domenica 11 novembre 2018
Parla Daniele Cossellu l’86enne fondatore dei Tenores di Bitti, divenuti un fenomeno mondiale: «Ma se non fosse stato per Andrea Parodi avrei perso il treno di Peter Gabriel»
Daniele Cossellu (il primo da destra) con i Tenores di Bitti.

Daniele Cossellu (il primo da destra) con i Tenores di Bitti.

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«Se non fosse stato per l’amico Andrea Parodi che ha tanto insistito, avrei perso il contratto con Peter Gabriel che voleva pubblicare i Tenores di Bitti con la sua etichetta Real World. Noi però il mondo lo avevamo già girato per 20 anni prima che arrivasse lui». Sorride con fierezza tutta sarda, strizzando gli occhi svegli Daniele Cossellu, 86 anni portati come un ragazzino («ho un segreto, vado in campagna tutti i giorni a occuparmi del frutteto e dell’uliveto», svela), che nel 1974 fondò i Tenores di Bitti “Remunnu ’e Locu”, la più famosa formazione di canto a tenore della Sardegna, diventata un fenomeno mondiale. Fra i tanti riconoscimenti anche il Premio Albo d’Oro 2018, consegnatogli ieri sera a Cagliari dal Premio Andrea Parodi, in chiusura di una tre giorni densa di concerti e incontri dedicati alla musica del mondo. L’unica manifestazione in Italia dedicata alla world music, che da 11 anni viene promossa dalla Fondazione Andrea Parodi, capitanata dalla moglie e dai figli del leader dei Tazenda, prematuramente scomparso nel 2006, che era diventato un pioniere di questo genere musicale in Italia. Si sono sfidati all’Auditorium Comunale di Cagliari nella finale di ieri sera, in una gara ad alto tasso qualitativo, gli otto gruppi giovani in gara provenienti dalla Sicilia, il Piemonte, la Liguria e Cipro dove il genovese si è mescolato allo wolof, il lugodorese alla lingua d’Oc, il greco allo swahili. A vincere il Premio Andrea Parodi i napoletani la Maschera, premio della critica ai ciprioti Monsieur Doumain. La standing ovation, però, è stata per Daniele Cossellu, un uomo caparbio, calzolaio per 53 anni nel paesino di Bitti, in provincia di Nuoro, che non solo è riuscito a salvare la tradizione di un canto millenario ma anche a far sì che venisse riconosciuto patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco nel 2008.

Maestro, se lo sarebbe mai aspettato da ragazzo che il canto a tenore tradizionale sarebbe diventato patrimonio dell’umanità?

«È un grande riconoscimento, che significa anche preservare l’eredità degli antenati che rischiava di scomparire. Nella prima metà degli anni 40 a Bitti, un paese di 6500 anime, allora erano circa 1800 le persone che cantavano a tenore. Si imparava a orecchio. Noi bambini imitavamo i giovanotti che tutte le sere intonavano le serenate sotto le finestre delle belle ragazze».

Era un altro modo di vivere.

«Non c’era la tv, non c’era la radio, non c’erano gli strumenti musicali. Quindi, dopo una giornata di lavoro, ci si vedeva con gli amici al corso e si andava a cantare per strada. Eravamo poveri di moneta, ma ricchi di molte altre cose. Poi abbiamo cominciato ad andare a cantare nelle bettole: non c’era altro modo di divertirsi. In 60 paesi della Sardegna si canta così, ma ognuno con un timbro diverso».

Lei però, ha sempre lavorato mentre faceva musica.

«A Bitti c’erano solo le elementari e durante la guerra non c’erano i mezzi economici per mandare i figli a studiare fuori. Finita la quinta elementare, mio padre, che era calzolaio, mi fece i complimenti e poi mi disse: “Ora siediti qui, vicino a me, e impara il mestiere”. Tutti facevano così, andavano a bottega e diventavano artigiani. Di lavoro ne avevamo tanto. Nelle sere d’inverno lavoravo fino alle dieci, undici di sera. Conservo ancora tutti i modelli di legno per le misure delle calzature».

E quando trovava il tempo per cantare?

«La domenica e le sere d’estate verso mezzanotte. Solo che eravamo perseguitati dai carabinieri per disturbo della quiete pubblica. Per due volte sono stato preso e mi hanno dato una multa salata. In casa mia non volevano che continuassi, ma se avessi smesso di cantare oggi si sarebbe persa la tradizione del canto a tenore di Bitti. Così ho resistito».

Cosa era successo?

«Col passare degli anni, ci consideravano musica vecchia. Per tre anni a Bitti abolirono i canti e i balli tradizionali durante il veglione di carnevale per fare posto al liscio che era considerato un ballo civile. Così con i miei amici, che erano una quarantina, organizzavamo le nostre feste alternative nei garage. Negli anni 60 cominciammo a cantare alle grandi feste, quella del Redentore a Nuoro, la Cavalcata di Sassari e la festa di sant’Efisio a Cagliari».

Qual è stato il punto di svolta che poi l’ha portata a fondare i Tenores di Bitti “Remunnu ’e locu”?

«Negli anni 60 ci fu una forte emigrazione dalla Sardegna verso le miniere di Francia, Olanda, Belgio, Germania. Moltissimi miei amici andarono via, e le tradizioni sarde cominciarono ad andare in crisi. Negli anni 70 arrivò la modernità coi suoi pro e i suoi contro. Fu allora che fondai l’attuale formazione perché non si perdesse il timbro particolare di Bitti. Sin da subito abbiamo cominciato a girare il mondo, Stati Uniti, Argentina, Canada e siamo stati accolti bene dappertutto».

Certo, l’incontro con Peter Gabriel che vi ha prodotto negli anni 90 ha suggellato la vostra fama internazionale.

«Peter Gabriel ha dato valore all’etnia mondiale. Era il 1995, lui sapeva che in Sardegna esisteva il canto a tenore, da un amico si è fatto inviare tutte le registrazioni che c’erano dei vari gruppi, ed ha scelto noi. Così la prima prova è stata l’esibizione a un grande festival di world music in Spagna organizzato dalla sua Womad. Alla fine dell’esibizione il direttore artistico ci disse che eravamo sotto contratto e ci avrebbe chiamati. Dieci giorni dopo ci comunicò la data di registrazione dell’album, ma coincideva con un nostro concerto a Budapest e dissi di no. Stavano quindi per scegliere un altro gruppo. Quando i Tazenda passarono da casa mia per salutarmi, raccontai la cosa a Parodi. “Ma lo sai chi è Peter Gabriel?” mi disse stupito. “Sarà pure un bravo cantante risposi - ma devo andare a Budapest. Un uomo che non mantiene la parola che uomo è? Io sono sempre vissuto in questo modo”. Però Andrea insistette e, dopo una notte insonne, alla fine mi decisi e accettai. Grazie a Peter Gabriel siamo stati a Singapore, in Nuova Zelanda e Australia. È un uomo umile e socievole, è pure venuto a trovarmi a Bitti.

Esistono dei giovani pronti a raccogliere la vostra eredità?

«Nel ’96 ero preoccupato perché nessuno a Bitti cantava più, e proposi di creare una scuola per i giovani che erano molto interessati. Così in tre anni formai una nuova generazione che ora ha dato vita a diversi gruppi di Tenores di Bitti. Dopo il riconoscimento Unesco nel 2009 venne creata una associazione di tutti i tenores della Sardegna. Insomma, il canto a tenore non morirà».

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