venerdì 1 dicembre 2023
L'attore e regista lucano si racconta: dal cinema al teatro canzone, parla dal palco del Carcano di Milano dove va in scena ne "L'ispettore generale" di Gogol. E confessa: "Mi sento un cantautore"
L'attore e regista Rocco Papaleo, qui in scena ne "L'ispettore generale" di Nikolaj Gogol

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L’attore e regista lucano in scena a teatro con “L’ispettore generale” di Gogol si racconta, dagli esordi fino al suo ultimo apprezzato film con Giorgia, “Scordato” Ha scritto Nikolaj Gogol: « L’esempio è più forte delle buone regole». E allora Rocco Papaleo è l’attore esemplare, che della sua patria Lauria (Potenza) ha conservato anche tutte le buone regole. Compreso il passo, lento, cadenzato e meditativo, specie al mattino, dopo l’ultima replica de L’ispettore generale di Gogol (fino a domenica 3 dicembre al Teatro Carcano di Milano e poi in tournèe fino a febbraio 2024). Ma l’anima è rock. E non a caso gli amici, all’istrionico Papaleo, lo chiamano anche “Rock”, che ovviamente sta per Rocco. Torna in teatro dopo il successo della sua quarta regia cinematografica, il film Scordato.

E Scordato, a dispetto del titolo, è rimasto impresso nell’immaginario del pubblico che ha apprezzato molto questa ennesima prova d’autore di Papaleo che, forse, è entrato nel pieno della sua maturità artistica.

A 65 anni diciamo che non sono più una giovane promessa – sorride preparando meticolosamente la cartina e il tabacco, per la prima sigaretta di una lunga giornata –. Ma non vengo dalla gavetta. Quando è morto mio padre Giacomo (aveva 30 anni) ero già inserito in questo mondo dello spettacolo in cui non sono entrato per vocazione cosciente.

La sua biografia infatti parla di un “mancato ingegnere”.

Cinque-sei anni di università, passando da ingegneria a matematica nel tentavo di velocizzare i tempi, ma non ero certo uno studente modello. I miei, a cominciare da mia madre Giacomina, credevano in questo figlio unico e quando sono entrato alla scuola di recitazione, in cui mi iscrisse una mia amica sulla base del «sei simpatico e suoni pure la chitarra» – preciso, autodidatta da quando avevo 11 anni – i miei hanno continuato a mantenermi come se fossi ancora un universitario. E di questo gli sarò sempre grato…

Un ottimo investimento, perché il giovane Rocco debutta nel cinema ne Il male oscuro, sotto la regia di un maestro come Mario Monicelli.

L’aiuto regista mi prese per fare una piccola parte, una scena sulla tromba delle scale in cui dico una sola battuta rivolgendomi a Giancarlo Giannini. Quindi, io di Monicelli ho appena udito la voce, ma non l’ho visto neanche uscire fuori con la camera dall’ultimo piano. Poi un giorno, a Bologna, con Alessandro Haber entriamo in un bar e lo troviamo lì e c’ho parlato un po’… Certo, con il senno di poi, dire che il mio primo film l’ho fatto con Monicelli alla fine fa curriculum.

Nel curriculum sta scritto che il successo arrivò con una scommessa vinta, I laureati. Nella sua carriera ha assistito al boom dei comici talentuosi Leonardo Pieraccioni e Checco Zalone: entrambi recordman di incassi al botteghino.

Diciamo che ho partecipato alla loro festa. Per Pieraccioni I laureati era il primo film da regista e poi ne ho fatti tanti con Leonardo. Con Zalone recito il ruolo di suo padre in Che bella giornata, e quella per Checco era la seconda prova alla regia. Ma in entrambi i casi mi sono messo al servizio del loro umorismo. Ho fatto il professionista, un po’ come l’idraulico che lo chiami per aggiustare il rubinetto e quello ti fa il suo bel lavoro pulito. Io sono molto rispettoso delle gerarchie, quindi ringrazio I laureati che mi ha dato il credito per poter fare film miei dove esprimo ciò che sono, usando il tono che più mi piace. E a me sinceramente piace la commedia alta, quello stare in bilico tra la comicità e la malinconia. Tutto sommato mi ritengo un “melancomico”.

E questa cifra emerge anche a teatro e nel Gogol che con L’ispettore generale denunciava la corruzione nella Russia degli Zar.

Qui interpreto un Podestà volutamente non macchiettistico, come impone invece questa farsa che contempla la burletta. Il regista Leo Muscato fa una rilettura fedele a Gogol, mentre io, sinceramente, da anima realista avrei preferito un adattamento più critico socialmente parlando, con dei personaggi più cattivi e riconoscibili rispetto allo scenario politico odierno. Perciò avrei adattato la storia al tempo del fascismo, ambientandola in un paesino sperduto di montagna della mia Basilicata o della Calabria o magari in Puglia, e ci sarei andato giù, più dentro… - si scalda e si prepara un’altra cartina - . Per carità lo spettacolo, che stanno chiedendo dappertutto, pure per il prossimo anno, anche così è entusiasmante e gli applausi finali del pubblico lo certificano.

Torniamo per un attimo sul set di Scordato, tra le tante cose buone del film c’è anche l’aver “contagiato” la cantante Giorgia a lanciarsi nel cinema.

Conosco Giorgia da quando era ragazzina e seguendola nei concerti mi ero accorto di quella sua empatia quando dal palco parla con il pubblico. Giorgia ha quella cifra musicale che la fa essere spiritosa anche nelle interviste, per cui c’eravamo fatti una promessa: prima o poi nei nostri percorsi avremo provato ad incontrarci sul set, con la libertà anche di lasciar perdere in qualsiasi momento qualora la cosa non avesse funzionato.

