venerdì 21 luglio 2017
Dopo anni di oblìo si riaccende l'attenzione sulla sua opera: nei suoi versi il dialetto, arcaico, esprime l'angoscia esistenziale vissuta dentro un cattolicesimo inquieto
Il poeta lucano Albino Pierro

Il poeta lucano Albino Pierro

Di Albino Pierro fino a qualche anno fa poteva capitare di trovare occasionalmente antologizzati, nei manuali di letteratura italiana, alcuni componimenti poetici. Ultimamente invece questo autore sembra essere stato del tutto espunto dal canone scolastico, tanto che se mai un suo testo dovesse “uscire” a un futuro esame di maturità, la reazione degli studenti non sarebbe molto diversa da quella che hanno avuto quest’anno di fronte al nome, a loro per lo più sconosciuto, di Giorgio Caproni.

Dunque, Albino Pierro, chi era costui? Nato a Tursi, nel Materano, nel 1916 e scomparso a Roma nel 1995, egli ha rappresentato una delle voci più originali nel panorama letterario italiano del Novecento. Dopo il trasferimento nel 1939 nella capitale, dove intraprende la carriera di insegnante liceale, esordisce come poeta in lingua nel 1946 con una silloge dal titolo Liriche, cui seguono i volumi Mia madre passava (1955), Il transito del vento (1957), Agavi e sassi (1960), opere spesso derubricate dalla critica a una sorta di epigonismo tardocrepuscolare. Ma in quegli stessi anni Pierro sperimenta che l’antico dialetto lucano meglio si può prestare a rendere in forme meno convenzionali l’interiorità profonda, i sogni e i ricordi della terra natìa. Ecco allora le raccolte maggiori in dialetto: ’A terra d’u ricorde (1960), Curtelle a lu sóue (1973), Com’agghi’ a fè (1977), fino a Nun c’è pizze di munne (1992).

La peculiarità stilistica è il ricorso a un dialetto che non era quello parlato, bensì quello arcaico di Tursi, una sorta di “isola linguistica” da cui emergeva nella sua purezza il neolatino della Basilicata. Il dialetto viene inteso così quale strumento per parlare dei temi della memoria, della ricerca personale, dell’angoscia esistenziale, vissuta in un cattolicesimo non pacificato, ma inquieto, in cui la presenza di Dio equivale a una speranza futura. Insomma, quella di Pierro è una figura che merita di essere riscoperta. Cosa che ora ci aiutano a fare due volumi usciti per la competente cura di uno dei suoi più attenti studiosi, il critico Giorgio D’Elia. Il primo libro è una raccolta di saggi dello stesso D’Elia, dal titolo In partibus infidelium: accanto a quella di Pierro, D’Elia approfondisce la produzione di Domenico Brancale, Giacinto Luzzi, Dante Maffia e Nino De Vita. Ma il saggio su Pierro, in cui si approfondisce la poesia in dialetto, è il primo e il più corposo del volume.

Contro la vulgata di un Pierro autore ingenuo, che scriveva di getto per una sorta di ispirazione istintiva, D’Elia mostra, attraverso un accuratissimo studio filologico delle varianti, come invece per il poeta lucano fosse fondamentale la cura formale, tanto da scrivere e riscrivere alcuni testi praticamente lungo tutta la propria vita. Non è un caso che uno dei massimi estimatori di Albino Pierro fosse Gianfranco Contini, affascinato dal suo uso non documentario e non folclorico del dialetto.

Il critico Gianfranco Contini

Il critico Gianfranco Contini


Negli anni Sessanta Contini comincia a leggere e ad apprezzare Pierro, tanto da stabilire con lui una relazione d’amicizia, testimoniata da un interessante carteggio. E proprio lo scambio epistolare tra il filologo e il poeta – insieme ad altri materiali in parte inediti (come interventi critici e note di lettura) – è al centro dell’altro volume curato da D’Elia: Gianfranco Contini, Pagine pierriane. Ad affascinare Contini, accanto al discorso dell’arcaicità linguistica, è quel coacervo tematico fatto di morte, violenza, follia, che testimonia un uso del dialetto non in senso idillico o anche solo elegiaco, bensì in una chiave decisamente espressionistica, fatta di deformazione rappresentativa e di asperità fonica, che sono i tratti di quello sperimentalismo plurilinguistico che Contini proprio in quegli anni andava studiando e mettendo a fuoco sull’asse dello sviluppo diacronico della nostra tradizione letteraria (da Dante agli Scapigliati, fino a Gadda).

Va notato che Pierro è uno dei pochi poeti contemporanei di cui Contini si è occupato sistematicamente. Dopo di lui – forse proprio sentendosi “autorizzati” dalla stima affermata da cotanto maestro – diventerranno critici “pierriani” altri nomi illustri della filologia e della storiografia letteraria italiana: tra gli altri, Gianfranco Folena, Luigi Blasucci, Alfredo Stussi, Luciano Formisano, Pasquale Stoppelli (che scriverà la relativa voce per il Dizionario biografico degli italiani Treccani). Mentre il grosso della biblioteca di Contini venne a un certo momento donato dal critico per la pubblica consultazione, i libri di Pierro, spesso annotati, furono mantenuti nell’abitazione privata di Firenze. Come se lo studioso, fino all’ultimo, non intendesse separarsi da un poeta che tanto aveva significato per lui, in termini di verifica, su un autore contemporaneo, di più ampie interpretazioni dello svolgimento della letteratura italiana.

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