sabato 2 ottobre 2021
A Gorizia Frances Stonor Saunders e Gianni Oliva ricordano in un incontro l'attentato di Violet Gibson a Mussolini nel 1926
Mussolini con un vistoso cerotto sul naso nei giorni successivi all'attentato perpetrato da Violet Gibson nel 1926

Mussolini con un vistoso cerotto sul naso nei giorni successivi all'attentato perpetrato da Violet Gibson nel 1926 - WikiCommons

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Era il 7 aprile del 1926 quando a Roma, davanti al Campidoglio, due braccia si sollevarono in contemporanea, una, quella di Mussolini, nel fare il saluto fascista, l’altra, di una donnina un po’ dimessa, per sparare un colpo di pistola. Venti centimetri era la distanza tra i due, che non si erano mai incontrati prima, “a volte l’omicidio può diventare una questione terribilmente intima”, annota Frances Stonor Saunders, autrice del romanzo storico “La donna che sparò a Mussolini” (ed. Leg), ospite sabato 2 ottobre al Festival èStoria di Gorizia, dedicato in questa XVII edizione al tema della “Follia”.

Lo sparo sfiorò solo la cartilagine del duce, che ne uscì con un cerotto al naso, e la storia virò verso il corso che conosciamo: l’Italia sarà trascinata dal fascismo nella catastrofe della seconda guerra mondiale e l’attentatrice mancata, l’irlandese di alto lignaggio Violet Gibson, finì la sua vita in manicomio su suolo inglese. Follia o coraggio? Esaltazione o eroismo? Uccidere il tiranno (o chi è visto come tale da chi intende eliminarlo) è sintomo di pazzia o lucido disegno politico? La storia è piena di eroi o terroristi a seconda della prospettiva in cui sono visti (persino Nazario Sauro o Garibaldi sono patrioti o traditori, se a considerarli sono una storiografia o l’altra di segno opposto), ma la vicenda umana di Violet Gibson è stata subito cancellata in modo “bipartisan” dagli uni e dagli altri in quanto scomoda a tutti: al fascismo perché il fatto che ad aggirare la sicurezza fosse stata una donna imbarazzava il duce, ai britannici e alla stessa famiglia della Gibson perché in quegli anni Mussolini affascinava ancora l’élite intellettuale e politica d’oltre Manica e inoltre i comportamenti di Violet erano poco esemplari, specie nell’ambiente aristocratico in cui era cresciuta (era figlia di Edward Gibson, Lord Cancelliere d’Irlanda). Nata nel 1876, attentatrice nel 1926 a 50 anni, morì in manicomio nel 1956 dopo trent’anni di contenzione.

Fino a che non ci ha pensato la Saunders a riesumare la sua vicenda disperata e a studiare le ragioni del suo gesto: “Sono sempre stata attratta da come la storia sceglie i suoi soggetti – ha spiegato –, decidendo quali sono protagonisti e quali invece figure minori indegne di memoria. Stavo leggendo una biografia di Mussolini e un paragrafo citava appena questa donna, descritta come pazza zitella irlandese. Interessante! Ho cercato sui libri ma non trovavo traccia di lei, perché? Nel 1926 il duce subì altri quattro attentati e di questi si sa molto, in quanto a sparare erano stati degli uomini, ma Violet era stata sepolta. Così iniziò la mia ricerca”. La Gibson aveva sofferto fin da giovane di malesseri psichici ed esaurimenti nervosi, aveva già attentato alla vita di altre persone assolutamente casuali, compresa se stessa (nel 1925 un tentativo di suicidio), ma – sostiene l’autrice – l’attentato a Mussolini fu invece compiuto con totale lucidità e premeditazione durata un anno. “Insomma, la follia non esaurisce il suo gesto, per capirlo davvero bisogna tener conto della sua volontà di opporsi alla dittatura”. Pacifista, profondamente amante dell’Italia, sensibile, “convertita, ma in ambiente anglosassone si diceva ‘pervertita’, al cattolicesimo”, era davvero una personalità troppo complessa per accontentarci di una diagnosi più sociale che medica, e il libro della Saunders sonda, senza assolvere, l’ideale politico della sfortunata protagonista.

