domenica 5 novembre 2017
Al torneo Next Gen riservato agli Under 21 si sperimentano nuove regole di gioco
Il tennis del futuro sbarca a Milano

Forse è così, forse l’unico modo di predire il futuro è davvero quello di inventarlo. Forse… Poi succede che il futuro arrivi tutto insieme, un po’ forzato, un po’ frettoloso, un po’ troppo stipato in un contenitore che potrebbe rivelarsi non adatto, o troppo piccolo, e allora c’è il rischio di non coglierlo appieno, di disperdere in una osservazione generale quei risvolti che meriterebbero attente valutazioni, perché più di altri potrebbero condizionarlo. Succede a Milano che il tennis abbia deciso di sollevare il velo sul suo domani, e mostrarlo apertamente così come potrebbe diventare, uomini e regole, filosofie e gesti tecnici, organizzazione e tecnologia, idee studiate a fondo di fianco ad altre appena abbozzate, di cui non è facile intuire il portato, se sarà davvero benefico o di segno decisamente negativo. Sette giorni per capire che cosa c’è oltre Federer e Nadal, per mettere alla prova qualcosa di mai visto prima. Servirà per farsene un’idea. Magari per bocciarla. Forse per spegnere il ciacolare di chi non osa immaginare un tennis senza quei due. E allora, via, avanti senza filtri. Guardatelo, il futuro. Questo potrebbe essere, vi piaccia o no.

Va in scena la Next Gen (torneo riservato agli Under 21 dal 7 all’11 novembre a Milano), signori, la prossima generazione. Nuovi volti, nuove regole, nuova filosofia. È l’ora di correre un rischio grande. Quello di scoprire che la prossima generazione possa rivelarsi più simile a una degenerazione. Ma forse no. Non per i ragazzi che si affronteranno sul campo, perlomeno. Manca il più forte, Sasha Zverev, vincitore di Roma e Montreal, ma solo perché è iscritto d’ufficio anche alle altre Finals, quelle di Londra, quelle adulte. Ma gli altri già da tempo si aggirano per il circuito in cerca di confronti con i più esperti, e da qualche mese svariati indicatori rivelano come non si tratti più di confronti impari, tutt’altro. Si va dai 21 di Karen Khachanov, Jared Donaldson, Hyeong Chung, Daniil Medvedev, ai 20 di Borna Coric e Andrey Rublev, fino ai 18 di Denis Shapovalov. Tre russi, un americano, un coreano, un croato, un canadese. L’ottavo sarà un italiano, ma verrà fuori da un torneo di qualifica, e ancora il nome non c’è. Tennis su due colpi, quasi per tutti, chi più chi meno. Gran servizio e dritto a chiudere il punto. Niente di nuovo, ma il tutto servito con una certa voracità giovanile. È la prima generazione tennistica nata sotto il segno della furia, dell’impazienza. Di poco divergenti, Chung il coreano (perse Wimbledon juniores contro il nostro Quinzi, ricordate?) e Coric il croato, più attendisti. Il talentoso del club è Denis Shapovalov, nato in Israele da famiglia russa poi approdata in Canada «dove il tennis lo si insegna meglio». Ma anche in questo, niente di nuovo: investire sui figli è tipico delle famiglie con uno spiccato Dna tennistico. Però divertente, il ragazzino, combattivo, molto sperimentale, non ancora afflitto dall’obbligo di ripagare i genitori che gli hanno preparato la strada.

