mercoledì 17 gennaio 2018
Gli insulti allo juventino Matuidi riaccendono i riflettori sul razzismo nel calcio. Circa 60 gli episodi contro calciatori di colore, in aumento tra Esordienti e Giovanissimi: pochissime le sanzioni
I Giovanissimi della Fincantieri con il volto dipinto di nero in segno di solidarietà per un loro compagno di squadra

I Giovanissimi della Fincantieri con il volto dipinto di nero in segno di solidarietà per un loro compagno di squadra

Parafrasando il titolo del celebre film Mamma ho perso l’aereo, l’aver perso di “vista” i razzisti da stadio è quanto sta accadendo nel nostro calcio, a cominciare da quello giovanile. Sabato prossimo riparte il campionato di Serie A, e anche lì lo slogan sotto traccia che sta passando dalla fine dello scorso anno è: «Niente razzismo, siamo italiani». Dalla «tolleranza zero», sbandierata da tutti i regnanti saliti al trono nel Palazzo del pallone italico, siamo passati all’«intolleranza» nel divulgare gli episodi incresciosi e reiterati che si verificano dai campetti di periferia fino alle cattedrali del grande calcio.

Da quasi vent’anni a questa parte, il razzismo della massima serie sembra sempre una questione privata, o addirittura “monografica”. Ieri, a stagioni alterne, i capri espiatori, per via del colore della pelle, sono stati Zoro (che tentò di interrompere Messina-Inter e uscire dal campo), poi Reginaldo (nemmeno troppo forte ma «troppo fortunato», in quanto fidanzato - ai tempi - con Elisabetta Canalis). Balotelli («Non esiste un negro italiano», gli cantavano dalle nostre curve infami) e infine Boateng (anche lui legato alla velina Melissa Satta e preso di mira dagli ultrà della Pro Patria. «Tutti assolti, non fu razzismo!»).

Questi sono gli episodi singoli e singolari del calcio che conta, ai quali ai giorni nostri dobbiamo aggiornare il “doppio sfregio” razzista, subito dal centrocampista della Juventus, il francese di origini angolane Blaise Matuidi. Il 30 dicembre scorso gli oltraggiosi ululati contro Matuidi al Bentegodi con la società dell’Hellas Verona multata di 20mila euro e diffida della curva dei supporter gialloblù. Stessi «buu-buu» in Cagliari-Juventus del turno precedente, ma qui nessuno vede e tanto meno sente.

«Non posso lasciar passare senza reagire...», il commento via Twitter lanciato dal francese, giustamente punto nell’onore di uomo e poi di calciatore professionista. Del resto, se ci sono aspiranti capipopolo della nostra politica che rivendicano il primato della «razza bianca» diventa quasi inevitabile che anche nel calcio il razzismo sia diventato un fatto semplicemente di “ordinaria” follia.

«Tutto questo accade perché hanno cambiato i criteri di rilevazione degli episodi di razzismo», spiega il sociologo Mauro Valeri, responsabile dell’Osservatorio sul razzismo e antirazzismo nel calcio. «La Figc pensa che non ci sia più razzismo da noi. Siamo regrediti nell’antirazzismo rispetto alla stagione 2014-2015, l’ultima in cui il giudice sportivo ci andava giù con la mano pesante chiudendo le curve dopo ogni coro o striscione. Poi si è arrivati al lassismo da parte del governo calcistico, il quale anziché difendere i giocatori insultati ha lasciato cadere un velo di indifferenza e non ha avuto il coraggio di imporre le telecamere per denunciare la responsabilità soggettiva».

Così ora si assiste a un fenomeno di «vivisezione degli episodi» in cui prima di arrivare alla denuncia concreta ci devono essere almeno quattro parametri rilevabili: la durata del coro o dell’invettiva razzista; l’entità, cioè “quanto” quel coro può essere udibile da tutto lo stadio; il numero delle persone che vi partecipano attivamente; la persistenza dell’insulto razzista. «Insomma siamo arrivati al punto in cui non basta un solo tifoso che tiri la banana in campo al giocatore di colore per parlare di “episodio razzista”, ma deve esserci un quorum cospicuo di ultrà. Del resto, quando Muntari era al Pescara non venne considerato episodio razzista, e quindi punibile, il coro contro di lui perché cantato da “appena” dodici tifosi del Cagliari, peraltro mai identificati», dice indignato Valeri. E i protagonisti in campo, uomini considerati “speciali” come José Mourinho non aiutano certo nel processo di sensibilizzazione visto che in passato ha detto: «Per me razzismo è quando entrambe le tifoserie insultano tutti i giocatori di colore in campo». Questo almeno, è ancora uno “spettacolo” che ci è stato risparmiato.

