mercoledì 6 giugno 2012
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Quando Benjamin Mee capisce di aver trovato la casa giusta, modesta e appartata, dove po­ter ricostruire la sua famiglia a pochi mesi dalla perdita della madre dei suoi due ragazzini, di quattordici e sette anni, non sa ancora cosa si na­sconde lì attorno. Ma un ruggito fra­goroso lo fa precipitare nella realtà: si sta trasferendo, infatti, al centro di u­no zoo. Un po’ scalcinato: i proprieta­ri precedenti sono fuggiti, i pochi di­pendenti rimasti, tra cui Kelly (Scarlett Johansson), sono piuttosto depressi, come gli animali, che non hanno, pu­re loro, un roseo futuro dinanzi a sé. Quella narrata dal film di Cameron Crowe è prima di tutto una storia vera, ispirata alla biografia che il vero Mr. Mee ha scritto, per dire a tutti: dal lut­to si può sempre guarire e c’è sempre un motivo per ricominciare. A lui ca­pita comprando, con una buona dose di follia, ma senza arrendersi dinanzi alle inevitabili difficoltà, uno zoo (nel­la realtà si trova nel Devon, in Inghil­terra, ma la storia è stata trasportata nei dintorni di Los Angeles) abitato da duecento animali in cerca di cura e di affetto. La mia vita è uno zoo – da ve­nerdì al cinema – sa intrecciare insie­me commozione e divertimento, infondendo un senso di amore per la vita, la nostra e quella di chi ci circon­da, mondo animale incluso. Segna u­na svolta per il regista californiano, i cui film precedenti, come Jerry Magui­re e Quasi famosi (Almost Famous), narravano vicende profondamente personali. Matt Damon ha dichiarato di essersi sentito subito in sintonia con l’ecce­zionale personaggio di Benjamin Mee. È stato l’unico attore che ho preso in considerazione per il ruolo di Benja­min. Ha capito che volevo girare un film che riuscisse a instillare un po’ di gioia nel mondo. «Credo sia la cosa giu­sta da fare oggi», mi ha detto quando ha accettato. Mentre Kelly, che accudisce con amo­re gli ospiti dello zoo? Scarlett questa volta non è una femme fatale, ma una persona semplice ca­pace istintivamente di capire gli ani­mali e prendersi cura di loro. Ci inse­gna come farlo. Battuta memorabile di Benjamin: «Ti servono solo venti secondi di folle co­raggio e ti prometto che vedrai qual­cosa di grandioso». È una frase che ti può accompagnare nella vita. Un buon consiglio: spinger­ti qualche volta, aiutandoti da solo e per aiutare gli altri, a fare una scelta sorprendente. Significa anche avere il coraggio di assumere dei rischi. Molti dei maggiori traguardi mai raggiunti scaturiscono da rischi incredibili. I due figli di Benjamin – interpretati da Maggie Jones e Colin Ford – com­battono per non affogare con il padre nella solitudine. Come ha lavorato con loro? Ho due ragazzi di undici anni e penso che non avrei mai potuto scrivere al­cune battute della sceneggiatura se non fossi stato un padre. So per espe­rienza personale quale sfida quotidia­na sia essere un bravo genitore. Mi ren­de fiero come padre e come regista a­ver girato la scena in cui Benjamin li­tiga col figlio ed entrambi si rinfaccia­no il loro dolore e l’incapacità di supe­rarlo, cercando insieme una via d’u­scita. Lei appare un inguaribile ottimista. Penso che il mondo sia pieno di storie e fatti che raccontano di perdite, di an­gosce e di tristezze e mi piace poter pensare come approdare al giorno in cui capisci cosa può succedere dopo il dolore, quando scopri per quale moti­vo vale ancora la pena vivere. Mi piace anche raccontare storie che celebrano quei momenti in cui tutto ciò che è bel­lo e meraviglioso della vita si concen­tra o si nasconde in un attimo ina­spettato, piccolo, fuggevole, impercet­tibile. Non è una formula che uso per commuovere, è proprio il modo col quale io affronto le cose e reagisco al­le difficoltà.
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