mercoledì 1 agosto 2012
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Mister Olimpiadi è sempre l’ultimo a riemergere, ma il secondo ad arrivare. Come un siluro, quando torna a galla, si è già mangiato quasi metà piscina. Riscompare alla virata, s’inabissa come una rana. Non vince la gara in cui era favoritissimo, lo batte a sorpresa il sudafricano Le Clos. Però entra nel mito.Argento nei 200 farfalla, La medaglia d’oro un’ora dopo con i suoi compagni di squadra Usa nella 4x200 stile libero. Diciannove medaglie olimpiche (15° oro). Bye bye Larissa Latynina (ginnastica, 18 podi in tre Olimpiadi, 1956, 1960 e 1964): crolla un primato durato 48 anni. Da ieri sera Michael Phelps è il più grande. Non solo di tutti, ma anche di sempre. Nessun uomo nella storia ha mai vinto tanto. Anche se lui, non è del tutto uomo. Perché Phelps è per metà pesce. Non nuota, corre nel liquido. Adesso però le sue squame sono invecchiate e c’è un altro cannibale del cloro davanti a lui, Ryan Lochte.Da domani quello tornerà ad essere il suo incubo. Per ora, e per chissà ancora quanto, il golden boy è lui, il predestinato. Michael Phelps, lo squalo che si è già mangiato a Pechino il mito di Mark Spitz (8 ori nella stessa edizione dei Giochi), quattro anni fa è passato alla cassa mettendosi nel costume la taglia di un milione di dollari che uno sponsor aveva messo in palio per quella occasione. E ha fatto pace con la sua ansia da primato. In questi Giochi è partito male: solo quarto nei 400 misti, dominati appunto dal suo sfrontato rivale. Poi, domenica, l’argento di squadra nella 4x100 stile libero, 17° podio olimpico da quando si bagna i capelli. Non è più la macchina da guerra che era, ma c’è ancora. “Nice job”, dice. Un lavoro, appunto. Che sia anche bello, è una questione di punti di vista. Piscina, palestra, allenamento, pranzo, piscina, letto. Nuota, dorme, probabilmente non sogna. Non ha tempo Phelps. Tuffo, bracciate, virata, bracciate. Come un criceto in gabbia. Alza lo sguardo solo per guardare il tabellone. L’ex bambino di Baltimora però sembra cambiato. È più cosciente, più loquace. «Faccio più fatica a recuperare - ammette - ho imparato a gestire la mia emotività e a tradurre le mie emozioni in acqua. Ma non sono ancora sazio. Mi ritengo un campione e per esserlo bisogna avere una buona etica professionale, una mente lucida e una forte motivazione». Si è qualificato per 8 gare, ne ha già fatte quattro, rinuncerà solo a una.Ha 27 anni, non avrà altri Giochi dopo questi. È cresciuto in piscina, ora sembra di capire che vorrebbe vedere altri cieli. Quello della storia dell’Olimpiade è già tutto suo.
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