lunedì 3 marzo 2014
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Cè il dramma dei morti che l’Onu non riesce più neppure a contare. Ci sono i milioni di profughi e sfollati, le città ridotte in macerie. Ma accanto a tutte queste ferite nella guerra in Siria ce n’è anche un’altra, meno visibile, ma altrettanto profonda: quella dei danni alla storia di questo Paese e in particolare alle sue radici cristiane, testimoniate dalla presenza di chiese tra le più antiche al mondo.E proprio le chiese cristiane siriache del IV secolo come «patrimonio a rischio di estinzione» saranno uno dei temi di cui si parlerà oggi a Firenze al decimo incontro nazionale di "Archeologia viva", che si tiene nell’Auditorium del Palazzo dei Congressi. Sarà il rettore del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, Danilo Mazzoleni, a raccontare in particolare la storia unica del gruppo di chiese che si trovano sui promontori di Jebel Sim’a e Jebel Baricha, nella regione montuosa del nord-ovest della Siria, al confine con la Turchia. Resti annoverati tra le più preziose testimonianze dell’architettura cristiana del IV secolo giunte fino a noi. Ma sulla cui sorte oggi si sa pochissimo, dal momento che si trovano in una zona controllata dalle milizie islamiste e tuttora al centro di combattimenti. Che si tratti di un patrimonio inestimabile lo spiega bene un volume che Mazzoleni presenterà oggi al convegno di Firenze: si intitola Chiese cristiane del IV secolo (pp. 336, euro 37) è pubblicato dalle Edizioni Terra Santa e raccoglie il paziente lavoro degli archeologi francescani padre Pasquale Castellana e Romualdo Fernandez, che hanno studiato per tanti anni questi luoghi. Una raccolta di schede e di immagini che purtroppo appare come una fotografia di ciò che c’era prima della guerra, ma che non siamo sicuri di ritrovare.Stiamo parlando di 35 chiese riconducibili al periodo seguente l’Editto di Costantino, quando l’architettura cristiana costruì i suoi modelli. In alcuni casi si tratta di chiese dove i cristiani celebrano ancora oggi le loro liturgie; più spesso sono siti in complessi abbandonati, le cosiddette "città morte", conservatesi per quindici secoli in maniera straordinaria. «Contrariamente a quanto accade in Occidente, dove le chiese abbandonate a seguito di eventi naturali o storici si conservano generalmente a livello di fondazioni o poco più – scrive Mazzoleni – in questa regione della Siria, dopo tanti secoli restano spesso in piedi quasi tutti i muri, le finestre, gli architravi e magari parti delle coperture, dandoci una visione straordinariamente eloquente di un’architettura ricca e variegata». È il caso ad esempio del complesso di Qirq Bizzeh, con la sua chiesa mononavata, considerata un anello di congiunzione tra le antiche domus ecclesiae e le chiese arcaiche. Oppure quella molto simile di Maramaya, che nel libro i padri Castellana e Fernandez descrivono «praticamente intatta: manca solo la parte superiore della facciata occidentale».Che ne è oggi di queste testimonianze straordinarie dell’architettura paleocristiana? Nessuno oggi è in grado di fornire notizie certe. Ma a confermare che il timore sulla loro sorte sia tutt’altro che infondato è l’Unesco che qualche mese fa ha inserito anche questi antichi villaggi del nord della Siria nell’elenco dei siti in pericolo tra i Patrimoni dell’umanità. A preoccupare non è solo la loro collocazione in un’area di combattimenti; ci sono anche le notizie giunte da altre zone della Siria che parlano di dissacrazioni e danneggiamenti rivolti intenzionalmente a luoghi o simboli cristiani.È di poche settimane fa la notizia di un mosaico bizantino fatto saltare in aria dai miliziani dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante nei pressi di Raqqa, nel nord est della Siria. Il quotidiano inglese <+CORSIVOAGORA>The Independent<+TONDOAGORA> ha raccontato la storia di un uomo d’affari turco giunto a Raqqa con l’intenzione di acquistare il mosaico, di inestimabile valore. Come risposta ha ottenuto la distruzione di una testimonianza della storia preislamica di questo angolo dell’Oriente. Alla fine dell’estate avevano fatto scalpore le immagini delle devastazioni subite da Maalula, il villaggio cristiano tra Damasco e Homs, noto per il fatto di essere uno dei pochi in cui si parla ancora l’aramaico: anche qui c’è una chiesa del IV secolo, quella dei santi Sergio e Bacco, che è stata saccheggiata. Altri danni sono stati verificati nel monastero di Sant’Elia a Qusair, sempre nella zona di Homs: l’offensiva dei ribelli ha lasciato dietro di sé non solo grossi fori nella cupola per i colpi esplosi, ma anche un altare in marmo sventrato e diverse icone bruciate.Discorso a parte per le aree urbane di Homs e Aleppo, le due principali città martiri della guerra in Siria: anche qui le storiche chiese locali non sono state risparmiate dalla furia dei combattimenti. Ulteriori danni, ma questa volta attribuiti a un bombardamento delle truppe fedeli ad Assad, sono stati registrati in ottobre da un’inviata del quotidiano inglese The Telegraph nella cattedrale di Yabrud, un’altra chiesa antichissima, a una settantina di chilometri a Nord di Damasco. Anche questo luogo di culto cristiano risale all’inizio del IV secolo, come riadattamento di un precedente tempio dedicato a Giove. E, pur essendo stata oggetto di una serie di interventi successivi, resta tuttora la locale cattedrale melkita, intitolata alla Vergine Maria.
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