venerdì 7 dicembre 2012
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«Paolo, Paolo, fatti stringere la mano… Sei un grande Paolo, ti vogliamo bene, siamo tutti con te!». Saranno stati cento, duecento forse di più, alla Fiera di Rho (quest’incontro è avvenuto all’ultima edizione di Eicma), tra bambini, ragazzi e genitori, a gridargli queste frasi d’affetto sincere e a cercare la stretta di mano di Paolo Simoncelli. Paolo, il papà del “Sic”, volato via troppo presto dopo l’ultima curva della vita, appena un anno fa (Sepang, 23 ottobre 2011). Paolo è un generoso, come sempre non nega un abbraccio e una parola a nessuno. Lo fa con il sorriso triste del gigante buono che, assieme a mamma Rossella e alla piccola Martina, non potrà più cancellare quel tragico giorno in Malesia, in cui perdendo Marco gli hanno strappato via il cuore. Però, da allora, non passa giorno che qualcuno non vada incontro a questi due genitori, con l’emozione e l’idea che Paolo e Rossella, oltre che il papà e la mamma di Marco e Martina, siano diventati il papà e la mamma di tutti. «Non lo so se è così. Tante persone continuano a farci sentire il loro affetto e questo non può che farci piacere. Noi, però, siamo solo l’anello di congiunzione tra Marco e tutta questa gente che, guardandoci e abbracciandoci, è come se vedesse e abbracciasse nostro figlio». Ha gli occhi lucidi Paolo e non vorrebbe più piangere, anche se dice: «Come posso non farlo? Non è giusto che un padre sopravviva a un figlio è impossibile da accettare…». Mamma Rossella ascolta in silenzio, poi si lascia sfuggire: «È sempre stato Paolo a parlare di Marco. Era lui che lo seguiva in tutte la gare, dalle minimoto fino a…». L’emozione stringe un nodo alla gola e la valanga di ricordi che passano veloci come la Honda n. 58 del “Sic”, blocca spesso i discorsi. Quella moto e tutte le memorabilia che Marco Simoncelli aveva accumulato nei 24 anni di un’esistenza speciale, vissuta tutta di corsa, ora entrano a far parte della “Galleria” che porta il suo nome. Uno spazio “museale” che domani aprirà i battenti sopra al Teatro di Coriano. «Dobbiamo ringraziare i Comune e il sindaco, Domenica Spinelli, perché sono tre sale molto belle in cui, tutti quelli che hanno amato Marco, potranno ritrovare un frammento importante della sua storia in quegli oggetti che ci ha lasciato», continua Paolo. Un luogo di incontro per le migliaia, forse milioni, di “senzaSic” sparsi nel mondo che, in questi quattordici mesi, hanno continuato a cercarlo idealmente nella casa dei suoi genitori. «Ho perso il conto delle persone che mi sono ritrovato davanti alla porta. Venivano da tutte le parti... A un certo punto abbiamo dovuto mettere le telecamere perché c’è stato chi “per ricordo” si è portato via dei pezzi di muro della casa. La persona che più mi ha colpito? Un giorno si è presentata una signora anziana. Era scesa alla stazione di Rimini e a un certo punto si era persa, vagava per i campi vicino a Coriano chiedendo di me e Rossella. L’hanno raccolta due ragazzi qui del paese e l’hanno accompagnata a casa nostra. È entrata e ci ha detto: “Scusate, arrivo dalla Spagna, sono venuta solo per stringervi la mano…”. E poi è andata via». Toccate e fughe, come quelle che riusciva a compiere il “Sic” che quando tornava a casa dopo un Gp non mancava mai di fare una visita al centro d’accoglienza diurna per disabili. «Erano i suoi amici…– dice Paolo –. Marco diceva sempre che li voleva far stare meglio di come stavano, più curati e più assistiti possibile». Per questo la “Fondazione Marco Simoncelli onlus” (nata il dicembre scorso da un’idea di Carlo Pernat) ha rilevato un vecchio albergo dismesso a Sant’Andrea di Besanigo (Rimini) e con il nuovo anno cominceranno i lavori per una struttura che potrà accogliere una trentina di