sabato 9 dicembre 2023
Il conduttore della trasmissione d’inchiesta di Rai 3 racconta la forza di una “mission” che ne ha fatto anche il querelato speciale.
Sigfrido Ranucci, conduttore di “Report” la trasmissione di inchiesta di Rai 3 in onda domenica sera

Sigfrido Ranucci, conduttore di “Report” la trasmissione di inchiesta di Rai 3 in onda domenica sera - Ansa

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Per fare Report, da quasi trent’anni a questa parte (la prima puntata andò in onda nel 1997) ci vuole un gran coraggio, un fisico bestiale, spalle larghe e un nome da eroe wagneriano, Sigfrido. Stiamo entrando nel 7° anno della conduzione di Sigfrido Ranucci, segni di crisi: zero. Anzi, il cuore impavido al comando del più ficcante programma di inchiesta e approfondimento trasmesso dal servizio pubblico (Rai 3), va avanti a testa alta, in direzione ostinata e contraria a poteri forti, forte del consenso popolare: anche con lo spostamento alla domenica sera raccoglie una media di 1 milione e 800 mila telespettatori. La gente crede nel programma (130 minuti settimanali per 28 domeniche più altrettante repliche al sabato) e nel suo conduttore, un “cane sciolto” dell’informazione investigativa dal volto e la voce rassicurante, e premia con gli ascolti questo format che è specchio fedele, purtroppo, del Paese reale.

Una eredità pesante, quanto avvincente, la sua, Ranucci, al timone di una scialuppa di salvataggio dell’informazione, che le ha passato la pasionaria Milena Gabanelli della quale viene da chiedere: cosa porta in dote l’attuale Report?

Da Milena oltre all’insonnia per il lavoro notturno ho ereditato la forza dell’identità: Report prima che una trasmissione è una mission che scrive ogni settimana i romanzi dei fatti veri, che rispetta tutte le parti ma se c’è da denunciare vale il “nessuno si senta escluso”. Per questo, anche se qualche vecchio dirigente Rai ha provato a farmela togliere, nella stanza di lavoro, che per me rimane un luogo sacro, campeggia, e resterà lì fino all’ultimo giorno in cui sarò a Report, la targa con su scritto “Milena Gabanelli”. Un omaggio dovuto, il minimo che potessi fare per una giornalista unica, ancora dentro la notizia, con cui ho iniziato a lavorare in tv nel 2006.

Da allora decine di inchieste memorabili da inviato al fronte e su ogni campo che, nel tempo, ne ha hanno fatto il “querelato speciale” della Rai. Ma la maggior parte delle vicende giudiziarie che riguardano Report originano da azioni legali mosse direttamente dal Palazzo della politica.

Spiccano quelle dei politici: Giorgetti, moglie di Giorgetti, sorella di Giorgetti, Fontana, figlia di Fontana, poi il legale di Giorgetti, Mascetti per l’inchiesta “Mensa dei poveri”. Santanchè e compagno, il ministro Urso, l’ex politico Massimo Ruggieri, dai figli di La Russa, dalla Regione Campania amministrata da De Luca. Poi mi sono arrivate querele dai fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro, camorristi, addestratori di terroristi, trafficanti di armi, bancarottieri. Infine dai grandi gruppi industriali.

Insomma a quanto ammonta il monte querele?

Siamo a 177, con oltre 100 milioni di euro di richiesta di risarcimento. Quando ci penso mi viene in mente mia nonna che quando la notte non dormiva svegliava il nonno e lui le chiedeva: «Ma che c’hai?». E lei: «Niente, devo portare 30 lire al macellaio, e non ce le abbiamo». E il nonno: «Ma scusa, sarà lui che non deve dormire visto che i soldi li deve prendere, no?» – sorride - . Tuttavia al momento, facciamo gli scongiuri, la mia fedina penale è pulita.

Ma è uno scenario che amareggia.

