mercoledì 14 settembre 2016
Tortora, la voce degli innocenti
«Dunque, dove eravamo rimasti?». Così si ripresentò Enzo Tortora davanti all’Italia e al suo pubblico fedelissimo di Portobello (la trasmissione cult di Raidue) la sera del 20 febbraio 1987. Era il ritorno, del più elegante, il più colto dei conduttori di mamma Rai, dall’inferno del carcere e una condanna assurda, quanto infondata, dalla quale era uscito assolto con formula piena esattamente trent’anni fa. Il 15 settembre 1986 Tortora venne definitivamente scagionato dalle accuse di associazione a delinquere e di stampo camorristico «per non aver commesso il fatto» e da quelle di spaccio di droga «perché il fatto non sussiste». Un processo kafkiano al quale rispose con una strenua difesa socratica.Ma intanto dovette sopportare, con danni postumi e letali alla sua salute, uno stillicidio durato 1.185 giorni e conclusosi all’indomani dell’ultima accorata difesa dinanzi ai giudici. «Signori della Corte, io dovrei concludere dicendo: “Ho fiducia”. Rimbalzo la domanda: avreste fiducia voi? Io vi dico: sono innocente! Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi nel dibattimento. Io sono innocente. Spero, dal profondo del mio cuore, che lo siate anche voi». Così parlò Tortora il 13 settembre di trent’anni fa dinanzi alla quinta sezione del Tribunale di Napoli: quell’ultima Corte presieduta dal giudice Antonio Rocco che finalmente poneva fine al più grande abbaglio giudiziario del secolo scorso. Un calvario vissuto tra mille sofferenze fisiche e psicologiche, ma con il proverbiale orgoglio e la dignità che aveva contraddistinto tutta la sua carriera professionale. Un dolore inenarrabile, ma che trova invece la sua piena e struggente narrazione nelle lettere dal carcere che inviò alla sua compagna, Francesca Scopelliti. L’adorata “Cicciotta” le ha raccolte in un volume, Lettere a Francesca (Pacini, pagine 214, euro 18,00) che è un autentico pugno allo stomaco e uno schiaffo alle coscienze di tutti coloro che si sono macchiati della fine precoce e ingiustificata di un uomo giusto.Il 17 giugno 1983 Tortora varcò in manette la soglia del carcere di Regina Coeli e l’uomo rinchiuso in una cella nella prima lettera spedita a Francesca “gridava” «amaro, distrutto» di sentirsi «cambiato dentro» e aggiungeva con flebile speranza: «Se resisto, lo faccio con orgoglio disperato, e per dimostrare alle figlie (Gaia e Silvia), a tutte le persone che mi stimano e che mi hanno amato, a te, a tutti che non sono un gangster». Tra giorni bui, interrotti da tenui raggi di sole che filtravano dietro le sbarre, Tortora non si arrese alla masnada di pentiti e di camorristi che lo avevano trascinato nel fango e sottoposto a una gogna che fu anche mediatica. Folta la schiera dei detrattori, dei nemici giurati (mossi per lo più da invidia personale verso un fuoriclasse scomodo del giornalismo) che inLettere a Francesca sono elencati al capitolo “Giornalismo antropofago”. Una sequela di sviste non sempre d’autore, di malignità gratuite e di una sete sanguinolenta di giustizialismo nei confronti di Tortora di cui chi è ancora in vita si spera si sarà ravveduto e scusato (di molti dubitiamo). È il caso, raro, di Paolo Gambescia, che ha dovuto rivedere quel suo sibillino e avventato: «Perché i pentiti avrebbero dovuto avercela con lui?». E chi è passato nel mondo dei più, come il pur stimato narratore Giovanni Arpino si spera che abbia cancellato quel cinico «tempi duri, tempi durissimi per gli strappalacrime », vergato sulle colonne de “Il Giornale”, il 19 giugno 1983.Attacchi vigliacchi di chi, forse, non gli perdonava il successo e quella profondità da filosofo del piccolo schermo che anche nei giorni dell’abbandono scriveva sulle ali della libertà: «Più crolli nel pozzo della vergogna, più hai desiderio di volare. E adesso volo». Il primo Natale trascorso in cella, nel più “umano” carcere di Bergamo dove venne trasferito, Tortora