Ma intanto gli episodi non sono affatto diminuiti ma soltanto ignorati dagli organi competenti. «Dall’inizio della stagione calcistica 2017-2018 sono stati circa 60 gli episodi di razzismo messi a referto dalla Serie A ai dilettanti – sottolinea Valeri –. Ma l’aumento preoccupante e che dobbiamo monitorare con attenzione è avvenuto nei tornei giovanili».

Almeno dieci episodi pesanti nell’ultimo anno si sono verificati proprio nelle categorie Esordienti e Giovanissimi. Ragazzini di 13-14 anni purtroppo già allenati allo «sporco negro», pronunciato contro l’avversario di colore. È accaduto esattamente un anno fa (23 gennaio 2017) durante Fossaltese-Gregorense Trinitas Pontevi (Giovanissimi regionali-Veneto) con «bagarre finale in campo e sugli spalti tra i genitori». Il deterrente della maxisqualifica, fino a 10 giornate, non pare avere avuto grandi effetti, anche perché spesso lo stesso insulto razzista «fatto sotto gli occhi dell’arbitro» ottiene uno stop di 4 giornate, come è accaduto in Torino Club-Solbiatese (Giovanissimi classe 2004).

«Negro di m....» è l’idiomatica ricorrente nei febbrili, anzi folli 90’, quella che ha fatto scoppiare in lacrime Omar Mendola - padre italiano e madre africana - 16enne calciatore del Ladispoli, attaccato dagli spalti del campo del Fiumicino. «La società del Fiumicino gli ha fatto arrivare le proprie scuse sincere, ma non c’è stata nessuna sanzione contro il pubblico», spiega Valeri. Al giovane del Mezzana (Esordienti- Toscana) è andata “meglio”: insulti da tutte le parti, spalti e panchina avversaria compresa, quella dei padroni di casa del Sorms San Mauro, i quali non si sono preoccupati delle lacrime del ragazzo. E per quel pianto hanno versato appena 500 euro di multa.

Trecento euro è il dazio pagato per razzismo dai siciliani del Dattilo: se la sono presa contro Amara Tourè, 14enne originario del Mali che è arrivato in Italia viaggiando sui barconi. I suoi compagni di squadra non l’hanno abbandonato e come accadde per l’ex attaccante del Treviso, il nigeriano Omolade anche i Giovanissimi del Fincantieri la domenica successiva al fattaccio con il Dattilo si sono presentati in campo con il volto dipinto di nero in segno di solidarietà. Grande prova di maturità e di coscienza civile. Messaggio in bottiglia che dal mare di Sicilia è risalito fino a quello di Genova dove un’intera squadra Allievi (rimasta anonima) ha chiesto al proprio presidente l’allontanamento di un giovane tesserato per aver insultato un loro compagno.

Ma non sempre si riesce a mantenere la saggezza e a controllare la rabbia, specie dinanzi a certe espressioni forti che fanno più male delle entrate feroci alle caviglie. Il 14enne di origini nigeriane della Sacra Famiglia (Giovanissimi-Veneto) colpito da un pugno al basso ventre e al secondo «sporco negro » proferito dai giocatori della Virtus Agredo di Loreggia ha reagito. Risultato: cartellino rosso per lui e beffa finale per il suo allenatore, Domenico Esposito, inascoltato dall’arbitro e apostrofato dal tecnico avversario con un elegantissimo «Stai zitto Napoli!».

E qui siamo alla «discriminazione territoriale», altra fenomenologia - come l’antisemitismo da stadio e le figurine di Anna Frank con la maglia della Roma e non solo - che è andata velocemente nel dimenticatoio, e non più trattata in sede di giustizia sportiva. E invece le parole di Matuidi, dalla Serie A fino al campetto più sperduto d’Italia, vanno scolpite nella memoria collettiva, di grandi e piccoli: «Le persone deboli cercano di intimidire con l’odio – ha scritto il francese della Juve –. Io non riesco a odiare e posso solo essere dispiaciuto per coloro che danno questi cattivi esempi. Il calcio è un modo per diffondere l’uguaglianza, la passione e l’ispirazione ed è questo per cui sono qui. Pace».

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