venerdì 10 settembre 2021
Lo scrittore tedesco al Festivaletteratura: «Nella Bibbia, come nei Greci, è riconoscibile una costellazione di situazioni, spesso conflittuali, che ancora corrispondono alla nostra esperienza»
Bernhard Schlink

Bernhard Schlink - Alberto Venzago/Diogenes Verlag

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Da buon giurista, Bernhard Schlink soppesa le domande prima di rispondere e, più che altro, diffida delle generalizzazioni. «Sì, nei miei libri è spesso presente un problema morale – sostiene –, ma per me il punto di partenza non è mai costituito dalla volontà di affrontare un determinato argomento. All’inizio c’è sempre una storia, ci sono i personaggi con le loro caratteristiche». Come Hanna, l’indimenticabile protagonista di Il lettore, il romanzo del 1995 al quale è legata la fama internazionale dello scrittore tedesco (nel 2008 il regista Stephen Daldry ne ha tratto il film The Reader – A voce alta, interpretato da Kate Winslet). Nato nel 1944 e a lungo giudice presso la Corte Costituzionale della Renania Settentrionale-Vestfalia, oltre che professore di Filosofia del diritto alla Humboldt Universität di Berlino, al Festivaletteratura Schlink ha presentato I colori dell’addio (traduzione di Susanne Kolb, Neri Pozza, pagine 240, euro 18,00), una raccolta di racconti che, pur restando indipendenti l’uno dall’altro, finiscono per comporre un affresco di vicende accomunate, appunto, da un’insistente e perfino insopportabile inquietudine interiore. «Più ancora che dall’attività di magistrato – afferma l’autore – l’interesse per ciò che è giusto oppure ingiusto viene dal rapporto con mia madre. La sua era la mentalità tipica del cristianesimo riformato, per cui lo spostamento della riflessione sul piano morale è non soltanto inevitabile, ma perseguito con determinazione. Sono convinto di dovere a lei questa attitudine. Del mestiere di giurista, invece, mi auguro di aver conservato la tendenza a scrivere con chiarezza». In alcuni racconti dei Colori dell’addio, come già nel Lettore e in Olga (titoli tutti disponibili nel catalogo Neri Pozza), la complessa eredità storica della Germania gioca un ruolo molto rilevante. «La mia generazione – sottolinea Schlink – si è dovuta misurare in modo diretto con il trauma del nazismo, che tuttavia era già meno avvertito dai nostri figli e adesso lo è ancor meno dai nostri nipoti. Oggi, in compenso, ci si interroga sulla realtà della Ddr molto più di quanto accadesse una decina di anni fa. La mia impressione è che eventi storici di questa portata richiedano un certo lasso di tempo per essere rielaborate in profondità. Ma non si tratta di un compito che i singoli cittadini possano sobbarcarsi a livello personale. Nessuno è esentato dall’assumersi le responsabilità che gli competono, intendiamoci. Nello stesso tempo, però, qualsiasi esperienza del passato ha bisogno di essere tradotta in azioni di consapevolezza collettiva e anche istituzionale. Per chiudere del tutto i conti con il Terzo Reich, per esempio, occorre rendere concreto un principio basilare come quello dell’indipendenza del sistema giudiziario. Non ci si può accontentare del ricordo individuale, né tanto meno fare affidamento su un generico culto della memoria. Al contrario, è indispensabile che le scelte e in particolare gli errori del passato diano luogo a iniziative concrete, capaci di segnare un cambiamento. A mio avviso, è questa la situazione in cui si trova attualmente la Chiesa cattolica: il riconoscimento dei torti dei quali alcuni sacerdoti si sono resi colpevoli potrebbe veramente imprimere una spinta fondamentale per il rinnovamento». Nei libri di Schlink capita di rado che i personaggi nutrano convinzioni religiose, ma questo non impedisce che nei momenti di maggior tensione riaffiorino riferimenti alla Bibbia. «Nei Colori dell’addio – sottolinea lo scrittore – ho immaginato, tra le altre, la storia di un padre costretto a scontare un’insicurezza devastante. Teme di aver fatto qualcosa di irreparabile e, nell’impossibilità di darsi pace, cerca conforto in quello che è accaduto ad altri prima di lui. Torna a leggere la Bibbia e, in effetti, trova episodi nei quali riesce finalmente a rispecchiarsi, fino a ottenere una sorta di consolazione. Non mi pare che un caso del genere sia da considerare estremo o isolato. Come già nella mitologia greca, nella Bibbia è riconoscibile una costellazione di situazioni, spesso conflittuali, che ancora corrispondono alla nostra esperienza quotidiana, specie per quanto riguarda i legami familiari». Anche nei Colori dell’addio il contesto domestico fa da sfondo a molte delle trame narrate da Schlink: «A volte, tra genitori e figli così come tra fratelli e sorelle, ci si sforza di compiere scelte che si ritengono radicali e irreversibili, ma che in seguito vengono ridimensionate – afferma –. In un certo senso, è come se la vita correggesse sé stessa. Possiamo considerarlo un segno di speranza, se vuole. Per quanto mi riguarda, la vera speranza sta nell’amore». Non per niente, nel racconto che conclude il libro ci si imbatte in una citazione da sant’Agostino, il celebre «Ama e fa’ ciò che vuoi». Quando gli si chiede come mai, Schlink mette da parte l’abituale ponderazione e replica d’istinto: «Perché in quella storia stava molto bene, non sembra anche a lei?».

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