E’ d’accordo lo storico Gianni Oliva, secondo il quale “l’atto da lei compiuto è certamente di follia, immaginare un attentato a bruciapelo in piena Roma, senza prevedere nemmeno una via di fuga lo dimostra. Ma non necessariamente un atto di follia deve nascere dalla pazzia: Mussolini era il fascismo, senza di lui il fascismo non ci sarebbe stato e la Gibson lo sapeva bene, così aveva meditato di cambiare la storia. Sarebbero bastati due centimetri di mira in più… La storia cambia non solo per le grandi azioni di massa, ma spesso per le piccole casualità come questa”. Due centimetri, dunque, e nulla di quanto è accaduto sarebbe successo, per lo meno non così com’è andata. “Che senza Mussolini non ci sarebbe più stato il fascismo è chiaro – continua Oliva –, tant’è che dopo l’Armistizio del ’43 e il suo trasferimento in Germania, Hitler gli chiese: ‘Ma cos’era questo fascismo che si è sciolto come neve al sole?’ I 24milioni di tesserati erano spariti di colpo. Ecco, tutto questo la Gibson lo aveva capito”.

Follia, dunque, ma lucida e politicamente consapevole. E d’altra parte che categoria è, in realtà, quella della follia? Chi è davvero matto e chi sano? Un dilemma antico quanto l’uomo, che ha percorso letteratura e musica, pittura e teatro, filosofia e medicina, ma che non ha trovato soluzione. Inoppugnabile la provocazione della stessa Saunders: “Se guardiamo i comportamenti del duce e di Violet Gibson, troviamo molte analogie, eppure nessuno diede a lui del pazzo. Lei era stata aggressiva e violenta già con altre persone, è vero, ma Mussolini condusse al massacro centinaia di migliaia di italiani, e non fu follia vera questa? Era narcisista, nevrotico, esplosivo. Come giudichereste un uomo che si crede un Cesare? Anche la gestualità non è normale, eppure la storia decreta che lei è matta e lui no”. Al misticismo allucinato della Gibson (“Dio mi ha chiesto di sparare”) non corrisponde la delirante “fede” pretesa da Mussolini con il motto “la folla non deve sapere, deve credere”, che in fondo decreta la sospensione della ragione?

Gianni Oliva, a differenza della Saunders, non considera però la follia una delle categorie della storia, altrimenti finiremmo per assolvere tutti: “Se pensi al nazismo, non puoi non pensare alla pazzia – spiega –, ma i forni crematori furono disegnati da ingegneri, le camere a gas studiate da chimici perché il gas fosse il più letale ed economico, e lo stesso possiamo dire degli ideatori dei gulag o dei Khmer Rossi sterminatori in Cambogia… Mussolini fu responsabile di un percorso che portò l’Italia alla catastrofe, ma Chamberlain e Churchill hanno finto di non capire, gli inglesi vedevano il duce come un utile antagonista del bolscevismo, così come in tempi recenti Saddam Hussein è stato sostenuto dall’Occidente come argine al khomeinismo. La storia è fatta di tanta mancanza di coscienza, ai livelli bassi come agli alti”.

In fondo a Mussolini gli attentati subìti facevano pure comodo, poteva giocare la carta del complotto per avvalorare il suo giro di vite verso la dittatura – commenta Oliva –, Violet gli servì, poi fu reclusa per sempre”. Una sorte analoga a quella, più terribile, di Ida Dalser, prima moglie di Mussolini e madre del suo primogenito Benito Albino, internata a vita, da sana, con il figlio perché ormai scomoda alla sua carriera.

Anche gli atteggiamenti “lombrosiani” del duce al balcone, labbro sporgente e pugni sui fianchi, di folle hanno solo l’apparenza, perché in realtà, avverte Oliva, dietro c’è un programma astuto: Mussolini ha capito per primo che dopo la Grande guerra, che in Italia ha mobilitato per la prima volta nella storia addirittura 5 milioni e 200mila uomini, è nata “l’opinione pubblica”, fino al 1918 non c’era famiglia da Nord a Sud che non avesse almeno un familiare al fronte e tutti si informavano, volevano sapere i nomi dei comandanti, i luoghi delle battaglie, l’andamento della guerra… “Insomma, Mussolini capiva che dopo il ’18 non si sarebbe più potuto affermare un regime senza il consenso dell’opinione pubblica, e organizzò anche se stesso in funzione di questo”. A partire dai suoi discorsi teatrali, tant’è che se li trascrivessimo riempiremmo mezza pagina: “Parlava molto lento, faceva pause ad effetto, usava tanti avverbi, stava sempre in piedi, addirittura sulla costa romagnola passò in rassegna la folla camminando a dorso nudo. Oggi vi immaginate se lo facesse Draghi?”.

La follia, se ne desume (e sono decine gli incontri di èStoria che lo dimostrano in questi giorni) è un fatto piuttosto relativo. “I manicomi dell’Inghilterra vittoriana erano pieni di donne troppo moderne – ha concluso Frances Stonor Saunders – che volevano fare cose da maschi, ad esempio andare in guerra coi soldati, o non si accontentavano di dover scegliere un buon marito per alimentare il patrimonio familiare. Violet era troppo diversa dal suo ambiente, Violet soffocava”.

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