martedì 9 gennaio 2018
Nata nel III secolo nel regno di Aksum è, con 35 milioni di fedeli, la principale confessione in Etiopia. Da sempre aperta al mondo giudaico e all'islam, ha una ricchezza teologica propria
Tawaedo, la Chiesa ortodossa nel cuore dell'Africa

Una Chiesa africana nata e fiorita ben prima di tante cristianità occidentali. Custode di una tradizione liturgica e spirituale propria, legata a una lingua particolarissima come il ge’ez. E forte di una storia che, tra mille traversie, l’ha vista resistere come un’isola tanto all’avanzata dell’islam quanto alle altre dominazioni coloniali. C’è il racconto di tutto questo nella monumentale Storia della Chiesa ortodossa tawahedo d’Etiopia, il libro in due volumi (oltre 2000 pagine complessive) in cui le Edizioni Terra Santa per la prima volta raccolgono in maniera sistematica le origini e le diverse tappe della vita di un cristianesimo e di un Paese colpevolmente dimenticati. Un lavoro straordinario compiuto da Alberto Elli, che grazie alla sua passione profonda per il cristianesimo d’Oriente sta realizzando una serie di opere fondamentali per la riscoperta delle radici di un mondo che incrociamo sempre più spesso ormai anche sulle nostre strade.

«Pur essendo, con quasi trentacinque milioni di fedeli, una delle maggiori Chiese ortodosse orientali, seconda solo a quella russa, e con una tradizione di poco inferiore ai 1700 anni - scrive Elli nell’introduzione all’opera - la Chiesa etiope è ben poco conosciuta in Italia, anche se il nostro Paese ha avuto con l’Etiopia stretti legami». L’allusione al periodo coloniale è evidente; una ferita che l’opera non manca di indagare anche nei suoi volti più vergognosi. Ad esempio la strage di Dabra Libanos, il massacro di un’intera comunità monastica pianificato e fatto attuare dal generale Rodolfo Graziani il 20 maggio 1937 come rappresaglia a un attentato subito poco tempo prima. Una barbarie che Elli analizza nel suo contesto, ricostruendo come fin dall’inizio l’Italia coloniale fascista avesse perseguitato gli ortodossi etiopi per un preciso disegno politico: favorire le popolazioni musulmane, più accondiscendenti verso i nuovi conquistatori arrivati con una visione 'imperiale' nella quale non c’era posto per le antiche radici cristiane di un popolo. Sono proprio queste radici che la ricostruzione di Elli aiuta a riscoprire.

Scorrendo i due volumi non si può fare a meno di stupirsi per l’abbondanza di legami tra le vicende di questa comunità e tante altre storie. Ad esempio quella sulle influenze giudaiche nell’antico regno di Aksum e sull’origine dei Falasha, popolazione etiope che Israele stesso riconosce come parte delle 'tribù perdute'. La leggenda attribuisce questo legame alla figura biblica della regina di Saba, che secondo alcuni di questi racconti avrebbe avuto un figlio da Salomone, il quale sarebbe dunque capostipite anche dei re dell’Etiopia. Di storico c’è certamente la presenza di una comunità ebraica fin dal settimo secolo a.C. sull’isola di Elefantina, nella parte meridionale del Paese. Ma secondo alcuni studi citati da Elli non sarebbe affatto questa l’origine dei Falasha; molto più probabilmente la radice va cercata nel contesto fortemente giudaizzante del cristianesimo dei primi secoli in Oriente. I Falasha potrebbero essere dunque cristiani convertitisi al giudaismo in epoca successiva, piuttosto che ebrei sottrattisi alla cristianizzazione del Paese.

Altri racconti affascinanti della tradizione ge’ez sono quelli sulla Sacra Famiglia che avrebbe fatto tappa in Etiopia durante la fuga in Egitto. Ricostruzione evidentemente impossibile da valutare storicamente; ma comunque all’origine di un gioiello della spiritualità come il Kidana mehrat, il 'patto della misericordia': la Madre, sopravvissuta alla fuga dolorosa, avrebbe stretto un patto col Figlio per ottenere la salvezza a «chi fa la mia commemorazione o edifica chiese nel mio nome», ma anche a chi «veste gli ignudi e visita gli infermi, ciba l’affamato e dà da bere all’assetato, consola l’afflitto e accontenta il triste», a memoria «della fame e della sete e di ogni tribolazione che mi toccarono insieme a te». Al di là delle tradizioni, come Elli spiega ampiamente, la conversione al cristianesimo nel regno di Aksum e il radicamento nel Paese attraverso il monachesimo iniziarono in realtà nel IV secolo d.C. con Frumenzio, l’evangelizzatore che sarà consacrato vescovo ad Alessandria, sancendo così il legame con la sede dei copti. Ma il cristianesimo etiope nei secoli manterrà comunque un’identità propria, con l’appellativo di tawahedoche in lingua ge’ez sta a indicare l’unione in Cristo delle due nature, segnando così la posizione della Chiesa etiope nel grande dibattito del cristianesimo dei primi secoli.

Nel libro riaffiora però anche un’altra storia, che riletta con gli occhi di oggi diventa particolarmente significativa: quella dell’ospitalità che l’allora potente re cristiano di Etiopia riservò all’inizio del VII secolo ai primi compagni di Maometto, perseguitati alla Mecca dai Quraysiti agli albori dell’islam. Un gesto di generosità che secondo un hadit (un detto attribuito al Profeta) avrebbe guadagnato l’ingiunzione a «non portare il jihad contro l’Etiopia», tradotto poi da alcuni autori musulmani in uno statuto che non includerebbe il Paese del re di Aksum né nel Dar-al-islam (i territori già soggetti all’islam) né nel Dar al-Harb (la 'casa della guerra', cioè le regioni ancora da conquistare). La storia raccontata da Elli dice che in realtà i rapporti tra l’islam e l’Etiopia furono complessi e non mancarono le pagine nere. Eppure questo racconto conferma comunque il volto particolare del cristianesimo etiope, icona vivente di un ponte gettato tra l’Africa e il Medio Oriente nel nome dal Vangelo.

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