Galatea Ranzi: «La mia voce a teatro è quella di Maria»
L’attrice porta in scena a Roma “In nome della madre” di Erri De Luca. «Restituire la parola a una figura centrale per credenti e non: è il ruolo di cui ho avuto più timore»

Ci sono nomi che sembrano portare in sé una vocazione naturale alla scena. Galatea Ranzi è uno di questi. Primadonna appartata, mai gridata, interprete di rara eleganza e rigore, attraversa da decenni il teatro italiano con un curriculum che va dai grandi classici riletti da Luca Ronconi al cinema d’autore sin dall’esordio in Fiorile dei fratelli Taviani. Una carriera costruita sullo studio, sull’ascolto, su una fedeltà assoluta alla parola. Non stupisce allora che a lei sia stato affidato uno dei compiti più delicati e complessi: dare corpo e voce a Maria, figura centrale della tradizione cristiana e dell’immaginario occidentale, nello spettacolo In nome della madre, tratto dal romanzo di Erri De Luca, per la regia di Gianluca Barbadori.
Da domani all’11 gennaio lo spettacolo va in scena al Teatro India di Roma. Nato nel 2020 come produzione del Teatro Biondo di Palermo, In nome della madre continua a essere richiesto e accolto in tutta Italia, segno di una forza che non si esaurisce, ma cresce nel tempo. Sul palco, Galatea Ranzi è Miriàm: una ragazza della Galilea che racconta in prima persona l’esperienza più radicale della sua vita. Una visione improvvisa, l’annuncio di un angelo, una gravidanza che non può spiegare secondo le leggi degli uomini. E poi la scelta di non mentire, di affrontare il giudizio della comunità, di confidare la verità a Iosef, il promesso sposo, rischiando la lapidazione. Accanto a lei, un uomo che decide di credere, sfidando le convenzioni, e un viaggio lungo e faticoso verso Betlemme, mentre l’impero romano impone il censimento.
Erri De Luca affida a Maria una voce che i Vangeli non le concedono: una parola laica e poetica, nutrita di studi biblici, Talmud, fonti storiche, ma soprattutto di immaginazione e rispetto. Non per riscrivere la storia, ma per raccontare «qualcosa che non c’è», restituendo carne e pensiero a una donna che, pur essendo la più rappresentata nell’arte di tutti i tempi, ha parlato pochissimo.
«È uno spettacolo che negli anni abbiamo fatto tante volte, e continua a sorprenderci», racconta Galatea Ranzi ad Avvenire. «Ha una tenuta straordinaria perché tocca moltissimi temi. E poi perché, come il vino, maturando nel tempo cresce. È qualcosa di vivo, di organico. Cambia con noi. A volte mi capita di riviverlo in modo completamente nuovo, e spesso incontro spettatori che lo hanno già visto e tornano, come se sentissero il bisogno di ascoltarlo ancora».
Uno dei punti di forza del testo è proprio questa scelta radicale: dare voce a Maria. «È una figura femminile che non ha quasi mai parlato», osserva l’attrice. «Eppure è la donna più rappresentata dell’arte occidentale. Erri De Luca ha avuto un’illuminazione straordinaria: le ha dato una parola semplice e altissima insieme, spirituale ma concreta. È un continuo scoprire la vicinanza tra divino e umano, tra quotidiano e assoluto. Attraverso un dettaglio domestico, improvvisamente si apre uno slancio verso l’alto. È una scrittura che commuove senza mai essere retorica».
La storia di Maria è un racconto che appartiene a tutti, credenti e non, con mille sfumature. «È una storia che, volenti o nolenti, riviviamo ogni anno», continua Ranzi. «Da quando facciamo il presepe, da quando celebriamo il Natale. Fa parte della nostra cultura, comunque la si pensi. Ripercorrere i nove mesi dall’Annunciazione alla nascita significa tornare dentro una storia che crediamo di conoscere, e scoprire invece quante pieghe inattese ci siano. Erri De Luca ci porta in luoghi semplici, ma mai scontati».
Come donna e come madre di tre figli, l’attrice trova in questo testo una forte possibilità di identificazione. «Mi ha colpito l’assenza totale di retorica sulla maternità e sul femminile. De Luca è asciutto e potentissimo allo stesso tempo. La gravidanza di Miriàm è raccontata con una ricchezza poetica impressionante, ma senza idealizzazioni. Dopo il parto il testo ha un crescendo straordinario: una vera impennata finale. Maria, stremata da un viaggio durato più di una settimana, da un parto vissuto in solitudine, entra in uno stato di veggenza, come può accadere dopo una grande fatica. In quella visione c’è già tutto: la felicità e la drammaticità del futuro del figlio».
Quando le viene chiesto se abbia avuto timore ad affrontare un personaggio così carico di significati, l’attrice non esita: «È stato il personaggio che ho temuto di più interpretare. Maria è una figura con cui tutti hanno un rapporto personale, anche chi non è credente. Ognuno di noi ha una propria immagine di lei. È una grande responsabilità. E forse proprio per questo il testo colpisce moltissimo anche gli atei: perché non impone, non spiega, non catechizza».
Il lavoro con il regista Gianluca Barbadori è stato altrettanto particolare. «Non mi conosceva», racconta Ranzi. «Viene da una formazione legata anche all’esperienza di Grotowski. Mi ha fatto fare un percorso di nove mesi di prove. Quando me lo disse mi vennero i brividi: nove mesi, come una gravidanza. Poi è arrivata la pandemia nel 2020, e tutto si è fermato. Ma quello scavo è rimasto, ha dato allo spettacolo una profondità che ancora oggi si sente».
Abituata a incarnare donne combattive, eroine tragiche e comiche, da Elettra alla Mirandolina della Locandiera, Galatea Ranzi riconosce in Miriàm una diversità radicale. «Tutte le grandi figure femminili hanno una ribellione, anche quando sorridono. Miriàm invece è una donna quieta, che lotta senza alzare la voce. La sua forza è nella serenità, in una fiducia che non è ingenua».
Accanto a questo progetto, l’attrice è attualmente in tournée con Il vedovo, tratto dal film di Dino Risi, nel ruolo che fu di Franca Valeri. «Sono grata a Massimo Ghini per avermi scelto. È una versione nuova, che dialoga con il presente».
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