Sa qual è la cosa che mi ha più amareggiato? Nell’ultima audizione in Vigilanza ho chiesto alla politica di approvare il disegno di legge sulle “liti temerarie”, non tanto per noi che abbiamo alle spalle la Rai e un formidabile ufficio legale, ma pensavo a quei giornalisti di provincia, i cronisti delle piccole testate, professionisti dalla schiena dritta che per 10 euro a pezzo devono chinare la testa e piegarsi ai voleri del criminale locale che controlla tutto o del sindaco che magari è l’imprenditore di riferimento del loro giornale, e che quindi pretende e ottiene il silenzio. In risposta a questo, il senatore Gasparri prima ci ha denunciati per i commenti apparsi sul nostro sito - dopo che ci aveva attaccati con “carota e cognac” -, poi ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia chiedendo di inviare gli ispettori in quelle procure che stanno indagando su Report per capire perché non ci condannano. Ma le pare un agire da Paese democratico?

Dopo la puntata sui conflitti d’interesse, Gasparri l’ha portata per l’ennesima volta davanti alla Commisione di Vigilanza Rai.

I motivi veri sono emersi dopo la convocazione. Il pretesto era stato un’inchiesta sull’eredità finanziaria e politica di Berlusconi. Ma poi ha denigrato la storia della trasmissione, usando l’istituzione della vigilanza per un uso proprio: ha detto che stavamo realizzando un’inchiesta su di lui per vendicarci dell’audizione, quando sapeva da 20 giorni prima che stavamo realizzando il servizio. Avevamo scoperto che è presidente di una società di Cybersecurity intorno alla quale ruotano collaboratori, anche occulti, legati ai servizi di Israele. Una partecipazione che per due anni, fino a quando l’ha scoperta Report, Gasparri ha nascosto al Senato. Ora dovrà giudicare la Giunta delle elezioni e il consiglio di Presidenza del Senato, su un’eventuale decadenza da parlamentare o relative sanzioni disciplinari. Ma io so già qual è il finale della commedia all’italiana: Gasparri rimarrà al suo posto, saranno i suoi amici israeliani, che sono persone estremamente serie e capaci, a farlo uscire dalla società di cui fa parte.

«Nel fango affonda lo stivale dei maiali», cantava Franco Battiato, e l’ultima puntata di domenica scorsa è stata terrificante sul maltrattamento e l’uccisione dei maialini da latte.

Quello della difesa del benessere animale è da sempre un nostro tema caldo. Dà fastidio alle associazioni di allevatori, ai produttori di carne, che qualche volta coincidono con gli inserzionisti e minacciano di ritirare la pubblicità. E’ accaduto in passato anche con la Coca-Cola che ha strappato l’assegno da 6 milioni di euro o Grana Padano. Ma siccome si tratta di imprenditori capaci e intelligenti, hanno continuato a comprare spazi pubblicitari, perché sanno che un loro spot all’interno di una rete dove c’è una trasmissione credibile, e che non fa sconti a nessuno, aumenta anche la loro credibilità.

Tanti sponsor pubblici e privati un tempo investivano per finanziare i partiti, tema della prossima puntata da non perdere di Report, in onda domenica sera.

A dieci anni dall’abolizione del finanziamento e l’ingresso del contributo pubblico del 2 per mille ai partiti, sono rimaste le donazioni private che non possono superare i 100mila euro e la parte più cospicua spesso arriva dagli stessi eletti. Poi c’è chi ha il “braccino più corto” di altri. Italia Viva è stato fondato nel 2019, in 4 anni ha raccolto oltre 4 milioni di euro di donazioni. Non male. Ma il suo leader, Matteo Renzi, che oggi ha un reddito personale di 2 milioni e mezzo di euro annui, ha versato alla sua creatura meno di 30mila euro. La Boschi è stata molto più generosa di lui, a Italia Viva ha donato 100mila euro. Colpiscono le spese del partito che ha chiuso a meno 54 mila euro, e nel solo 2022, anche se c’erano elezioni, ha speso tra cene e alberghi qualcosa come 300mila euro.

Ma la vostra inchiesta, come al solito, segue la linea del “nessuno escluso”.

