sabato 1 ottobre 2016
Tonelli, lettere da Mogadiscio

«Quando fai qualcosa per gli altri, nessuno dovrebbe saperlo. Lo credo fermamente». Lo dice con tono gentile, Annalena Tonelli, ma deciso. Che non ammette repliche. È il 2002, l’anno prima che venisse uccisa a Borama, in Somaliland. Annalena ha già vissuto oltre trentatré anni di impegno, condivisione, dedizione totale ai “suoi” somali, prima in Kenya e poi in Somalia. Eppure di lei si sa poco e niente. Ha attraversato massacri, guerre, faide, violenze e abusi di ogni tipo. Sempre in prima linea e, allo stesso tempo, nel quasi assoluto nascondimento, vivendo sulla pelle dei “suoi” e dunque sulla propria pelle, le peggiori atrocità. 

E ciononostante, confermando sempre e comunque la sua più profonda convinzione: «Che Dio c’è e che Lui è un Dio d’amore». In quella settimana passata con lei a Borama, nel suo ospedale contro la tubercolosi – dove combatteva contro la malattia e il pregiudizio, contro le ingiustizie e i soprusi – Annalena raccontava di continuo storie di Somalia. Quelle stesse che oggi sono finalmente accessibili a tutti, grazie alla pubblicazione della sua fittissima corrispondenza, curata dal fratello Bruno, dall’amica di sempre Maria Teresa Battistini e da Enza Laporta. Lettere dalla Somalia.1985-1995 (Edb) – che fa seguito a un altro volume, Lettere dal Kenya. 19691985 (sempre di Edb, 2014) – aggiunge altra luce preziosa alla figura di questa donna unica e straordinaria, che molti hanno conosciuto solo dopo il barbaro assassinio nell’ottobre del 2003.

Era difficile raccontare Annalena, una persona che sfuggiva a tutte le categorie: intelligente, indipendente, grandissima lavoratrice e organizzatrice, di una dedizione straordinaria ai suoi ammalati e soprattutto di una profondissima spiritualità. Una donna complessa e “radicale”, che aveva scelto di «essere per Dio e per i poveri in Dio». E in questo amore aveva trovato il senso di una vita degna di essere vissuta: «La migliore delle vite possibili », diceva lei. Ecco perché è importante che Annalena oggi racconti se stessa. Questa raccolta di lettere rappresenta, al tempo stesso, una ricchissima testimonianza intima e spirituale e un documento storico minuzioso e inestimabile. Annalena scriveva moltissimo e, in un’epoca in cui non esistevano internet e smartphone, trovava sempre i mezzi più ingegnosi per far giungere le sue lettere a destinazione. Spesso sono grida di dolore e di fede. 

«Carissima mamma – scrive da Modagiscio il 26 gennaio 1987 – i poveri, i malati sono un dono talmente grande che va evidentemente guadagnato con tantissima indicibile sofferenza. Quando finalmente tornerò a servire dei poveri e dei malati, a condividere la loro vita, io tornerò a essere un canto prorompente, felice, appassionato di rendimento di grazie a Dio. Non c’è altro che io desideri sulla faccia della terra». Non sono ancora gli anni bui della caduta di Siad Barre, nel gennaio 1991, che ha portato la Somalia a sprofondare in un abisso di caos e terrore da cui non è ancora uscita.

Ma il clima è già di «confusione, di non bello, di non onesto, di non vero». Poi scoppia la violenza, brutale, cieca, che non guarda in faccia nessuno. Tutti gli occidentali fuggono. Lei resta, fa ripulire la città di Mogadiscio ingombra di cadaveri insepolti, organizza un centro nutrizionale presso il Sos con le suore della Consolata Marzia, Maria Antonia e Bernardina, riattiva l’ospedale Forlanini, fa arrivare in città i pochi aiuti umanitari che riescono a filtrare, grazie anche all’ambasciatore italiano Mario Sica, che la ricorda come una «straordinaria figura di missionaria laica, che ha dedicato la sua vita nello spirito del Vangelo al popolo somalo». 

«Tutte le donne sono state ripetutamente violentate – scrive in quei giorni Annalena –, bambine, ragazze, vecchie, tutte sotto gli occhi dei loro uomini poi messi al muro e uccisi; alcune incinte sventrate, il feto cacciato sotto la testa della madre: cuscino del sonno di morte, ultimo dileggio…». Mentre i giovani «sono come un branco di animali selvaggi allo sbando e si drogano follemente tutti… Molti di loro dovevano combattere, avevano paura, avrebbero fatto qualsiasi cosa pur di acquistare coraggio».  

Da Mogadisco a Merca, Annalena trova, oltre alla guerra, una terribile carestia che uccide la gente come mosche. Nei giorni passati insieme a Borama, ricordava quegli anni orribili: «Come nella Bibbia, era il tempo in cui il marito è contro la moglie, il fratello contro il fratello, il tempo in cui c’è così tanto odio che ci si rivolta gli uni contro gli altri… Così è stata la Somalia».

Eppure Annalena, che non risparmia dettagli sulle atrocità viste e vissute in quegli anni di follia mortifera, alla fine torna sempre, insistentemente, al cuore e al senso della sua presenza in quel mondo martoriato: «Semplicemente mi vedo: io sono capace solo di servizio, di lavare i piedi in tutti i sensi ai derelitti, null’altro mi attira [più] di questa care per quelli che nessuno ama, per quelli che misteriosamente – perché Mistero è – non hanno nulla di attraente in nessun senso e agli occhi di nessuno; non potrei mai abbandonare questi poveri, questi abbandonati, e fino a quando Dio mi darà la vita, io sarò con loro e per loro». E così è stato.

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