lunedì 21 gennaio 2013
Il negazionismo della Shoah sta trovando una nuova, duplice linfa. Da una parte l’antisemitismo islamista; dall’altra il mare indistinto di internet. Due filoni, spesso intersecati, che alimentano e rilanciano le teorizzazioni di quanti affermano che le camere a gas e i forni crematori non sono mai esistiti, che i lager erano campi di concentramento ma non di sterminio, che la Shoah è un’invenzione, anzi un complotto, ordito dai vincitori della Seconda guerra mondiale per giustificare le proprie politiche imperialiste e colonialiste. Per lo storico Claudio Vercelli, che a Faurisson ed eredi dedica un saggio nelle librerie da venerdì prossimo (Il negazionismo. Storia di una menzogna, Laterza, pagine 224, euro 20,00), «fino agli Settanta i negazionisti erano una nicchia legata all’estrema destra radicale, figure del tutto marginali. Ma poi, con l’affermazione dell’islamismo radicale e di internet, hanno avuto una nuova visibilità. Divenendo uno degli esempi più evidenti del cospirazionismo oggi tanto diffuso».Eppure i negazionisti invocano per sé quel diritto alla continua revisione che è propria della ricerca storiografica. Qual è il discrimine tra revisione storica e negazionismo?«L’attività storica presuppone sempre e comunque un’opera di revisione, sia perché emergono nuovi dati, sia perché con il variare delle stagioni culturali varia anche il metro di giudizio. Il termine revisionismo è stato utilizzato, in chiave polemica, per definire quegli storici che a partire dagli anni Ottanta hanno letto il Novecento europeo come una storia di contrapposizione tra totalitarismi. Questo giudizio comporta anche una nuova valutazione della Shoah; non certo una sua negazione, quanto invece una sua diversa collocazione all’interno dell’opposizione tra nazismo e comunismo. Invece i negazionisti rifiutano integralmente i fatti storici riconosciuti non solo dagli studiosi, ma da ogni persona di senso comune; non danno un’opinione sulla Shoah discosta dal giudizio prevalente, ma affermano che lo sterminio di massa non è che finzione».Eppure sostengono di applicare – loro solo in modo coerente – le metodologie storiche; prendono alcuni elementi fattuali e “dimostrano” l’impossibilità tecnica dello sterminio, delle camere a gas, dei forni crematori… In cosa si distinguono dalla vera analisi storiografica?«I negazionisti fanno la pantomima della ricerca scientifica. Fingono di usare certi strumenti, mentre in realtà li stravolgono per accreditare le loro ipotesi ideologiche stabilite a priori. In un mosaico di migliaia di pezzi, tutti perfettamente combacianti tranne uno, si concentrano esclusivamente su quell’uno per affermare che allora è l’intero mosaico a non reggere. Per esempio, diversi anni fa, durante una conferenza a Cremona, mi è capitato di sentire un’ex deportata dichiarare di ricordare l’odore del gas di Auschwitz. Sono sobbalzato: era impossibile, l’odore del gas non si diffondeva certo per il campo, ma solo nelle camere della morte. Quello che la donna ricordava era l’odore dei cadaveri, quell’odore dolciastro, nauseabondo, che molti testimoni hanno evocato. Definirlo “odore di gas” non è un falso, ma un meccanismo che si spiega facilmente, per chi conosce i processi mentali di rimozione e di sostituzione. Quell’odore non era solo il segno della morte altrui, ma anche quello della propria sopravvivenza, e quindi del senso di colpa che i sopravvissuti si sono portati dietro. Come ben sanno magistrati e poliziotti, una testimonianza può avere un elemento fallace sebbene veritiera nel suo complesso: ma un negazionista enfatizza solo quell’elemento, direbbe che, siccome non può essere vero che quella donna ricordi l’odore del gas, allora Auschwitz è “la grande menzogna”».Come può un simile racconto avere presa?