martedì 12 giugno 2018
Perché contrapporre le due cose? Per Roncaglia «i libri di testo sono un supporto, il digitale è un meccanismo di codifica delle informazioni». La vera sfida è sul rapporto fra conoscenze e competenze
La scuola è digitale anche con i libri di carta

Il dibattito pubblico sulle politiche scolastiche e formative è sempre molto acceso, forse perché ci troviamo in un periodo segnato da innovazioni non solo tecnologiche ma anche metodologiche, organizzative e di contesto. Di scuola si parla molto, anche sui media, ma troppo spesso lo si fa in maniera occasionale e poco approfondita: si discute dell’uso del telefonino in classe, ma non del tema ben più complesso degli strumenti e delle pratiche utili a costruire competenze informative; si parla del peso dei libri di testo e del rapporto fra manuali cartacei ed elettronici, ma non dei loro contenuti, della loro funzione, della loro organizzazione; si parla dell’uso di contenuti di apprendimento digitali, ma non della loro natura e delle loro tipologie. Partendo da queste constatazioni, Gino Roncaglia, che insegna Informatica applicata alle discipline umanistiche all’Università della Tuscia (Viterbo), ha provato ad allargare lo sguardo, partendo dalle caratteristiche attuali dell’ecosistema digitale, caratterizzato da forte frammentazione ma anche da promesse e potenzialità che bisogna conoscere e sfruttare. Ha scritto così un saggio – denso, interessante, accattivante (anche nello stile) – dal titolo L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale (Laterza, pagine 240, euro 18,00), con il quale si è proposto di provare a far capire a tutti quanto sia importante migliorare la qualità e la visibilità della discussione intorno alla scuola e alle nuove metodologie didattiche.

Gino Roncaglia insegna Informatica applicata alle discipline umanistiche all’Università della Tuscia

Gino Roncaglia insegna Informatica applicata alle discipline umanistiche all’Università della Tuscia

Professor Roncaglia, lei afferma che il libro di testo deve rimanere un elemento centrale nel processo di apprendimento a scuola. Non tutti però oggi la pensano allo stesso modo. Perché lei invece ne è così convinto?

«Perché continuiamo ad aver bisogno, e forse oggi abbiamo ancor più bisogno che in passato, di fili conduttori, di strumenti di riferimento autorevoli e validati; strumenti che aiutino a contestualizzare correttamente e a collegare fra loro le risorse di apprendimento per lo più frammentate e granulari reperibili in rete o autoprodotte da docenti e studenti. La rete offre al mondo della scuola contenuti in molti casi utilissimi, ma quasi mai capaci di produrre un quadro d’insieme. La funzione di raccordo va cercata altrove: nel docente, certo, ma anche in strumenti come i libri di testo, che possono essere usati nello studio individuale e comunque quando il docente non è presente. Questo non vuol dire, si badi, che il libro di testo debba restare quello della tradizione: può e anzi deve rinnovarsi anch’esso».

In quali direzioni dovrebbe cambiare ed evolversi la manualistica scolastica?

«A mio avviso, in due direzioni: in primo luogo, superando la fase attuale dei libri di testo “documentali”, ipertrofici, rivolti più al docente che al discente, a favore di libri di testo più snelli, capaci di fornire un quadro di riferimento e nel contempo di parlare direttamente allo studente, anche attraverso una costruzione narrativa più efficace. In secondo luogo, sfruttando di più e meglio le potenzialità del digitale: non solo attraverso l’uso di contenuti audiovisivi, ma anche attraverso la visualizzazione e l’animazione di dati e informazioni, la creazione di mappe e timeline, l’uso di simulazioni e strumenti interattivi».

Lei sostiene che l’alternativa tra libro cartaceo e libro elettronico è un falso problema. Ci vuole spiegare perché?

