martedì 21 settembre 2021
Il pensatore ospite al convegno del Centro Studi Filosofici di Gallarate: «Il nostro incontro con una persona è sempre un evento. E un evento è essenzialmente singolare»
Il filosofo francese Rémi Brague

Il filosofo francese Rémi Brague - archivio

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Si terrà a Roma dal 23 al 25 settembre il 76° convegno del Centro Studi Filosofici di Gallarate, che avrà come tema “Ontologia ed etica della persona”. Si parla di “persona” negli ambiti più diversi, tuttavia non è certo unico, e non è sempre chiaro, il senso del termine: si deve infatti ravvisare una pluralità di matrici culturali che ne motivano diversamente la rilevanza, talvolta la sottomettono anche a una critica negativa. La fecondità del riferimento alla persona esige una messa a fuoco e una rinnovata discussione. «Nella sua articolazione – dichiara Francesco Totaro, presidente del consiglio scientifico del centro studi – il convegno si propone da un lato di entrare nel merito di questioni fondamentali, attraverso considerazioni ontologiche, etiche e teologiche; dall’altro di mettere a tema il rapporto con la verità e con la libertà, senza trascurare gli aspetti applicativi». Oltre alla relazione di Rémi Brague – in Italia per una serie di iniziative anche a Milano e Napoli – che nell’ambito del convegno riceverà il volume in suo onore Europa cura te ipsam (a cura di E. Grimi, Stamen) e interverrà su “Persona e negazione della libertà”, sono previste relazioni di Enrico Berti, Angela Ales Bello, Claudio Ciancio, Luigina Mortari, e Laura Palazzani. Anticipiamo un’intervista di Costantino Esposito a Brague; il convegno - che si colloca idealmente all’interno del percorso che porta al Congresso Mondiale di Filosofia che si terrà nel 2024 a Roma presso l’Università la Sapienza - è raggiungibile online attraverso questo link al canale YouTube.

A cosa ci riferiamo quando diciamo “persona’? Le definizioni canoniche chiedono forse oggi di essere nuovamente comprese a partire dall’esperienza.

Da dove partirebbe Rémi Brague nel risignificare questo termine?

Forse dal semplice fatto che le persone sono prima di tutto i nostri interlocutori, gente con cui parliamo e che parla con noi.

Persona è stata spesso distinta da individuo, perché quest’ultimo dice qualcuno di non ulteriormente divisibile e con condivisibile con altri, mentre persona dice, nella sua stessa natura, relazione e apertura ad un altro. Un io che è costitutivamente un noi. Oggi il problema si ripropone drammaticamente nella sfida pandemica.

L’individuo è una nozione logica che non designa necessariamente un essere umano. Un animale, una pianta, sono individui di una specie animale o vegetale. Un oggetto prodotto in serie è il singolo esemplare di un determinato modello.

Un altro fronte in cui l’esperienza della persona viene messa alla prova, oggi, sono le neuroscienze e in generale l’approccio cognitivista. Il riduzionismo fisicalista e biologista, nelle sue tendenze più estreme, è impegnato a eliminare lo scarto o la soluzione di continuità tra il naturale e il cosciente, tra il necessario e il libero. Ma appunto si pone il problema su cui lei parlerà al convegno del Centro Studi Filosofici di Gallarate: in che modo oggi è negata alla persona l’esperienza della libertà? Dove lo vediamo? E quali conseguenze porta?

Un approccio cognitivista parla dell’uomo in terza persona, come un lui. La nostra esperienza è invece quella di un io tra persone a cui questo io dice tu. Sin dall’inizio, è perché degli altri (i nostri genitori) ci hanno detto tu, che noi abbiamo imparato a poco a poco a dire io. Tutti questi metodi presuppongono che ad un certo punto del ragionamento si faccia un salto arbitrario. Consideriamo per esempio la spiegazione che Platone fornisce della visione: dopo un lungo e complicato resoconto sul fuoco che si trova fuori di noi e nell’occhio, sulla luce, sulla trasmissione dei movimenti all’occhio, ecc., Platone finisce con: «e questo produce la sensazione che chiamiamo “vedere”» (Timeo, 45d3). E così, se non si ha un’esperienza diretta di ciò che è vedere, la teoria non serve a niente... Il modo peggiore di negare ad un altro l’esperienza della libertà non è tanto quello di legarlo o di rinchiuderlo - il che sarebbe già molto grave. È piuttosto quello di mentirgli, cioè di negargli la verità, di negargli la capacità di essere un ’tu’ capace di parlare alla persona che io sono veramente.

Nella persona si legano strettamente la verità e la libertà: se le stacchiamo, infatti, rischiamo di perderle entrambe. Come è possibile ripensare oggi questo nesso costitutivo?

Partendo dalla constatazione che ciò che chiamiamo verità è essenzialmente ciò che ci interessa. Tutto ciò che è esatto non ci riguarda direttamente. Che la battaglia di Marignano sia stata combattuta nel 1515 o che la formula chimica dell’acqua sia H2O sono cose perfettamente vere. Affermarle è vero, e dire il contrario significherebbe sbagliare per ignoranza o mentire consapevolmente. Tuttavia, noi esitiamo a chiamarle verità perché, al fondo, ci risultano indifferenti, non ci cambiano in alcun modo. Al contrario, ovunque ci sia verità possiamo dire: de te fabula narratur.

L’esperienza della persona non è mai qualcosa di pre-determinato o di puramente sostanziale, ma è qualcosa di storico. Cosa a suo avviso può ridestare oggi questa esperienza?

Direi semplicemente il fare attenzione alla nostra esperienza vissuta, al di là di tutte le teorie. Il nostro incontro con una persona è sempre un evento. E un evento è essenzialmente singolare. Possiamo raccontarlo come un fatto storico, ma mai come un esperimento scientifico, nel quale astraiamo sistematicamente dal qui e dall’ora.

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