… E allora compresi che dovevo mettere da parte la pigrizia». Umberto Tozzi ricorda così la genesi del brano che lo lanciò nel 1977, mettendo le basi per farne l’artista italiano che ha venduto più dischi nel mondo e anticipando un’altra sua celebre hit, Gloria: messi insieme, i due gioiellini del pop nostrano hanno venduto qualcosa come 40 milioni di copie nel globo, e il 18 settembre Tozzi tornerà all’Arena di Verona dei rimpianti Festivalbar d’antan per celebrare la propria carriera partendo proprio dai quarant’anni compiuti in questo 2017 dal più anziano dei due brani, appunto Ti amo.

Quarant’anni fa, prima della suddetta hit, Umberto Tozzi era un autore di successo (per Wess e Dori Ghezzi, Marcella, Leali, Mina); aveva suonato la chitarra in dischi della Numero Uno di Battisti e collaborato a un lp di Ivano Fossati; ma come cantautore veniva per l’appunto dal flop di Donna amante mia: disco che pur contenendo pezzi notevoli come la stessa title track o Io camminerò si era fermato a seimila copie, cifra oggi utopica per molti figli dei talent, ma nel ’76 mega-flop. Poi fu Ti amo: di lì la nascita di una cifra d’autore unica, con la scrittura rock-sinfonica di Tozzi e l’arte poetica fatta di tronche all’inglese di Bigazzi, che via via portò Umberto Tozzi a Tu, Stella stai, Gli altri siamo noi, Io muoio di te e numerose altre hit, in una carriera da venti e passa album e notorietà assoluta dal Sudamerica agli States. Il 18 a Verona (e il 19 in prima serata su Canale 5) Tozzi festeggerà Ti amo ospitando sul suo palco Anastacia (con cui duetta nella versione 2017 del brano), Ruggeri e Morandi (con cui vinse Sanremo ’87), gli amici e spesso collaboratori Masini e Raf, e ancora Fausto Leali.

Dica la verità Tozzi, ma Ti amonon le è mai venuta a noia?
«No: è vero, ho fatto tanto altro, ma un pezzo che ti dà riconoscibilità nel mondo è roba di pochi».

All’epoca però venne criticato, per aver fatto rinascere il cantar d’amore nell’epoca della “musica ribelle”...
«Fu un problema più con le femministe, Ti amo. Non gradivano il verso sull’abbracciare una donna che stira cantando, che io ho sempre vissuto come gesto d’affetto; e fui perseguitato dalla critica, semmai, anche se negli anni molti si sono pentiti di avermi bollato come autore di canzonette estive».

Cosa ha imparato da Giancarlo Bigazzi sullo scrivere canzoni?
«Giancarlo mi ha insegnato a mettere insieme note forti e parole importanti. Non fu facile scrivere sulla mia musica, molto “inglese”: dovette puntare sul suono e rinunciare a qualche concetto, ma è stata questa la chiave per il mio successo estero».

E dire che lei non voleva fare il cantante… «Vero, semmai il chitarrista. Cosa che feci per anni, prima d’incontrare Bigazzi e che Cerruti della Cgd dicesse di farmi cantare avendomi sentito nei provini. Ma hanno dovuto convincermi, sul palco mi sentivo solo e poi… non mi piaceva la mia voce!».

Suo fratello maggiore Franco (otto anni in più), nel ’65 era diventato popolare cantando I tuoi occhi verdi: poi, l’oblio. Quell’esperienza come l’ha vissuta?
«Fu importante perché mi trovai la chitarra in casa: e quindicenne suonai nel suo gruppo. Ma Franco era di un’altra epoca, l’interprete che cercava canzoni per sé: e il fatto che poi fosse tornato a un’esistenza normale non mi colpì, avevo tanta passione che alla fine, anche contro mio padre che mi voleva in banca, questo mestiere me lo sono inventato. Scoprendolo col tempo, quanto pelo sullo stomaco serva in esso».

Lei faceva la fila a Milano per fare lo strumentista assieme a gente come Bennato, Graziani, Nannini.
«E ci si confrontava: oggi si confrontano con un computer… Eppure non ne ricordo uno che si perse per strada, mentre negli ultimi quarant’anni la nostra musica ha perso tanto da allora. Mancano personalità vocale, originalità di scrittura, capacità di dare suono riconoscibile a quanto si scrive ».

In compenso dilaga il rap, di cui lei scrisse nel ’96 in Monotonia rappeste e corna: che ne pensa ora?
«Beh, non mi convinceva allora e non mi convince ora, non mi trasmetteva emozioni al tempo e non accade adesso: penso che riscriverei quel brano tal quale».

Qual è il suo rammarico maggiore di questi 40 anni sotto i riflettori?
«Sono dischi come Il grido, produzione e scrittura di livello ma senza ascolto. Però ci credo sempre, al fatto che essendo noi artisti privilegiati sia importante provare anche a scrivere cose impegnate ».

E l’orgoglio maggiore di questa sua carriera qual è?

«Aver scritto canzoni che si cantano ancora, e aver aperto la strada per la musica italiana all’estero: non era scontato nel ’77, sono stato apripista dei vari Eros Ramazzotti, Zucchero, Laura Pausini».

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