La classifica dice che Andrey Rublev è il migliore del gruppo. Non altissimo, molto sanguigno, nel circuito lo giudicano un duro e non riscuote eccessive simpatie. Ha un dritto violento, talvolta sbadato, incisivo quando la palla resta fra le righe. Ma sono tutti tennisti assai vicini per qualità dei colpi e intensità nel disporli sul campo. Difficile scegliere un sicuro vincitore. Anche perché non si giocherà con le solite regole. Non sarà il solito tennis. Qui la sperimentazione entra nei massimi sistemi del nostro sport, e non è facile dire che cosa ne verrà fuori. I set milanesi si chiudono al quarto game, sul tre pari ne basta uno per intascarlo, lo stesso accadrà sul 40 pari, vince chi fa il punto senza andare ai vantaggi. Ma la distanza sarà quella dei cinque set… 42 41 34 04 43, non sarà facile abituarsi. Sembrano i voti di una brutta pagella. Dicono sia un tennis più televisivo, più tagliato per i format online. Ottimo per i telefonini. E più giovane, perché il pubblico giovane si stufa presto, e una partita di tre ore non la sopporta. Può darsi, ma non l’avremmo mai detto nell’osservare il tifo (giovane e no) che sollevano certe battaglie tennistiche nelle quali colpi, sudore e ribaltoni nel punteggio si alleano al tempo che serve per decretare l’eroe vincitore. Però, sì, forse sui telefonini un 4-2 si segue meglio che un 7-6 con tie break a 18 punti. E un 4-3 prende il tempo quasi esatto di un percorso in metropolitana. Sempre che là sotto il telefonino funzioni. Forse occorre rifare entrambi, il tennis e le metropolitane. Chissà.

Ma è giusto che uno sport così internazionale dipinga scenari futuri e si ponga domande su di essi, su come adattarsi e come cavalcarli. O forse il problema è nostro, che non troviamo mai uno scenarista che dipinga il futuro come piace a noi. Perché diciamola tutta, se il tennis andrà a 4 game, quale sarà la risposta dei coach e delle scuole di formazione? Facile, avviare al tennis solo bambini alti un metro e ottanta a tredici anni, in modo di averli a due metri quando servirà. Logico… Se accorci le partite e togli il tempo per ottenere un break, io rafforzo il servizio e vinco con quello (entrerà in vigore anche il no-let, se la pallina durante il servizio colpisce il nastro lo scambio prosegue, come già avviene per tutti gli altri colpi). Il tennis del futuro somiglierà a un poligono di tiro? Saranno tutti alti due metri e quindici? Può darsi. Cambierà anche il modo di arbitrare le partite.

A Milano ci saranno un arbitro e un computer, spariranno i giudici di linea, e gli “out” urlati come al mercato del pesce. Una voce impostata, e un po’ impastata di elettronica, dirà ai tennisti se la palla è fuori. Sul trespolo lassù, l’arbitro ne prenderà atto. È l’evoluzione dell’Occhio di Falco, figlio intelligente della moviola che usa il calcio per il Var, dove ancora si “tirano le righe” per cogliere un fuorigioco. Nel tennis entra in scena L’Hawk Eye Innovations, ma potete chiamarlo anche Electronic Line Calling System. C’è una cabina di regia e le chiamate giungeranno dal responso incrociato delle telecamere azionate dai computer. Molti ritengono che l’uso dell’elettronica imparenti calcio e tennis, ma la filosofia è opposta. Nella sua esigenza di sentirsi sport il tennis insegue da sempre l’idea di esautorare l’arbitro, prima moltiplicandone la presenza sul campo (un giudice di sedia, sei di linea… 14 occhi giudicano meglio di 2) ora cancellandolo. Lo sport è tale se offre al suo pubblico la certezza del risultato finale, e l’uomo poco corrobora simili pretese. Il tennis è disposto a eliminarlo. Il calcio invece preferisce essere gioco, prima di tutto. Un gioco a carattere sportivo. E procede in senso opposto, aiutando l’arbitro nel disbrigo delle faccende, ma aumentandone il potere. Lui soltanto è il gestore del Var, concetto che il tennis rifiuterebbe a prescindere. Qui, semmai, il problema è come trasformare una filosofia nello spettacolo che il pubblico cerca. Maxi schermi, decisioni che tutti possono condividere. Il futuro è denaro, il punto è sempre quello.

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