Certo, infatti i 5 Stelle utilizzano soldi dei gruppi per pagare il lavoro dei loro ex parlamentari ai quali è stata trovata una adeguata ricollocazione. E questa è un’altra macchia alla trasparenza. Poi ci sono i casi delle fondazioni e il caso “Open” di Renzi è la punta dell’iceberg. La vicenda della fondazione di Alleanza Nazionale ha del paradossale: ha finanziato la cripta di Mussolini a Predappio, e abbiamo scoperto che all’interno di Fratelli d’Italia ci sono degli iscritti alla massoneria, e noi sappiamo da fonti storiche che Mussolini voleva i massoni fuori dal Pnf, mentre nella sua tomba gli hanno infilato una miriade di simboli massonici. I vertici dell’immobiliare della fondazione sono accusati di appartenenza alla massoneria, Il presidente della Fondazione di An, Giuseppe Valentino, è anche l’avvocato di Urso e in base alle carte dell’inchiesta “Gotha”, in un’intercettazione con l’avvocato Paolo Romeo emerge, secondo i magistrati, che entrambi apparterrebbero a logge segrete. Valentino ovviamente smentisce.

Insomma sta dicendo che siamo ancora in piena era finanziamenti, più o meno illeciti?

Le frodi sono diminuite, ma c’è ancora la questione della mancata trasparenza. Per esempio, sul tesoretto di 53 milioni di contributi che vanno ai gruppi dei partiti e suddivisi in proporzione agli eletti c’è l’obbligo di rendicontare la cifra, la causale delle spese, ma non i reali beneficiari. Quindi, il Belsito di turno potrebbe ancora oggi comprare diamanti e farli passare per consulenze. E la commissione che dovrebbe vigilare, quella di garanzia sugli statuti e la trasparenza, è stata lasciata per dieci anni senza soldi e personale. Chi dovrebbe dargli gli strumenti per vigilare? Gli stessi vigilati...

Da cittadino e da padre di famiglia, ancora prima che giornalista di lungo corso, che cos’è che la indigna di più in questo momento?

Una cosa che non smette di indignarmi è l’assoluta indifferenza di questo Paese riguardo al merito. L’ho provato anche recentemente sulla mia pelle. Sono andato in Commissione vigilanza Rai a portare i risultati di una storia come quella di Report. Sviscero dati e numeri di un successo acclarato per 20 minuti e avverto in tempo reale la netta impressione che non importava nulla. Avevano altri obiettivi...

Sta dicendo che viviamo in un Paese dove la libertà di stampa è in serio pericolo?

Dico che è un Paese dove è molto faticoso esercitare la libertà di stampa. Questo perché nell’agenda politica il tema non è mai il presente, non lo è neppure nelle campagne elettorali.

Ranucci lei ritrovò l’ultima intervista al giudice Paolo Borsellino, realizzata da due giornalisti francesi alla vigilia della strage di Capaci, cosa è cambiato da allora?

Siamo ancora vittime dello stesso ambiente. I personaggi coincidono e operano per mettere al margine chi prova a disturbare i loro sporchi affari. I giudici Falcone e Borsellino vennero uccisi dall’isolamento e dal silenzio. Uccisi due volte poi dal depistaggio che ciclicamente riappare sulle morti eccellenti di Stato. Quando rileggo l’elenco delle tante vittime di questo sistema omertoso avverto un profondo senso di solitudine. Io penso sempre a un collega come Andrea Purgatori che aveva una lettura lucida e ferma della nostra realtà, quella che ogni giornalista dovrebbe avere. Andrea possedeva la forza della memoria per mettere assieme i tasselli di un puzzle da cui alla fine emerge sempre il profilo del “mostro” da combattere. Oggi, assisto all’asservimento di colleghi che si prestano a riscrivere la storia delle stragi sotto dettatura esterna.

Una lotta contro i “mostri” che Report porta avanti da collettivo coraggioso e organizzato.