«La carta è un supporto, il digitale è un meccanismo di codifica delle informazioni, accompagnato da strumenti per la loro produzione, gestione e fruizione: carta e digitale si collocano dunque su piani diversi. Un libro di carta è oggi in genere scritto in digitale, editato e impaginato in digitale, e viene “appoggiato” sulla carta solo per la lettura: in un certo senso anche il libro su carta è ormai un dispositivo per la lettura di libri elettronici. In questo momento, nella lettura il supporto cartaceo ha alcuni vantaggi (ad esempio la facilità di annotazione e la lunga tradizione nella costruzione tipograficamente efficace della pagina) e gli strumenti digitali ne hanno altri. Va benissimo usare tutti e due. Vedremo in futuro se e quando i dispositivi digitali riusciranno a migliorare anche le caratteristiche che oggi vedono ancora un vantaggio della carta. L’importante è continuare a leggere, e leggere bene, su carta o in digitale. Anche per questo la terza parte del mio libro è dedicata al ruolo delle biblioteche scolastiche, che possono rappresentare il luogo di incontro fra informazione tradizionale e digitale, fra carta e nuovi media, offrendo a docenti e studenti uno spazio innovativo, non solo utile ma anche “bello” e piacevole».

Si è molto discusso, nei mesi scorsi, dell’ipotesi di un’introduzione dell’uso degli smartphone a scuola per la didattica. Che cosa ne pensa?

«Va notato innanzitutto che quando si parla di usare smartphone o tablet in classe si fa sempre riferimento a una possibilità, e a una possibilità legata a specifiche attività didattiche. Nessuno pensa che gli studenti debbano usare lo smartphone in qualunque momento e per fare quello che vogliono. Ma come accennavo, il problema è credo più generale: se vogliamo studenti capaci di produrre e gestire informazioni in maniera competente, di riconoscere le fake news, di usare gli strumenti digitali in modo intelligente, dobbiamo fare in modo che acquisiscano le relative competenze. E come potremmo farlo, se teniamo fuori dalla porta delle classi proprio gli strumenti che vengono usati nel resto della giornata per accedere all’ecosistema digitale? La scuola non deve far finta che gli smartphone non esistano, ma semmai deve favorirne un uso più competente e consapevole. E, quando è necessario, anche più critico».

Lei tende a smontare un po’ il mito dei “nativi digitali”. Perché?

«A volte si parla di nativi digitali come se si descrivesse una nuova specie. Ma le ragazze e i ragazzi che abbiamo davanti in classe non sono una nuova specie: hanno la stessa plasticità cerebrale (e per molti versi gli stessi problemi) che avevano i loro padri o i loro nonni, anche se la usano in modi in parte diversi. Senza contare che il digitale è in evoluzione così rapida che se volessimo pensare a una nuova specie dovremmo postulare una mutazione antropologica ogni dieci o quindici anni. Non esistono l’uomo radiofonico, l’uomo televisivo e l’uomo digitale: abbiamo inventato la radio, la televisione, i computer, le reti, ma a inventare, costruire, usare questi strumenti via via diversi siamo sempre noi, le donne e gli uomini della specie homo sapiens».

Oggi si parla molto di «didattica per competenze». Quali sono le potenzialità di questo nuovo approccio e quali invece i rischi?

«È giustissimo parlare di competenze, ma sarebbe sbagliato contrapporre artificialmente competenze e conoscenze. Sembra una considerazione banale, ma bisogna sempre tenere presente che l’interrelazione fra la teoria e la pratica è sempre strettissima: non ci sono conoscenze senza competenze, né competenze senza conoscenze. La didattica per competenze è una giusta reazione davanti all’eccesso di nozionismo, ma d’altro canto le competenze devono essere valutate anche ( e forse in primo luogo) rispetto alla loro capacità di produrre buoni risultati. Lo vediamo ad esempio nel campo, oggi essenziale, delle competenze di cittadinanza: per essere cittadini attivi e consapevoli occorrono insieme competenze e conoscenze».

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