giovedì 13 dicembre 2018
In un incontro del 2009 a Milano il filosofo, morto martedì, mostrava che la pretesa della ragione di non andare oltre il misurabile porta alla perdita della consapevolezza della stessa umanità
Il filosofo tedesco Robert Spaemann

Il filosofo tedesco Robert Spaemann

Signori e signore, cari amici: o Dio c’è oppure l’autocomprensione dell’uomo in quanto essere di ragione, vale a dire in quanto persona, è un’illusione. Il razionalismo dell’Illuminismo da lungo tempo si è abbandonato alla fede nella impotenza della ragione umana, alla fede nel fatto che noi non siamo ciò che pensiamo di essere: esseri liberi, autodeterminati. La fede cristiana non ha mai considerato l’uomo tanto libero come ha fatto l’idealismo, ma nemmeno lo considera così privo di libertà come fa oggi invece lo scientismo.

Ragione, ratio, significa tanto ragione quanto fondamento. La visione scientista del mondo considera il mondo e dunque anche se stessa come priva di un fondamento. La fede in Dio è la fede in un fondamento del mondo, che lui stesso non è senza fondamento, dunque irrazionale, ma “luce”, trasparente a se stessa e così suo proprio fondamento. La prima domanda che vorrei discutere è: che cosa crede colui che crede in Dio? Egli crede in una fondamentale razionalità della realtà. Egli crede che il bene sia più fondamentale del male. Egli crede che ciò che è inferiore debba essere compreso a partire da ciò che è superiore e non viceversa. Egli crede che il non senso presupponga il senso e che il senso non sia una variante dell’assurdo. Questo però significa che, contrariamente a quanto afferma David Hume, secondo il quale “we never really advance a step beyond ourselves¨, colui che crede in Dio crede che nell’incontro con gli altri noi abbiamo a che fare con la realtà. Non possiamo amare un uomo senza credere che l’altro è reale.

Nel concetto di “Dio” noi pensiamo l’unità di due predicati, che nel nostro mondo esperienziale solo qualche volta e mai in modo necessario risultano connessi l’uno all’altro: l’unità dei predicati 'potente' e 'buono', l’identità del potere assoluto e del bene assoluto, l’unità di essere e senso. Questa unità non è per noi una verità analitica. Essa non si comprende da se stessa [...].

Il fedele accoglie tutto ciò che accade e che non è in grado di modificare, dalle mani di Dio e si disputa anche con Dio. Giobbe accusa Dio per le disgrazie piovute su di lui. I suoi amici lo vogliono convincere del fatto che Dio è giusto, fanno una giustificazione di Dio, una teodicea. Dio è giusto e Giobbe deve ricercare in se stesso la causa delle proprie disgrazie. Giobbe non comprende questo e Dio rimprovera alla fine i suoi amici: la loro difesa di Dio è meno devota del lamento di Giobbe. Delle intenzioni di Dio essi comprendono assai poco come Giobbe. Dio allora riduce al silenzio Giobbe non quando egli si difende, ma dicendogli: «Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? Dillo, se hai tanta intelligenza. Il censore vorrà ancora contendere con l’Onnipotente? Hai tu un braccio come quello di Dio e puoi tuonare con voce pari alla sua?». Questo illumina Giobbe, il quale risponde: «Ho esposto senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo. Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere». La sottomissione incondizionata alla volontà di Dio, che si rivela in ciò che accade e in ciò che noi non possiamo modificare, è l’atteggiamento fondamentale di tutti coloro che credono in Dio.

Ma che cosa significa sottomissione a ciò che noi non possiamo modificare? Non è forse più dignitoso almeno rifiutarci di accettarlo? Ma a chi interessa questo, se Dio non esiste, se il destino è cieco e l’universo indifferente all’accettazione così come al rifiuto o addirittura alla protesta? Quando Giobbe protesta davanti a Dio, questo accade perché egli pensa a Dio come ad un essere a cui appartiene il fatto di essere buono. Nella protesta si trova ancora il riconoscimento di Colui al quale noi rivolgiamo la protesta. Se noi lo considerassimo indifferente al dolore del mondo, non avrebbe alcun senso protestare [...].

Il discorso sulla bontà di Dio, su Dio che è amore, smarrisce il suo punto sconvolgente, se passa sotto silenzio chi è colui di cui si dice che Egli è amore, se cioè passa sotto silenzio che Egli è la Potenza che guida la nostra esistenza e il mondo, che muove il sole e le altre stelle. Soltanto tale Potenza, infatti, può salvarci dalla morte. L’idea di un amore assoluto, infinito, resta un’idea regolativa, se in essa non viene pensata l’unità di due assolutezze, quella del fattuale, del destino, e quella del bene [...].

Se io dico che è ragionevole credere a questa unità, è perché noi non possiamo pensare a nessuno di questi due assoluti in modo conseguente fino alla fine senza pensare contemporaneamente ogni volta all’altro. La potenza assoluta, l’essenza di ciò che è, non sarebbe questa essenza, non sarebbe l’Assoluto, se avesse di fronte a sé sempre un occhio silenzioso, che inesorabilmente la giudica. Se il bene non appartenesse all’essere, l’essere non sarebbe tutto, non sarebbe cioè la totalità. L’occhio che inesorabilmente dirige e che è allo stesso tempo inesorabilmente buono appartiene esso stesso all’essere, altrimenti l’essere non sarebbe tutto. Ma vale anche il contrario: se il bene fosse impotenza, allora non sarebbe il bene tout court. Poiché l’impotenza del bene non è bene. La fede nella potenza del bene è ciò che ci consente di abbandonarci attivamente alla realtà, senza dover temere che, in un mondo assurdo, anche ogni buona intenzione produce il contrario.

Le riflessioni qui pubblicate sono estratte dall'incontro organizzato nel dicembre 2009 dal Centro Culturale di Milano, e tenuto all'Università Cattolica, tra Robert Spaemann e Stefano Alberto.


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