La nostra forza è un gruppo di lavoro di 15-16 inviati che io chiamo “young” ma ormai sono tutti uomini e donne di provata esperienza tra i 40-45 anni di età. Il coordinamento è affidato a un desk di altre 7-8 persone e con me si arriva a una squadra di 25. Pur con lo spostamento alla domenica sera riusciamo ancora a “dettare” l’agenda dell’informazione del question time in Parlamento. Inutile fare i paragoni con gli ascolti di Che tempo che fa, si tratta di un’altra trasmissione rispetto a quella di Fabio Fazio, con altro budget a disposizione. Tuttavia per arrivare a un testa a testa, ogni settimana dobbiamo scalare l’Everest con l’infradito. A testimonianza della forza di Report, che resiste nel tempo, anche a programmi che provano a “scimmiottarlo” nei contenuti, nella narrazione e perfino nelle scenografie. Report è unico per coraggio, originalità credibilità, forza di un’incredibile squadra, che ha messo a repentaglio la propria vita e la sicurezza dei familiari, che condivide con me successi e tensioni inevitabili. E questa è l’eredità che voglio lasciare, per il bene del servizio pubblico.

Condividono con lei anche la paura delle minacce e di una vita da giornalista da tempo sotto scorta?

Ho vissuto l’esperienza dello tsunami, della guerra dei Balcani e dell’Iraq e durante le inchieste quando stai in quei posti lì provi la stessa sindrome che ha colpito l’operatore che riprendeva la Basilica di Assisi durante la scossa di terremoto: con la telecamera diventi gli occhi del telespettatore, non molli neppure se vedi che il mondo ti sta per crollare in testa. Certo, ci sono state situazioni di paura ed è giusta averla: colui che pensa di essere coraggioso a tutti i costi vuol dire che non è consapevole dei rischi e che maschera anche una certa stupidità… Sono stato messo sotto scorta da quando è stato scoperto un progetto di omicidio: una persona ascoltata dagli inquirenti aveva intenzione di assoldare dei killer stranieri allo scopo di uccidermi. Questo a tutte le persone che mi vogliono bene crea disagi quotidiani, convivi con uno che non è più libero neppure di andare a buttare l’immondizia nel cassonetto.

Tra i tanti premi ricevuti c’è anche il “Flaiano”, il quale ha detto che troppo spesso «la realtà supera la fantasia».

Se riguardo tutte insieme le inchieste che abbiamo realizzato in questi anni l’effetto estraniante coincide con la massima di Ennio Flaiano. Sembra che racconti cose inverosimili e ti accorgiinvece che la verità ha una forza superiore a quella della fantasia. L’anomalia, è che viviamo in un mondo anestetizzato dove l’opinionismo è il rumore di fondo della televisione, e poche volte senti il tonfo del fatto reale. Ma quando arrivano la telecamere di Report quel tonfo lo avverti eccome, e allora senti la potenza del fatto in tutta la sua portata.

Oltre a una fede incrollabile per il suo mestiere c’è anche quella verso qualcuno più in Alto dei pianerottoli Rai?

Sono cresciuto con una madre cattolicissima, quindi la fede c’è e spesso mi dà la forza per andare avanti e per battermi per un mondo migliore, più giusto e più equo. Credo nella forza del “Verbo” come strumento di comunicazione che è più forte della cattiveria che colpisce anche papa Francesco, e spesso Report si è occupato degli attacchi subiti dal Pontefice e delle difficoltà che incontra nella sua opera di pulizia con il preciso intento di migliorare la Chiesa. Molte volte ho applicato una sua visione: quella di occuparmi dei più fragili, di ricostruire i cocci di un’umanità abbandonata. Francesco è l’ultimo vero uomo di pace che attraversa il mondo. Una cosa mi dispiace: non sono mai riuscito ad incontrarlo di persona. E poi - conclude sorridendo - confesso una piccola invidia: papa Francesco ha parlato con tanti giornalisti, tranne che con noi di Report che l’abbiamo difeso in tempi non sospetti. In attesa di “sentirlo” gli auguro buon Natale e un nuovo anno pieno di salute e di pace nel mondo.

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