“The Believers”: in tv il nuovo sacro
della GenZ asiatica

La serie Netflix spopola in Asia: dei giovani gamers “investono” in un tempio abbandonato. Le loro peripezie hanno riacceso l'attenzione sul senso religioso
January 7, 2026
“The Believers”: in tv il nuovo sacro
della GenZ asiatica
La serie Netflix tailandese "The Believers"
Da un anno circa un serial televisivo tailandese impazza sui piccoli schermi. Si intitola Satu, ma più precisamente The Believers (fruibile anche in Italia su Netflix). È un thriller che tratta una questione piuttosto complessa, per tutto quell’oriente che è erede della tradizione buddista. I protagonisti sono tre giovani, due ragazzi e una ragazza versati nella costruzione di games e finanza online che, dopo un rovescio di fortuna, decidono di investire nel “sacro”. Adottano un tempio quasi abbandonato - e il vecchio abate che ci vive - e decidono di rilanciarlo. Hanno infatti compreso bene cosa un’economia del sacro possa apportare, dalle donazioni dei fedeli per riscuotere meriti, alla vendita di amuleti, all’effetto che un monaco capace di comunicare con la gente può avere. I tre, dotati digitalmente ma abbastanza ingenui si infilano in una serie di situazioni che inevitabilmente li rendono complici della malavita organizzata e della corruzione politica.
Siamo alla seconda stagione, appena varata lo scorso novembre. Il regista, Wattanapong Wongwan, riesce a rappresentare una generazione Z, cinica ma anche affascinata a modo suo da tutto l’ambito religioso. Non sarebbe così interessante se il serial non raccontasse qualcosa che è comune a molta Asia, Cina compresa. Qui I templi Chan o Zen dello Yunnan nel sudovest cinese attraggono sempre più giovani, anche se non è chiaro se è dovuto al loro restyling (a Kumming ho visto sale da tè, boutique eleganti e personaggi a grandezza naturale dei manga giapponesi dentro ai cortili tra una statua e l’altra di Buddha) o a un desiderio di connettersi con i propri antenati. In Thailandia il fenomeno è molto più antico, come lo è in Giappone. Da un lato l’opinione pubblica lamenta l’allontanamento dei giovani dal Buddismo, dall’altra c’è un nuovo interesse per le pratiche religiose e per ciò che riescono a produrre in una generazione assorbita dai social e disincantata. E ovviamente le notizie di scandali, di corruzioni, di uso della religione per fini di lucro sono abbondanti. La serie però non è allineata a un giudizio moralistico sull’argomento. Al commissario che arresta i tre giovani perché lucrano sulla fiducia della gente, Win, il più intelligente, risponde: «Allora dovrebbe arrestare l’intero paese». E poi aggiunge: «Se la gente crede in qualcosa lo fa volontariamente».
In un paese come la Thailandia - dove fantasmi, alberi sacri, spiriti della foresta, Budda e sue reincarnazioni sono il paesaggio quotidiano a cui la gente appoggia la propria vita - è ridicolo parlare di superstizione o di imbroglio dei “believers”. La serie con molta abilità mette in campo una problematica molto complessa, quella di una intera cultura che si sostanzia di credenze. Per chi come me guarda dall’esterno questa produzione viene immediatamente in mente cosa potrebbe essere in Italia un serial basato sugli stessi elementi. La gente crede, la gente ha dei motivi profondi per credere. Se su questi si innesca una speculazione specifica, cosa va condannato: la credulità della gente, l’astuzia di chi la sfrutta, o la religione nel suo complesso? Fino a qualche tempo fa la risposta “da sinistra” avrebbe affermato che si tratta del classico “oppio dei popoli”. L’unica cosa che magari in Italia non avremmo avuto per un serial simile sarebbe un trio di giovani cool e dotati digitalmente. La caratteristica del buddismo tailandese, che è innestato nella linea più antica Theravada, quella in cui l’illuminazione è una ricerca individuale, è di non essere un sistema compatto: non c’è insomma una vera gerarchia e una autorità centrale. È un culto popolare, molto ibridato con le divinità dei luoghi, gli antenati e le anime vaganti. Il giudizio che vuole che tutto ciò sia solo superstizione ha fatto il suo tempo. Da un punto di vista antropologico abbiamo imparato che attribuire agli altri l’idea di credenza ha un connotato tipicamente colonialista, anche se il nostro giudizio è diretto alla vecchietta che recita il rosario. Come dice Marshall Sahlins «solo i non credenti credono che i credenti credano». I Believers, i credenti, praticano una forma di vita, un sistema di motivazioni, un orizzonte della gioia e del dolore, della vita e della morte. Come sostiene Robert Orsi, forse il più grande studioso di religione cristiana vivente, dobbiamo smettere di guardare dall’alto di una visione accademica, sia essa laica o teologica alla pietà popolare. È dall’interno della vita di ogni fede che le “credenze” prendono senso, nel modo profondo con cui la gente affronta con serietà la propria vita. La serie tailandese, con moltissima perizia e bravura, di attori, sceneggiatori e regia ci conduce senza che nemmeno ce ne accorgiamo a porci molte nuove domande.

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