domenica 31 gennaio 2010
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«Questa mattina ho parlato agli studenti universitari ed è difficile affrontare gli stessi problemi ora con chi, facendo informazione, dovrebbe conoscere il mondo e ancor più conoscere i limiti del parlare di pace». Oliver Stone è ancora una volta a Bangkok, ma questa volta non in transito dal Vietnam, che l’ha visto giovane combattente oppure come base per girare un nuovo film come, in passato, Tra cielo e terra e Alexander. Il regista statunitense è nella capitale thailandese per parlare del rapporto tra cinema e pace, su invito dell’International Peace Foundation e del Club dei corrispondenti esteri.Pace, guerra... la vita di un regista ha al centro i suoi ideali o la vita quotidiana?«Nella mia vita ho capito che tutti abbiamo delle storie. La società nel suo complesso – e io parlo soprattutto del mio Paese – è duramente impegnata per il benessere e la pace, ma questo non appare dai giornali, dalla tv. Ecco allora che il regista, il cinema, possono avere anche un ruolo sociale».Lei ha avuto 31 nomination agli Oscar: non sembra un dato da regista "contro".«La gente spesso pensa che i registi vivano oltre i film, chissà dove. Invece anche noi dobbiamo sopravvivere. Beviamo la stessa acqua, dormiamo sotto lo stesso sole, ci amiamo e ci odiamo, siamo stupidi o geniali come tutti. Per sopravvivere come specie dobbiamo collaborare. Dobbiamo imparare a sopravvivere alla nostra esistenza ed è la sfida più grande. Io cerco di dirlo con le parole del cinema e con i miei mezzi».I suoi film sul conflitto vietnamita, si dice, hanno costretto gli Stati Uniti a rileggere la propria storia.«Le rispondo con una battuta: i miei tre film sul Vietnam sono stati apprezzati in Usa perché non erano ambientati in Iraq. Più seriamente, le dico, da sessantenne, quando guardo indietro alla mia vita, vedo il degrado dell’ideale democratico del mio Paese, ma anche il fallimento sociale del comunismo in Russia, in Cina, in Jugoslavia. Ci sono problemi, come certi valori, che sono universali».Perché lei è da sempre molto critico sulla politica del suo Paese?  «Perché in nome della libertà noi americani abbiamo permesso ai nostri leader di creare leggi liberticide. Oggi tutto è sotto controllo e se qualcuno si oppone viene distrutto economicamente e socialmente. La guerra in Iraq e quella in Afghanistan sono le ultime a fare emergere il male dalla nostra politica. In passato ci sono stati il Guatemala, il Nicaragua, il Brasile, il Cile, lo stesso Vietnam... Ma mai come ora si propone la guerra basandosi in modo sistematico su presupposti spesso discutibili o addirittura inconsistenti».Ritiene davvero che l’America di oggi non sia più giustificata a proporre la sua leadership?«Sono seriamente tentato di fare un film sulla storia dell’America, perché sono certo che le sue aberrazioni non sono solo contemporanee... Il fatto che alcuni problemi siano un trend nella storia dell’uomo, da cui gli Stati Uniti non sono immuni, non permette di ignorare la realtà di un grande Paese in questo tempo cruciale, sottoposto a leggi d’emergenza, che va in guerra per senso di superiorità, ma intanto continua a proclamare il suo primato democratico».
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