martedì 4 giugno 2013
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«Fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza». Con Il Riscatto Giovanna Taviani, figlia di Vittorio e nipote di Paolo, centra una domanda carica di senso. Può l’uomo condannato dalla società e dalle sue stesse mani, prigioniero dei suoi delitti, trovare un riscatto nell’arte? Da anni il cinema e il teatro si fanno portatori di questa realtà. Basta pensare al lavoro svolto dalle compagnie teatrali, nel silenzio e nel dolore delle carceri: le più "famose", capaci anche di dare un’altra vita a questi uomini, la Compagnia Teatrale di Volterra (fondata da Armando Punzo nel 1988) e la Compagnia dell’Alta sicurezza di Rebibbia (voluta da Fabio Cavalli). Viaggio metaforico alla ricerca della redenzione, Il riscatto è interpretato da Salvatore Striano, il protagonista di Cesare deve morire, nei panni di se stesso. Un uomo rinato grazie all’arte che si ritrova nei vicoli di San Miniato (il paese natale dei Taviani) a contatto con persone che ricordano la Resistenza e Pier Delle Vigne. Presentato nella sezione Short film corner del Festival di Cannes Il riscatto, dopo la partecipazione all’Open Roads - New Italian Cinema, sarà proiettato nell’ambito del festival Libero Cinema in Libera Terra, organizzato da Libera, l’unica Ong italiana tra le prime 100 nel mondo nella classifica internazionale di The Global Journal, che promuove la lotta alle mafie e la legalità e la giustizia. Giovanna Taviani, regista e scrittrice, racconta ad Avvenire la genesi del film.Da dove nasce l’idea de «Il riscatto»?Ho incontrato Salvatore Striano per la prima volta alla proiezione ufficiale di Cesare deve morire, durante il Festival di Berlino. Mio padre e mio zio mi avevano parlato a lungo di Salvatore, un talento eccezionale. Mi raccontarono un aneddoto che mi colpì: Striano, durante le riprese del film, confidò che non riusciva ad addormentarsi quando arrivava la notte. E l’unica soluzione era quella di leggere il teatro e Shakespeare. Si addormentava sognando di vivere quelle storie e di diventare quei personaggi. Con la speranza di non risvegliarsi nella sua grigia cella.Colpa. Perdono. Una vita nuova. Su cosa ha focalizzato il racconto del film?Striano una volta mi disse: «Solo quando recito riesco a perdonarmi». Ora è un uomo nuovo, anche se pesa ancora la condanna di 17 anni per i reati di camorra. Gli applausi, che lui ha ricevuto e riceve, sono per quell’uomo nuovo, che con il suo talento si è allontanato dal passato. Durante il festival di Berlino una spettatrice italiana, da anni trasferita in Germania, ha fermato Striano per dirgli: «Sono fiera di essere italiana perché ci sono persone come te». La vita di Striano dimostra che un uomo, attraverso l’interpretazione di ruoli universali e di opere che raccontano tradimento, bugia, pentimento e vendetta, può davvero diventare un’altra persona. Nel film il mondo di Striano si unisce alla storia di San Miniato, il paese dove è ambientato «La notte di San Lorenzo» dei fratelli Taviani.La vera scintilla che ha messo in moto Il riscatto è stata quella di mettere a confronto due mondi diversi, lo squallore del carcere e della camorra contro i paesaggi artistici e naturali di San Miniato. Dalla cella di Arezzo, dove furono uccisi tre partigiani, nasce un dialogo immaginario sul senso della morte per la libertà e sull’inferno della cella. Dialogo che ha il suo culmine nell’ascesa dei 120 scalini della rocca di San Miniato, il punto più alto della città e luogo leggendario dove fu rinchiuso Pier Delle Vigne, che si tolse la vita per non aver sopportato l’onta del carcere. Ho scritto cinque finali in sceneggiatura perché cercavo la fine adatta per il film che considero un apologo di un uomo in lotta con se stesso: la salita verso il futuro, piena di rimorsi e di ricordi. Ho potuto realizzare questo film con un’operazione a basso budget, grazie all’impegno costante di tutta la troupe, e specialmente grazie al direttore della fotografia Duccio Cimatti e al montatore Benni Atria.
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