«La questione del negazionismo va al di là della Shoah e investe i meccanismi di auto-convincimento politico-culturali. La ripetizione serve per rendere non solo lecite, ma anche reali idee che altrimenti non avrebbero nessun riscontro. I mistificatori si sentono investiti del ruolo di Dio: creare la realtà con la parola. Tra loro non è estranea la convinzione di essere figure prometeiche, che portano all’uomo verità e saggezza spazzando i fumi della falsificazione. È per questo che sono seducenti».Così s’inseriscono in quei filoni complottisti che investono anche vari altri ambiti...«Il nesso tra negazionismo e cospirazionismo è l’altro aspetto fondamentale. Negli anni Settanta-Ottanta i media hanno dato una visibilità fino ad allora insperata a una nuova generazione di negazionisti, a partire da Robert Faurisson. E nel contempo sono subentrati altri fattori, in primo luogo il diffondersi del negazionismo in area islamica con la rivoluzione iraniana del 1978-1979. Oggi il nocciolo critico è il legame tra cospirazionismo e islamismo radicale, dove il discorso anti-israeliano si fa anti-sionista – e infine antisemita – recuperando la vecchia vulgata anti-coloniale per la quale le sofferenze del mondo sono il prodotto del complotto di un Occidente che falsifica la storia per continuare a tenere i popoli avvinti alle sue catene. Gli ebrei sono la punta di diamante della neo-colonizzazione occidentale, “razzialmente” destinati alla cospirazione; l’Occidente – a sua volta una loro costruzione – è decadente e amorale, quindi da combattere». Il rilancio del negazionismo passa attraverso la frustrazione che alimenta il fondamentalismo islamico?«La globalizzazione ha scompaginato equilibri secolari. Se le mie certezze vengono meno, se mi sento angosciato da un futuro nebuloso, se mi sento vittima di circostanze a cui non riesco a dare un nome, se il risentimento e la rivalsa sono motori fondamentali della mia identità, se io vivo tutto ciò – e nel mondo islamico, ma anche in parte nel nostro, questo accade spesso – allora devo trovare uno strumento che mi permetta di interpretare quella che altrimenti non sarebbe che una Babele incomprensibile».E questo strumento spesso si trova online...«Internet è l’altra faccia della stessa medaglia. Anche qui entrano in gioco complessi elementi cognitivi e identitari. Nel web non ci sono gerarchie e chi non ha adeguati strumenti culturali confonde il vero, il verosimile e il falso, il giusto e l’ingiusto. Il cospirazionismo sguazza nella grande fabbrica del relativismo cognitivo. Basti pensare alla proliferazione delle teorie complottistiche sull’11 settembre: anziché la difficile ricostruzione di un quadro articolato, ecco una spiegazione – gli americani si son tirati giù da soli le Torri gemelle per poter colonizzare il mondo – onnicomprensiva, seducente, semplificata».Resta il dilemma: che fare di fronte a un negazionista? Confutazione o silenzio?«Io ho fatto mia la morale di Pierre Vidal-Naquet: si parla di negazionismo, si lotta contro il negazionismo, ma non si parla con i negazionisti. Se scendo nell’agone con loro sono sconfitto a priori, perché tra noi non può esserci dialogo – cioè confronto tra ipotesi storiografiche differenti – ma solo opposizione tra realtà e menzogna».Eppure capita che trovino accoglienza addirittura in ambienti accademici...«Sono accoglienze molto limitate, c’è un forte cordone culturale di difesa. Tuttavia in alcuni ambienti politico-accademici – l’ha fatto, per esempio, Noam Chomsky – in effetti esiste la tendenza a dar loro voce, se non altro perché parlano male di Israele: e siccome il conflitto israelo-palestinese è assurto a categoria dello spirito, questi ambienti si lasciano sedurre. Non necessariamente sottoscrivono ciò che dicono, ma si prestano perché così contestano la “storia scritta dai vincitori” in nome della libertà di opinione: ma questa non implica che tutti debbano parlare di tutto… Certo, il confine tra libertà d’opinione, anche radicale, e diffamazione è difficile da definire: ma c’è. E qui ci troviamo dinanzi a persone che falsificano deliberatamente la storia. Chi dà loro voce, lo fa per una motivazione politica».
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