domenica 13 novembre 2022
Parla la moglie dello scrittore: «Nell'ultimo libro, incompiuto, mise a tema la produzione di armi. Le sue riflessioni ci hanno aiutato a capire il mondo: gli intellettuali hanno questa capacità»
Saramago nel suo studio a Lanzarote

Saramago nel suo studio a Lanzarote - Massimiliano Rella

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La casa di Josè Saramago, “A Casa”, a Lanzarote è una costruzione bianca con terrazza, giardino e una vasta biblioteca, il buen retiro dello scrittore portoghese che qui visse per 17 anni con la moglie Pilar del Rio, giornalista e scrittrice spagnola, producendo una buona metà della sua opera. Saramago amava quest’isola dove si trasferì definitivamente nel ’93, divenuta Riserva della biosfera Unesco grazie anche all’impegno politico dell’architetto ecologista César Manrique, altro artista visionario, nativo di Lanzarote, scomparso nel ’92. Il 16 novembre ricorre il centenario della nascita di Saramago, un “preveggente”, spesso in contrasto con il potere. Pilar del Rio è presidentessa della Fondazione Saramago di Lisbona e autrice de L’intuizione dell’isola. I giorni di Josè Saramago a Lanzarote.

Suo marito nel ‘95 scrisse Cecità, una storia in cui i personaggi venivano colpiti alla vista da un’epidemia. È stato un anticipatore? Cosa pensa che direbbe oggi, dopo una pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina, una guerra in Europa?

Gli scrittori, gli intellettuali, hanno questa capacità: pensano e riflettono in anticipo, notando dove si indirizzano le intenzioni del potere, intellettualmente molto limitato. Se osserviamo, scopriamo subito dove sta andando. E parlo del potere economico, perché quello politico si adatta o si sottomette. Gli intellettuali indipendenti hanno la capacità di vederlo prima, ma anche i cittadini lo vedrebbero se non fossero intrattenuti nella loro quotidianità. La guerra in Ucraina potrebbe essere il capitolo di un’intervista. Saramago scrisse un ultimo libro, incompiuto ma pubblicato, Alabardas, incentrato sulla fabbricazione delle armi. Lui diceva che accanto alle fabbriche di armi esistono le fabbriche del conflitto. Se si fabbricano armi gli Stati fabbricano i conflitti perché nessuno produce per non consumare. Quindi era evidente che si sarebbe andati verso un nuovo conflitto, conclusa la guerra in Iraq. Io non dico che l’Ucraina non abbia ragione, ma sostengo che Russia e Ucraina si dovrebbero sedere a un tavolo di negoziazione con l’Onu e le istituzioni internazionali. Siamo invece retrocessi all’età della caverna, solo che anziché una clava oggi abbiamo armi nucleari.

Lei ha tradotto molte opere di suo marito e appena pubblicato L’intuizione dell’isola. I giorni di Josè Saramago a Lanzarote, non ancora uscito in Italia...

Come giornalista ho pensato di avere informazioni di cui nessun altro dispone e di volerle condividere. È un libro per lettori di Josè Saramago che vogliono conoscere qual era la sua quotidianità ma soprattutto perché scriveva i libri che scrisse, da dove partivano e in che situazioni si creavano.

Chi era l’uomo, il marito, il compagno di vita Josè Saramago?

La risposta è nella stessa domanda. Ma soprattutto era lo scrittore che mi affascinava, era il mio lavoro, il mio quotidiano, il mio tempo.

Suo marito disse: «Vivo irrequieto e scrivo per turbare». In cosa uno scrittore deve creare turbamento nei suoi romanzi?

Ci sono diversi modi per approcciare la scrittura e la lettura. C’è chi scrive per intrattenere, ad esempio libri che leggiamo quando siamo stanchi, poi ci sono altri libri che ci fanno confrontare con noi stessi, che ci fanno desiderare, ci rendono più intelligenti e saggi. Le letture e le riflessioni intellettuali di Saramago ci aprivano porte che non erano solo per farci piacere ma per renderci più consapevoli e saggi, quindi per avere una migliore comprensione del mondo.

Saramago sosteneva l’unificazione della penisola iberica e i suoi romanzi ebbero più successo fuori dal Portogallo. Aveva valori europei diversi rispetto al suo tempo?

