mercoledì 14 marzo 2018
Già durante il Medioevo, e poi nella prima età moderna, genovesi e veneziani conoscevano bene i profitti del commercio degli esseri umani, soprattutto se donne
Due schiave e uno schiavo africani preda di guerra nel Peloponneso in un disegno veneziano del 1686

Due schiave e uno schiavo africani preda di guerra nel Peloponneso in un disegno veneziano del 1686

Commerciare in esseri umani ha sempre reso un mucchio di quattrini. Lo sapevano bene genovesi e veneziani che durante il Medioevo e la prima età moderna non hanno mai smesso di trafficare in schiavi, in “teste”, come scrivevano nei loro contratti, nonostante tutto quello che i pontefici potessero dire contro il commercio di esseri umani. Alla fine si era giunti a una sorta di tacito compromesso che accontentava un po’ tutti: si importavano schiavi a patto che non fossero cristiani e, dopo la conversione, potevano essere liberati. Una volta liberi, gli ex schiavi diventavano cittadini come tutti gli altri.

È bene fare una precisazione: quando oggi pensiamo agli schiavi ci vengono in mente gli africani curvi sotto il sole nelle piantagioni di cotone del sud degli Stati Uniti. Niente di tutto questo tra Medioevo e prima età moderna: si trattava quasi esclusivamente di schiavi domestici e in gran parte di donne.

Queste ultime potevano suscitare qualche problema che andava al di là della gestione delle dimore signorili. Il ricco mercante pratese Marco Datini nel 1393 comprava da Firenze schiavi sul mercato di Genova per il servizio proprio e da rivendere a terzi. La moglie di un acquirente di Prato si lamenta con la moglie di Datini, Margherita, perché ha consentito che venisse mandata al marito «una schiava così giovane e così bella» e che «le donne se ne dovrebbero guardare di non far cotal cosa l’una all’altra».

Gli schiavi arrivavano dalle colonie del Mar Nero: la genovese Caffa e la veneziana Tana. Si trattava di non cristiani provenienti dall’Asia centrale (soprattutto tatari e circassi) e il commercio andò avanti fino alla fine della pax mongolica, a inizio Trecento. Tra XV e XVI secolo gli schiavi centro asiatici furono sostituiti dagli africani.

Vediamo qualcuna delle numerosissime testimonianze. Berta di Lotaringia, marchesa della Tuscia, nel 906 manda in dono al califfo di Baghdad, oltre a spade, scudi, lance, vesti d’oro e di bisso, cani, falchi, sparvieri, anche eunuchi slavi e schiave slave «belle e graziose». Ambrogio Lorenzetti attorno al 1330 realizza a Siena l’affresco Il martirio dei francescani a Ceuta, nel dipinto che rievoca l’episodio avvenuto poco più di un secolo prima in Marocco, accanto ai frati che stanno per essere ammazzati, si vedono alcune bionde schiave circasse. Il notaio Benedetto Bianco registra nel 1359 la compravendita di schiave alla Tana, i contratti sono conservati nell’Archivio di Venezia.

Molti degli schiavi trasportati sul naviglio genovese e veneziano non erano destinati al mercato interno. Il mercante veneziano Emanuele Piloti testimonia che Alessandria d’Egitto attorno al 1420 era raggiunta ogni anno da circa duemila schiavi, per la maggior parte acquistati a Caffa dagli agenti del sultano mamelucco.

Come si diceva, una volta chiusa la via asiatica, si apre quella africana. In un celebre quadro di Vittore Carpaccio, Il miracolo della reliquia della croce, è immortalato un gondoliere nero, evidentemente schiavo domestico di qualche illustre famiglia del tempo. A guardar bene, sono molteplici le figure di africane e africani rappresentate nei dipinti: una cameriera nera in un quadro di Josef Heintz, pittore tedesco che opera a Venezia nella seconda metà del Seicento; un servitore nero in livrea alle spalle del ritratto tardo settecentesco del marchese milanese Gian Antonio Litta; un altro africano in livrea settecentesca dà da mangiare ai cagnolini e alle scimmietta di una famiglia nobiliare, il quadro fa parte della collezione conservata nella milanese villa Necchi Campiglio.

Francesco Morosini, doge di Venezia, ricorda nel proprio testamento «quattro schiave more»: stabilisce che siano loro dati cento ducati qualora si sposino. Si trattava con ogni probabilità delle schiave preda di guerra tolte agli ottomani durante la vittoriosa campagna per la conquista del Peloponneso, nel 1686.

Anche Giacomo Casanova, nei due anni del soggiorno triestino, tra il 1772 e il 1774, si imbatte in un’africana, schiava domestica della contessa di Burghausen. «Mi disse una cosa che non si dimentica facilmente. “Io non capisco”, mi confessò un giorno, “come tu possa essere tanto innamorato della mia padrona quando è bianca come un diavolo”. Le domandai se non avesse mai amato un bianco e lei mi rispose di sì, ma solo perché non aveva mai trovato un nero» scrive Casanova in Storia della mia vita. E questo conferma il fatto che la maggior parte dei domestici schiavi era costituita da donne.

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