sabato 16 ottobre 2021
Riparte il campionato di basket più bello del mondo: un cortometraggio con le leggende di ieri e di oggi riassume la magia di un torneo che coinvolge non solo gli appassionati
Nba, 75 anni da leggenda: cinque motivi per continuare a sognare
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Allacciate le cinture, si riparte. Torna il campionato di basket più bello del mondo. Nella notte tra il 19 e il 20 ottobre scatta la Nba che quest’anno spegne 75 candeline. Un compleanno prestigioso che la lega statunitense festeggia con un cortometraggio emozionante: “Welcome to Nba Lane”. In 168 secondi viene riassunta la magia di un torneo che continua a conquistare generazioni di appassionati. Cambiano i protagonisti, passano gli anni, ma resta il fascino della pallacanestro made in Usa, capace di coinvolgere anche chi non fa parte della grande famiglia della palla a spicchi. Anche quest’anno c’è almeno un “quintetto” di motivi per rimanere in piedi fino a tardi o puntare la sveglia all’alba.

Figurine senza tempo

Per chi ha vissuto lo sbarco e la progressiva diffusione della Nba nella televisione italiana, guardare oggi il massimo campionato statunitense è sempre ritornare un po’ i ragazzini di una volta. E non è un caso se il video celebrativo è di fatto un viaggio nella memoria, con un simpatico scuolabus che offre ai bambini un tour in un quartiere da favola dove abitano molte leggende presenti e passate di questo sport. Riconoscere Kareem Abdul-Jabbar, Larry Bird o Magic Johnson è per un attimo riascoltare le prime telecronache inconfondibili di Dan Peterson in tempi in cui l’acronimo “Enbiei” era ancora semisconosciuto e quando canotte e gadget non avevano ancora invaso il nostro Paese. L’attore e produttore del cortometraggio è Michael B. Jordan ma manca il “Jordan” del basket per eccellenza. Del mitico Michael dei Bulls, riconosciuto come il più grande di tutti, c’è solo il frammento di un filmato, quello della schiacciata che l’ha consacrato icona planetaria ben oltre la pallacanestro. Un’assenza vistosa ma che non intacca la bontà di un video che scorre anche su note western “morriconeggianti” salvo poi fermarsi in silenzio per un omaggio toccante a Kobe Bryant, il campione scomparso in un incidente in elicottero nel gennaio 2020, insieme con sua figlia Gianna di soli 13 anni. La leggenda dei Lakers ha illuminato la storia meravigliosa del basket. E pensare, come ricorda anche il corto, che tutto è cominciato da due ceste per le pesche, i primi rudimentali canestri apparsi nel 1891 (la Nba nascerà nel 1946).

I signori dell’anello

L’equivalente dello “scudetto” nella Nba è qualcosa di più romantico: un anello d’oro che mai forse come quest’anno sembra non avere un favorito d’obbligo tra le pretendenti. L’anno scorso a giocarselo sono state due rivelazioni, i Phoenix Suns che non hanno mai vinto un titolo Nba, e i Milwaukee Bucks, che alla fine sono riusciti a metterselo al dito dopo ben 50 anni. La spunteranno ancora loro? Gli analisti non ne sono completamente convinti. Un gradino sopra a tutti sembrano i Brooklin Nets, ma i newyorkesi hanno messo fuori rosa una delle loro stelle Kyrie Irving per il suo rifiuto di vaccinarsi. E la sua sarà un’assenza che si farà sentire. Tra i più accreditati anche i Los Angeles Lakers che possono sempre contare su the King, quel LeBron James che nell’immaginario ha raccolto l’eredità di Michael Jordan (non per nulla il cinema l’ha arruolato nel nuovo capitolo di Space Jam). Ma le incognite più grandi per i gialloviola, sono legate soprattutto ai continui infortuni essendo anche la squadra con l’età media più alta della Nba.

Campioni oltre il parquet

Tra i protagonisti annunciati invece di questa stagione c’è di sicuro ancora lui, Giannis Antetokounmpo, trascinatore dei Bucks campioni in carica. Il bello della Nba è anche la quantità di storie incredibili che si nascondono dietro gli eroi del parquet. Quella di Giannis, fuoriclasse nato in Grecia da venditori ambulanti nigeriani, è senz’altro esempla- re: «Otto anni e mezzo fa, quando sono arrivato in Nba, non sapevo come avrei fatto a procurarmi un pasto. Mia madre vendeva merce per strada, adesso invece sono seduto sul tetto del mondo: non posso che essere grato a Dio per questo viaggio». Così ha dichiarato commosso lo scorso anno dopo la vittoria in finale. Quest’anno ci riprova con lo stesso spirito di sacrificio e la stessa umiltà che lo hanno portato in alto: «Non chiamatemi campione: se una persona inizia a ricevere solo pacche sulla spalla, si rilassa e non è certo quello che voglio fare. Non sono io il miglior giocatore del mondo ma è LeBron».

L’unico azzurro

Un occhio di riguardo ce l’avremo per chi continua a tenere alto il vessillo tricolore. Dopo i rientri dagli States di Nicolò Melli e Nico Mannion (e di coach Sergio Scariolo) l’unico azzurro ancora in Nba è Danilo Gallinari, 33 anni, dal 2008 presenza fissa tra i giganti in Usa, record per un italiano. L’anno scorso con i suoi Atlanta Hawks è arrivato addirittura a una passo dall’atto finale, quest’anno non si nasconde e punta a coronare il sogno di vincere l’anello. Gallinari però ricorda sempre chi lo incoraggiò all’inizio della sua avventura Oltreoceano a 19 anni. «Alla prima Summer League, a Las Vegas, nel 2008, sento gridare “Danilo! Danilo!”, mi giro ed era Kobe... Mi aveva riconosciuto da lontano. Chiacchieriamo in italiano. Sapeva tutto di me. Più tardi, quando sono tornato in hotel, nella mia stanza c’era un suo paio di scarpe firmato ed un biglietto: “Benvenuto in Nba”».

Nel nome di Kobe

Kobe Bryant è sempre presente nel cuore di chi ama questo sport e non solo. «Ci sono cose più grandi della pallacanestro », dice il video Nba Lane, onorando il Mamba. E la leggenda spagnola Pau Gasol annunciando il suo ritiro non è riuscito a trattenere le lacrime per l’amico e compagno di squadra scomparso a 41 anni: «Per me era come un fratello». Ma Kobe insegna, la missione di un campione non si esaurisce quando si appendono le scarpe al chiodo. Lui dopo il ritiro si stava dedicando anima e corpo a trasmettere la sua passione ai giovani e a riprendersi il tempo sottratto alla famiglia, la moglie Vanessa e le sue quattro figlie: «Essere un padre è la cosa di cui sono più orgoglioso in questo mondo; è il mio più grande risultato». La sua scomparsa è stata un duro colpo. Ma Bryant, fuoriclasse cattolico, era a Messa prima dello schianto. Segno di quanto fosse convinto che la pallacanestro, come la vita, sia un dono che non finirà.


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