Il rock, lingua franca del dissenso degli intellettuali. Anche in Iran
di Davide Re
Il genere “alternative” nelle notti di protesta a Teheran contro il regime degli ayatollah ha dimostrato di essere ancora ciò che è sempre stato

L’alternative rock non nasce come genere, ma come frattura. È il punto in cui la musica smette di cercare il consenso e torna a interrogare il rapporto tra individuo e società. Un punto preciso nel tempo può essere indicato senza forzature: Killing in the Name dei Rage Against the Machine. Quel “Fuck you, I won’t do what you tell me” urlato dal palco non è solo uno slogan: è la presa di parola di una generazione che ha già attraversato la rivolta intima del grunge e ora decide di trasformarla in atto politico.
Prima, infatti, c’era stata la frattura esistenziale. I Nirvana, con Smells Like Teen Spirit, Come as You Are e Lithium, avevano raccontato il disagio senza ancora politicizzarlo: alienazione, rifiuto del successo, identità frantumata. Accanto a loro, Pearl Jam con Jeremy e Alive, oppure i Soundgarden, avevano dato voce a un malessere profondo ma ancora individuale. Era la fine di un’innocenza emotiva, non ancora una rivolta sociale.
I Rage Against the Machine fanno il passo successivo. La loro musica esplode sullo sfondo delle rivolte di Los Angeles e delle violenze della polizia, ma anche dentro il clima globale dei movimenti no-global: no alla globalizzazione dei mercati, sì alla globalizzazione dei diritti (come poi celebrò Manu Chau). Bombtrack, Bulls on Parade, Guerrilla Radio non parlano “per” qualcuno, parlano “contro” strutture di potere riconoscibili: multinazionali, complesso militare-industriale, razzismo istituzionale.
Ed è qui che cade una delle leggende più dure a morire: quella del rocker come ribelle ignorante, figlio della strada. I Rage non sono il ’68, non sono istanza di classe. Tom Morello è laureato ad Harvard, Zack de la Rocha è figlio di un artista politicamente impegnato: sono persone colte, consapevoli, già integrate. La loro non è una rivolta per salire di status, ma una rivolta apartitica per i diritti, portata avanti da chi ha studiato e sceglie comunque di opporsi. Una rivolta degli intellettuali, non dei disperati.
Questa linea attraversa tutto l’alternative rock degli anni Novanta. I Bad Religion, con American Jesus, fanno del punk un esercizio di critica razionale: Greg Graffin è un accademico, e si sente. I Beastie Boys, con Sabotage, trasformano la rabbia in ironia colta. Gli The Offspring di The Kids Aren’t Alright raccontano il fallimento del sogno americano senza mitizzarlo.
Questa tradizione non nasce negli anni Novanta. Ha padri nobili dichiarati. I Pink Floyd in Wish You Were Here avevano già denunciato l’alienazione del sistema culturale. I Queen, tutti laureati, avevano dimostrato che l’intelligenza può essere popolare senza diventare populista. Jim Morrison aveva portato poesia e filosofia nel rock ben prima che fosse accettabile.
Accanto ai Rage, l’alternative rock di quegli anni si è nutrito di molte altre voci capaci di trasformare il disagio in linguaggio condiviso. I Radiohead hanno raccontato l’alienazione tecnologica e il controllo sociale in brani come Paranoid Android, No Surprises e Fake Plastic Trees mentre i Nine Inch Nails di Hurt hanno portato la critica del potere dentro il corpo e la psiche. Gli Smashing Pumpkins hanno dato forma alla malinconia generazionale in 1979, mentre band come i Tool e i System of a Down hanno spinto la rabbia verso territori più complessi, politici e rituali, in canzoni come Aenima e Chop Suey!.
Arrivando all’oggi, l’alternative rock continua a essere una forma di autenticità proprio perché non rincorre il pubblico, ma lo mette in crisi. In parallelo, altre traiettorie mostrano un adattamento diverso al mercato: Taylor Swift parte da un country narrativo e si sposta verso un pop urbano, inclusivo, politicamente corretto; Zach Bryan evolve dal country duro verso un folk progressista di matrice springsteeniana. Non è un tradimento morale, ma un cambio di rapporto con il pubblico: qui la musica tende a dare ciò che il pubblico desidera, più che a raccontare ciò che disturba.
E forse il senso più profondo dell’alternative rock, oggi, si coglie lontano dall’Occidente. Nelle notti di protesta a Teheran, contro il regime degli ayatollah, ragazzi e ragazze — molte senza velo, tutti senza paura — hanno improvvisato un concerto clandestino. Chitarre, casse di fortuna, corpi che ballano. Le note erano quelle dei Nirvana, dell’alternative rock nato trent’anni prima dall’altra parte del mondo, e poi Seven Nation Army dei The White Stripes: un canto di sfida diventato linguaggio universale. Un breve video di quella notte, girato con un telefono, è circolato sui social ed è diventato virale. Non per la qualità dell’audio, ma per ciò che mostrava: la musica come spazio di libertà, il rock come gesto politico senza partito, la cultura come forma di resistenza. In quel momento, tra balli improvvisati e sorrisi ostinati, l’alternative rock ha dimostrato di essere ancora ciò che è sempre stato: una lingua franca del dissenso, capace di attraversare confini, regimi e generazioni. E di ricordarci che, finché qualcuno balla su quelle note per affermare la propria esistenza, questa musica non appartiene al passato.
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