Sono due cose distinte. Saramago parlava di unione iberica non dal punto di vista politico, ma sul piano della comunicazione tra le cinque lingue della penisola e le distinte manifestazioni culturali, senza la necessità di passare per gli Stati. Parlava di questa unificazione. Spagna e Portogallo sono Europa e in alcuni momenti sono la migliore Europa, un’Europa aperta. A lui non piaceva invece l’Europa dei mercanti. Apprezzava l’Europa dell’umanesimo, della rivoluzione francese, della dichiarazione universale dei diritti umani di Parigi del ’48. Quando criticava l’Europa lo faceva perché era europeo e perché era capace di distinguere una cosa dall’altra.

Quando ricevette il Nobel disse che l’uomo più saggio da lui conosciuto era il nonno, che non sapeva né leggere né scrivere. Chi erano gli ultimi e gli umili per Saramago?

Amava il nonno e diceva che il fatto che non sapesse scrivere e leggere non significava che non fosse saggio. Anche se non sapeva scrivere, sapeva altre cose. Saramago condivideva con Eduardo Galeano l’idea di raccontare i “nessuno”, cioè coloro che non hanno nome ma sono persone e hanno diritti. Lui sosteneva che ognuno di noi, che siamo dei nessuno nel fondo, siamo tanto importanti quanto gli Stati Uniti d’America. Diceva che nel mondo ci sono due superpotenze: una sono gli Usa, l’altra sei tu. Questo lo disse a Madrid durante la guerra in Iraq. Per lui l’importanza dell’essere umano era fondamentale.

Suo marito disse «uno scrittore è anche un cittadino e deve intervenire nella società». Il mondo però non sembra migliorare nonostante gli scrittori…

Credo che Saramago su questo venga equivocato. Lui dice che il mondo potrebbe essere migliore. Però, se nel corso della storia non avessimo avuto i grandi pensatori e scrittori forse saremmo più disorientati. Oggi ci siamo persi: cambiamento climatico, povertà assoluta, caos, preoccupazione per una guerra in Europa, le tante guerre nel mondo, però abbiamo più chiaro il concetto dell’etica, della responsabilità e del valore. Senza i grandi scrittori non avremmo questo.

Prendiamo lo stile letterario di Saramago taglio della punteggiatura e del virgolettato, periodi molto lunghi - e la comunicazione asciutta e frammentata del web e dei social. Cosa accade oggi al linguaggio?

Non si è mai letto tanto durante la storia come oggi. Sì, magari si dirà, quello che si legge sono messaggi di WhatsApp... Ma mai si sono pubblicati tanti libri come oggi; certo si potrebbe leggere meglio e di più, però la letteratura è lì presente. Abbiamo di recente commemorato i cento anni dell’Ulisse di Joyce, edizioni nuove di Saramago e io credo che i buoni lettori affrontino Tolstoj con passione. Oggi si legge più che mai perché i libri sono alla portata di tante persone che prima non potevano. C’è stata una democratizzazione della lettura. Prima di Gutenberg pensavamo che i libri fossero pochi esemplari e che si distribuissero tra coloro che potevano leggere.

In Saramago la fantasia s’innesta sulla realtà storica. Era uno studioso di storia, ammirava Pessoa. Quale legame lo univa a lui?

Saramago era un “finzionista”. Ricorre a Pessoa perché era uno scrittore e una personalità che trovava curiosa e interessante, contraddittoria, aveva tanti eteronimi e scriveva in stili diversi. Scelse Ricardo Reis perché interessato alla sua poesia. La storia reale è presente nel libro con l’avvento della guerra di Spagna, del nazismo e del fascismo in Italia. La storia c’è, ma esiste l’immaginazione, fino al punto di una conversazione tra un morto, Pessoa, e un altro che forse è vivo ma che non è mai esistito, non esiste, e i due camminano in una strada di Lisbona che esiste: situazione divertente. Ma L’anno della morte di Ricardo Reis è una riflessione sulla ricerca dell’etica della responsabilità. Il libro comincia con un verso di Pessoa: «Saggio è colui che si contenta dello spettacolo del mondo» e Saramago scrisse un libro per rispondere a Pessoa: «Come, contemplare il mondo? Cambia il mondo! Sei saggio se intervieni… se non sei uno sciocco».

Chi sarebbe stato Josè Saramago senza Pilar?

Non so rispondere. Chissà… forse una persona molto più felice, contenta, o forse (ride, ndr) una persona più triste, più spenta. Non lo sapremo mai.

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