scriveva alla sua “Cicciotta”: «Io mi faccio forza, bevo sino in fondo, ma sino in fondo, l’oltraggio così infame e meschino. Ma è meglio sai? Aumenterà il conto che dovranno pagare. E lo pagheranno, dovessi morirci». Ha bevuto fino ad avvelenarsi i polmoni quella cicuta quotidiana. L’ha sorseggiata un poco alla volta e ad addolcirla c’erano solo le lettere di Francesca, le testimonianze di affetto dei pochi amici veri rimasti, ma anche il tanto amore di quella «cara buona gente che mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e questo non lo dimenticherò mai». Tortora non dimenticò mai la solidarietà dei compagni di cella, quei compagni di sventura che a un certo punto al conduttore parvero le uniche creature buone e leali in un Paese feroce e insensato in cui «solo i bimbi, i pazzi, e i magistrati non rispondono dei loro crimini ». Avrebbe strappato il passaporto e sarebbe fuggito via lontano, magari davanti al mare, in compagnia del suo amore, al quale scriveva: «A nessuno umano è capitata una storia “così”. Forse nel medioevo. Ma noi ci siamo, Francesca mia, e il medioevo è qui». A strapparlo dalle torture da nuovo medioevo intervenne allora Marco Pannella che gli propose di combattere per sé e per le tante, troppe vittime perpetrate dal nostro sistema giudiziario. Un anno dopo il suo arresto, il 17 giugno 1984, Tortora viene eletto al Parlamento Europeo nelle liste del Partito Radicale. Ottiene la fiducia e il consenso di 485mila italiani che lo invitano a proseguire la battaglia. Ma la “malagiustizia” non gli concede sconti: il 17 settembre 1985 lo condanna a dieci anni di reclusione, 50 milioni di multa e l’interdizione dai pubblici uffici. Tortora risponde colpo su colpo e non teme il carcere, né gli arresti domiciliari ai quali si riconsegna (il 29 dicembre 1986), ma prima aveva tuonato alla pubblica ottusità il suo status di «colpevole di essere innocente... Non dubitate che in carcere sarò e resterò persona libera, più libera certo di coloro che hanno voluto mandarmici». Della sua innocenza non aveva dubitato un solo istante l’altro Enzo nazionale, Biagi, che rivolgendosi alla Corte con la sua sagace e tagliente ironia scrisse su “La Repubblica” del 4 agosto 1983: «Signor Presidente, chi risarcirà Tortora di queste calunnie? Col pappagallo dovrà forse andare a distribuire i pianeti della fortuna? Del resto, visto come va la giustizia, a chi si dovrebbe affidare?». Nei pomeriggi tristi e solitari delle sue prigioni Tortora si affidò alla sua grande passione, la letteratura. Sotto la luce fioca, nelle lunghe notti dietro alle sbarre divorava uno dietro l’altro libri raffinati, titoli originali, come Marte in ariete di Alexander Lernet-Holenia, «un bellissimo romanzo alla Von Trotta» e ne consigliava, amorevole, la lettura a Francesca. Tortora è stato il più poetico dei volti e delle voci prestate al giornalismo e se ne accorse un maestro come Leonardo Sciascia che non l’aveva mai visto in tv, ma conoscendolo di persona negli anni del martirio giudiziario si era legato a lui e ne condivideva le affinità elettive. «Il nostro parlare era di Stendhal, di vecchi libri di vecchie incisioni », scrive Sciascia che aveva salutato Tortora pochi giorni prima che morisse, il 18 maggio 1988. La grande anima di Racalmuto era rimasto colpito dalla sofferenza di quella ma-lattia (cancro al polmone) che si portava dietro dalla gattabuia in cui lo avevano sbattuto da innocente, ma soprattutto dal suo spirito combattivo: «Parlava con precisione e passione nella grande illusione che il suo sacrificio potesse servire a qualcosa – scrive Sciascia –. Con questa illusione è dunque morto. Speriano che non sia davvero un’illusione». Ecco dove siamo rimasti. Davanti alla tomba di Enzo Tortora – al Famedio del Cimitero Monumentale di Milano – dove a futura memoria sta inciso sulla pietra: «Che non sia un illusione».
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