domenica 18 marzo 2018
A metà fra documentario e musical, il film di Mariani parla del caporalato nell’Agro Pontino. S’intrecciano le storie di due indiani: Gurwinder, bracciante nelle serre, e Hardeep, mediatrice culturale
Una scena del film di Paco Mariani “The Harvest”

Una scena del film di Paco Mariani “The Harvest”

L’accostamento, sulla carta, è ardito: cucire insieme musical e documentario, danze punjabi e denuncia del caporalato e dello sfruttamento del lavoro nell’Agro Pontino. E invece The Harvest, diretto da Paco Mariani, in tour per l’Italia in queste settimane, è un interessante esperimento di contaminazione linguistica e culturale. Il film intreccia due storie nell’arco di una giornata, quella di Gurwinder, indiano del Punjab, che da anni lavora come bracciante nelle serre della provincia di Latina e che vive insieme al resto della comunità sikh composta da circa 30mila persone, e quella di Hardeep, anche lei indiana, ma nata e cresciuta in Italia, impegnata come mediatrice culturale anche per riscattare il passato di un padre che, appena emigrato nel nostro paese, dormiva su una panchina. Li osserviamo dalle prime luci dell’alba, quando ha inizio il duro lavoro nei campi, fino alla preghiera serale nel tempio della comunità, «luogo di uguaglianza» sociale, scoprendo le quotidiane battaglie dei nuovi schiavi, reclutati internazionalmente per sgobbare anche 14 ore al giorno, pagati dai 2 ai 4 euro l’ora, costretti ad accettare uno sfruttamento a tempo indeterminato per non perdere il lavoro e diventare clandestini, impegnati a imparare la nostra lingua per provare a difendersi da quelli che loro chiamato «padroni ». Uno scenario agghiacciante restituito e ricostruito a partire da testimonianze, dossier e indagini in corso, che si riferiscono alla provincia di Latina tra il 2014 e il 2016.

Se l’ultimo rapporto Agromafie di Eurispes e Coldiretti dimostra che il volume d’affari complessivo annuale dell’agromafia sarebbe salito nel 2016 a 21,8 miliardi di euro con un balzo del 30% nell’ultimo anno, lo sconvolgente dossier “Doparsi per lavorare come schiavi”, pubblicato nel 2014 dalla cooperativa InMigrazione, ha denunciato che alcuni braccianti indiani vengono perfino indotti ad assumere sostanze stupefacenti per migliorare le prestazioni di lavoro. Nell’autunno del 2016 in Italia è stata approvata una legge contro il fenomeno del caporalato, ma nonostante l’intervento normativo a oggi non si è ancora riscontrato un concreto cambiamento. Anzi, Marco Omizzolo, consulente scientifico di InMigrazione, che gestisce un centro di accoglienza per migranti e organizza corsi di formazione sia per operatori che per gli stessi richiedenti asilo, è stato recentemente oggetto dell’ennesimo atto di violenza. «Da documentaristi – ci racconta il regista – raccontiamo una storia con l’obiettivo di generare un dibattito sul tema. La verità è che esistono situazioni grigie a macchia di leopardo, nate per una serie di concause legate a meccanismi globali e a scelte po- litiche sbagliate. Se succedono queste cose è perché la legge ha generato dei coni d’ombra. Non esiste un unico macromeccanismo di sfruttamento, ma un sistema che muta caso per caso, complici leggi sbagliate, applicate male e controlli inefficaci: siamo in una fase di arretramento dei diritti delle persone e dei lavoratori».

Le persone coinvolte – si legge alla fine del film – si sono rese disponibili a interpretare i ruoli dei personaggi del film, le cui vicende non rispecchiano fedelmente le loro vite reali, ma sono, in alcuni casi, frutto di finzione. «Il lavoro di ricostruzione cinematografica – spiega Mariani – in un ambiente protetto, con persone che non erano i veri caporali, ci ha permesso di muoverci con più tranquillità. Abbiamo girato il film tra aprile e giugno 2016, nel periodo della fitta rete di scioperi durante i quali 5mila braccianti indiani hanno incrociato le braccia. La tensione era alta, non sono mancati atti di intimidazione e violenza contro troupe televisive, ma noi abbiamo affrontato la cosa nel modo più efficace, anche grazie all’aiuto di Omizzolo, non tanto per la nostra incolumità, ma per quella degli indiani coraggiosamente impegnati in questo progetto». L’azzeramento del confine tra realtà e finzione ha dato vita in questi anni a un vero e proprio genere cinematografico, in cui le persone sono chiamate a reinterpretare la propria storia. «I documentari hanno cambiato molto i propri linguaggi negli ultimi anni e anche noi volevamo sperimentare, raccontando questa storia in modo diverso in un’epoca in cui siamo tutti sommersi da immagini. Il classico reportage non basta, bisogna creare un nuovo rapporto tra lo spettatore e la vicenda veicolata dal film».

Coniugando musical e dramma, il rischio era quello di smentire la gravità della denuncia, buttandola sul folklore. «Abbiamo sempre fatto molta attenzione al rispetto delle persone e delle loro storie. Le parti musicali e di ballo non sono dei siparietti gioiosi in mezzo a un dramma, ma tasselli fondamentali del racconto. Abbiamo scelto la strada della contaminazione artistica, con un lavoro di meticciamento tra diversi orizzonti culturali, perché il cinema ha il compito di abbattere i muri. Oggi le seconde generazioni sono la nostra ancora di salvezza, il punto di convergenza da cui potrà nascere un mix nuovo, la sintesi di qualcosa che ancora non esiste».

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