venerdì 5 agosto 2011
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«Ciro e Peppe si scambiano il pallone sulla fascia, Ciro crossa per Peppe che in mezzo all’area stoppa il pallone di petto, lo mette a terra e di sinistro tira... E gol!». È la “telecronaca”, in dialetto napoletano, che in diretta fa Gennarino, uno dei piccoli della “squadra speciale” della Mangrovia di San Giovanni a Teduccio, 26mila abitanti, sesta municipalità - con Barra e Ponticelli - : periferia orientale di Napoli. Ciro e Peppe sono i più alti e fisicamente i più prestanti. Grazie al calcio, sono diventati compagni di squadra, inseparabili, nonostante uno di loro sia figlio del boss che ha ucciso il genitore dell’altro, in quanto appartenente a una delle tre bande camorristiche rivali della zona. Storie di tutti i giorni, in questo messico napoletano.«Ma tra loro non c’è mai stato rancore. E dopo ogni gol, Ciro e Peppe corrono e si cercano per abbracciarsi», dice il dottor Fulvio Proietti, primario ospedaliero, ma per i ragazzi della Mangrovia, semplicemente “o’mister”. L’hanno chiamata Mangrovia, «come la pianta che riesce a sopravvivere in acqua anche nelle condizioni peggiori», sorride Carmela Manco, la giovane laica consacrata, la “presidentessa” onoraria, il vulcano di tutte le idee e le attività della Onlus “Figli in famiglia” che ha sede nella parrocchia Maria Immacolata Assunta in Cielo. «“Figli in famiglia” è sorta nel 1993 con l’intento di porre degli argini sani a tutte quelle creature che non avevano un’alternativa alla strada», racconta con orgoglio e una palpabile emozione Carmela, nata e cresciuta in questo territorio, in cui la “guerra” tra i clan ha sparso sangue, seminato altra miseria e moltiplicato orfani, alla ricerca disperata di un’oasi di normalità. «Qui però purtroppo l’anormalità è diventata la normalità. È più facile veder girare un ragazzino con una pistola in mano che con un casco in sella a uno scooter».Eppure, in quello che era un vecchio fabbricato della Cirio, una pietra alla volta, Carmela e gli altri generosi volontari, hanno messo in piedi una vera Oasi, con tanto di Polisportiva fornita di palestra per le arti marziali e la danza, un campo di calcetto e i laboratori pedagogici. «Tutto questo è stato possibile con l’accesso a un mutuo della Banca Popolare Etica. Con le donazioni dell’8 per mille ora abbiamo realizzato la nostra piazza, l’Agorà, il luogo d’incontro per tutti. E poi c’è O’Barricello, il bar dove lavorano i nostri ragazzi che frequentano l’Alberghiero e quelli che ci mandano da Nisida, per evitargli il carcere minorile». Quest’ultimi hanno la stessa età dei ragazzi della squadra di calcio che, in attesa di un campo loro da undici, si allenano all’oratorio dei frati di Capodimonte. A portare questo gruppo di scugnizzi, che prima giocavano dalla mattina alla sera per le le vie e i campetti sgarrupati intorno alla parrocchia, è stata Anna. «Non sapeva quasi camminare quando è arrivata. Adesso ha appena terminato le scuole superiori ed è diventata una nostra tutor», racconta Carmela. Anna aveva più o meno la stessa età di Arianna, due anni e mezzo, “a piccirilla” di “Figli in famiglia”. Dai più piccoli ai più grandi, sono circa in 130, quelli che ogni giorno varcano il cancello parrocchiale per entrare a giocare, ma anche per studiare. «A tutti è subito chiaro un concetto: noi li “costringiamo” a concludere il ciclo scolastico», avverte grintosa Carmela. Un ordine tassativo ai quali non potranno esimersi neppure i giovani calciatori della Mangrovia che a settembre, oltre che a scuola si iscriveranno al campionato Allievi. In panchina “o’ mister” Proietti è già pronto ad accomodarsi con il suo vice, Giovanni Galano, ricercatore e uno dei soci fondatori di “Figli in famiglia”. «Non sono un Mazzarri, anche perché tecnicamente sono loro che insegnano tanto a me. Piuttosto mi occupo della loro salute psicologica, perché ognuno di questi ragazzi arriva da realtà famigliari al limite», spiega il dottor Proietti. La maggior parte dei venti ragazzi della rosa non vivono più con i genitori, perché stanno scontando condanne a Poggio Reale o si trovano agli arresti domiciliari. Perciò osservandoli su quel campo, il dottor Galano, ogni volta dice di vedere «Cristo che gioca a pallone... Ognuno di loro ha già fatto i conti con la sofferenza. Sono ragazzi speciali e sfortunati, perché hanno un’unica colpa, essere nati in un quartiere che li stritola in ingranaggi di ingiustizia e di illegalità e che non permette loro di emanciparsi, così come ha già fatto con i loro genitori».Una missione difficile salvarli, ma non impossibile. «A volte è dura – ammette Carmela – . Ma quando capitano le giornate no, passo davanti alla statua della Madonna e gli dico: “Ciao Marì, dammi una mano tu ti prego”. E infatti la provvidenza non ci ha mai abbandonati». Finora non hanno perso neppure uno dei ragazzi di “Figli in famiglia”.E potere del calcio, anche la componente violenta dei ragazzi della Mangrovia, si è placata. «Un giorno la mascotte della squadra, Gennarino, venne da me e disse che non voleva più giocare con gli altri perché avevano offeso suo padre che stava in galera. A quel punto li chiamai a raccolta e nella loro lingua, perché sono dialettofili, urlai: “Ma siete dei fessi? Siete tutti nella stessa barca, se non vi aiutate fra voi chi lo deve fare?”. Da quel momento le cose sono cambiate dal giorno alla notte. Oggi non sono più gli “scugnizzi pazzi” come li consideravano, ma una squadra unita dentro e fuori il campo e questa è la loro e la nostra più grande vittoria». Una vittoria condivisa con i genitori che sempre più, come i loro figli, cercano rifugio in questa Oasi. «Spesso ci scrive un papà dal carcere, per ringraziarci di quello che stiamo facendo per i suoi tre figli...», dice con voce commossa Carmela “o’presidente”. La loro “pazzia” è diventata un motivo di gioia e una speranza che rotola in rete, come un pallone. «Noi siamo i pazzi – dice il dottor Galano –, gli innamorati degli ultimi. Come il loro Maestro, Gesù, abbiamo deciso di aiutarli a percorrere strade nuove, lastricate d’amore, di stimoli, di incontri sani e salutari che potranno condurli, se non a diventare assi del pallone, certamente a vivere una vita che valga la pena di essere vissuta».
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