ragazzi con disabilità. «Abbiamo stanziato un milione di euro per la ristrutturazione dell’hotel – dice orgoglioso Paolo –. All’interno ci sarà anche una piscina, un parco giochi attrezzato e una palestra. La gestione sarà affidata alla Cooperativa “L’Arcobaleno” di Rimini». È uno dei tanti progetti finanziati dalla Fondazione che con il calendario (“Route 58”) e i libri del “Sic” ha raccolto 235mila euro devoluti a favore dei soggetti più deboli e svantaggiati. Tutto questo nel segno di Marco Simoncelli, un pilota unico e straordinario che si distingueva dagli altri, e certo non solo per quella buffa montagna di riccioli che portava in testa. «Quando ripenso ai discorsi che facevamo con mio figlio, mi dico che non li capisco mica stì ragazzi qua che a vent’anni già dicono che non ce la fanno più, che vogliono smettere con la MotoGp, perché sono stressati... Il mio Marco sarebbe andato avanti fino a 40 anni e anche oltre, perché questo sport lo viveva con gioia e con una passione viscerale, due cose che vengono molto prima dei soldi… Stoner ha smesso presto, ma l’ho apprezzato, ha fatto una scelta coerente privilegiando la famiglia e per questo ne esce a testa alta, da campione». Alcuni dei campioni spagnoli, ancora in corsa, invece, hanno chinato la testa solo dinanzi al dramma del “Sic”, al quale prima di andarsene per sempre avevano riservato un vergognoso attacco personale, trasformatosi poi in linciaggio mediatico. «Era tutto studiato. Gli spagnoli, poi, hanno un nazionalismo che noi ce lo sogniamo. Avevano capito che Marco stava diventando troppo forte e che ormai poteva “suonarli” quando voleva... Si spiegano solo così le polemiche e le minacce per quelle cadute di cui l’accusavano. Quelli della Dorna (gli organizzatori del Motomondiale), però, avevano capito tutto e ogni tanto chiamavano Marco in disparte e gli dicevano: porta pazienza non ti preoccupare, questi ci giocano…». Un gioco che feriva, comunque, la sensibilità di un ragazzo che in pista, come nella vita, rispondeva sempre da campione. «Se avesse potuto correre ancora, sono sicuro che questo 2012 sarebbe stato il suo anno. Con il ritorno al 1.000 di cilindrata poi, l’altezza e il peso non lo avrebbero più penalizzato». La storia del motociclismo avrebbe finalmente scritto il nuovo capitolo: Simoncelli, il vero erede di Valentino Rossi. Valentino, l’unico idolo di Marco, l’amico fuori dal paddock e il rivale di tante battaglie, fino a quell’ultima fatale curva di Sepang, in cui Rossi non ha potuto schivare il “Sic”... E qualcuno poi a Valentino ha rimproverato un pizzico di “freddezza” dinanzi alla tragedia. «Io credo che nessuno di noi può conoscere e tanto meno giudicare la sofferenza e i sentimenti degli altri. Valentino voleva bene a Marco, con noi è stato sempre normale, la sua sfortuna è stata quella di trovarsi al posto giusto nel momento sbagliato», dice Paolo che non se la prende con nessuno, anzi sì: «Sono molto arrabbiato con Dio... Perché non si può prendere tutte queste vite giovani. Solo chi ha perso un figlio può sapere quanto fa male. È un dolore conficcato qui, in mezzo al cuore, tutti i giorni e non passa più». Mamma Rossella si consola con il suo fatalismo e una fede che non l’ha mai abbandonata: «Dico sempre che se Marco fosse stato un muratore quel giorno magari sarebbe caduto dall’impalcatura... Era un pilota di moto, consapevole dei rischi che correva. Così come lo sapevo io che ho sempre pregato perché non gli accadesse mai niente di male...». Paolo annuisce, regala l’ultimo dei suoi sorrisi dolci di giornata e poi sussurra: «Se Marco è andato in un posto dove sta bene, mi farebbe tanto piacere se si facesse vivo, giusto un attimo per dircelo. Noi restiamo qui, ad aspettare un suo segno...».
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