venerdì 29 aprile 2016
«Perché scrivo? Per paura che si perda il ricordo... Ho il virus della realtà. L’emarginazione ti avvicina al punto di vista di Dio».
Nei «Diari» si trova l'anima salva di «Faber»
Per addentrarsi nei “carrugi” meno illuminati dell’anima di Fabrizio De André occorre leggersi attentamente i suoi Diari e perdersi in quel romanzo sentimentale che è Sotto le ciglia chissà (Mondadori, pagine 238, euro 19,50). Dopo le canzoni, i capolavori poetici cantati da quella voce unica, indelebile – che sa di fumo e di acqua di mare – per volare fin dentro l’anima di “Faber” bisogna “ascoltare” attentamente le sue parole. Gocce di saggezza, frasi, aforismi, riflessioni gridate nei suoi silenzi pensierosi, sospeso dentro una di quelle nuvole che «vanno, vengono, ritornano». Eccoli tornare, quegli appunti sparsi, frammenti di vita trascritti su pezzi di carta strappata a un tavolo d’osteria, su una cartolina sdraiato sulla sabbia della spiaggia di Gallura o lasciati in qualche pacchetto di sigarette terminato o appena comperato in una tabaccheria della sua Genova.  «Mi comperai la vita con i canti e i sorrisi », annota questo poeta del cantar leggero che fino a 59 anni, il termine ultimo concessogli per restare tra noi prima di volare nel mondo dei più, ha sempre scritto. «Perché scrivo? Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile». È stata questa l’arte di De André, scrivere continuamente la sua buona novella. Denunciare l’urgenza anarchica di rispondere «non al denaro, non all’amore, né al cielo» e imbarcarsi in viaggi e fughe da fermo per andare alla ricerca costante della «verità » che, secondo lui, ha sempre sfiorato e mai afferrato. Un tentativo denso di «rimorsi, ma mai un rimpianto», in cui quelle verità le ha travasate in appena tredici dischi («Non mi è mai successo di produrre ai ritmi di una gallina ovaiola e farò di tutto perché ciò continui a non accadere») che vanno dal Volume I del 1967 ad Anime salve del 1996. Trent’anni di una ricerca servita a pagare la brama di inediti di discografici e editori, ma mai la sua: «Appena ho fatto un testo, una canzone, ecco che vorrei cambiare, aggiornare». Volontà di migliorarsi per migliorare continuamente il mondo. Potenza del bracconiere di storie le cui canzoni nascevano quasi sempre «come brevi racconti. È la materia stessa del narrare a suggerirmi la musica». Ritmi e parole teneramente incendiarie pronunciate dell’eterno uomo in rivolta. Dallo scrittore di canzoni che desiderava fornire al suo pubblico, alla marea sotto il palco nei tour che servivano a smaltire chili di troppo e solitudine arretrata una sola «risposta» che è quella che «sta tutta nell’opera». Come l’amico Luigi Tenco, De André ha cantato tutto il suo «orrore verso l’ingiustizia ». Una guerra pacifica, la sua, per tentare di eliminare le distanze tra vincitori e vinti, «dove i primi sono tre e i secondi tre miliardi». Per tutti gli ultimi della terra ha lottato, De André, dando voce a quelli che non ascolta mai nessuno, specie quando parlano lingue minori, i dialetti in cui si identifica il popolo. «Pasolini diceva che il dialetto è il popolo, e il popolo è autenticità. Ne deduco che il dialetto è autenticità». Il dialetto e la «lingua dell’anonimato». Quella dei personaggi di Crêuza de mä anche per sfidare un «italiano scaduto a lingua commerciale, buona per litigare nei tribunali». Da uomo di frontiera («tutti gli uomini sono uomini di frontiera») ha compreso e si è calato fino in fondo nell’universo e lo spirito dei popoli nomadi, «gli zingari sono rimasti, mentre tutti sono passati (nazisti, romani, comunisti) », convinto che «l’emarginazione ti sottrae al potere e quindi al fango. Ti avvicina al punto di vista di Dio». “Faber” ha vissuto in un tempo in cui «soltanto il male rimase a dimostrare l’esistenza di Dio» e, non essendo toccato dalla fede, si «è limitato a coltivare la virtù della speranza», considerando «Gesù il più grande filosofo dell’amore che donna riuscì mai a mettere al mondo». Ripeteva: «Non sono un fabbricante di sogni, non lo sarò mai. Ho il virus della realtà». Pezzi di cronaca («la storia incronachisce»), affidate al cuore e alle corde della chitarra, sono diventati perle infilate da musica e parole, fiori delicati, cielo stellato, luna di Supramonte, ma anche «puzza del tempo che passa». E giunto dinanzi all’ultima alba della sua vita De André si accorse che «a un tratto l’amore scoppiò dappertutto».
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