E ha funzionato, a cominciare dal suo Orlando Bevilacqua, accordatore di pianoforti.

Non sono quel personaggio lì, nella mia vita penso di essere un uomo risolto. Comunque in quel film c’è il mio mondo. In tutta la mia ispirazione c’è tanto della mia provenienza. L’essere provinciale, per non dire paesano, è una risorsa nel momento in cui la tua vita la spendi altrove, perché il tuo sguardo si completa e a me questo lungo viaggio lontano da casa ha donato un’originalità che poi è il riflesso del mio essere lucano, una regione che ti permette di sentirti “diversamente meridionale”.

È una definizione antropologica degna di Sud e magia di Ernesto De Martino.

Ma è così, il lucano è meno colorato ed esuberante rispetto ad altri popoli del Sud. Noi siamo discreti, rispettosi, accoglienti e abbiamo un pudore speciale verso la felicità. Se a un lucano dici «che bella macchina ti sei comprata», lui ti risponde «sì , ma consuma parecchio». Oppure «che bella pettinatura ti sei fatto» e lui, «vero, ma sto perdendo i capelli» – sorride - . In questo pudore ritrovo la mia essenza della quale mi sono riappropriato a cinquant’anni girando il mio primo film da regista, Basilicata coast to coast. La sceneggiatura l’ho scritta guardando la guida turistica: partendo da Lauria a 18 anni, tante cose mica le avevo capite, per esempio non mi ero mai spinto nel materano…

Però la poesia di Rocco Scotellaro, il sindaco poeta di Tricarico, quella la conosceva già.

In ogni città lucana c’è sempre una via Rocco Scotellaro, ma quella iniezione culturale e la vera conoscenza della tua terra arriva con il tempo e con il viaggio della “riscoperta” delle tue radici. La scuola non affascina quasi mai nessuno, anche se io sono stato fortunato perché al liceo di Lagonegro ho incontrato un prof. di storia e filosofia, il prof. Crisostomo Dodero, che aveva un “tocco” speciale per innescare l’interesse in noi allievi. Dodero, che ho rivisto da poco, ha fatto scattare in me la vocazione a guardare le cose in modo più poetico, ha stimolato quell’inclinazione innata a scrivere e l’attenzione per le parole, tutto materiale che ho usato per le sceneggiature e per le mie canzoni.

Due dischi pubblicati, Che non si sappia in giro e La mia parte imperfetta, ma quante canzone ha nel cassetto?

Un centinaio almeno. Alcune nuove le inserirò nel mio prossimo libro: un’autobiografia a macchie in cui metterò dentro racconti, poesie e ci sarà un qrcode per ascoltare i brani. La musica è vitale per me, e prima che un attore e un regista lo ammetto: io mi sento un cantautore. La mia dimensione più autentica l’ho trovata nel teatro-canzone. Poi mi diverte collaborare con cantanti e musicisti: l’ho fatto con i Têtes de Bois (ho inciso In-Tricarico, inserita nel loro album Avanti Pop) che mi hanno messo in comunicazione con un grande che non c’è più, Francesco Di Giacomo, la voce del Banco del Mutuo Soccorso. Ho collaborato a due-tre canzoni di Chiara Civello, voce straordinaria, come Giorgia, con cui duetto in Tu sei una parte di me che è la canzone che ho scritto e che accompagna i titoli di coda di Scordato.

Ma qual è la colonna sonora della sua vita da “cantattore”?

Tutte le canzoni di Paolo Conte, al quale ho dedicato un racconto surreale che pubblicherò nel libro. È la storia di un incontro in un ristorante di Asti dove un uomo che gli somiglia, ma è senza baffi, mangia da solo e intanto scrive un testo sulla tovaglia di carta. Quando gli chiedo: «Scusi, lei è Paolo Conte? Lui non risponde e se ne va. Allora provo a prendere quel pezzo di carta, ma lui ha scordato le sigarette e torna indietro, prende il foglio e lo strappa, e il ristoratore lo appallottola e lo getta fuori nella pattumiera dove io corro a cercarlo… Il vero Paolo Conte poi lo incontro a Torino dove andiamo con Giovanni Veronesi a registrare le sigle del programma di Rai2 Maledetti amici miei gli do il racconto e quando ci rivediamo a cena mi fa: «Scrivi bene Rocco, ma ora che mi conosci pensi che quell’uomo ero io?» – pausa sigaretta - . No, non era lui, però nel racconto resta il mistero…

Ma a uno che scrive racconti, libri, fa cinema e tv, ha fatto Sanremo e va in scena anche questa sera al Carcano, cosa gli manca ancora?

Non ho mai fatto una regia teatrale. Vorrei mettere in scena una drammaturgia contemporanea per uno spettacolo che abbia una dimensione cinematografica, fatta di più scenografie e con un bel gioco magico di luci. Con tre o quattro della compagnia de L’ispettore generale ci stiamo pensando, ma per trovare la produzione ci vuole uno specchietto per le allodole, che poi sarei io. Ma in questo spettacolo non vorrei recitare, però se faccio solo la regia allora non c’è un un buon specchietto per le allodole – sorride -. Anche un film mi piacerebbe dirigere senza apparire come attore, magari trovando un alter ego, anche se mettermi dentro alla trama mi viene più facile. Essere regista e attore non è un limite. L’unico gap è che ogni tanto devi andare a guardare dentro la cinepresa per vedere quello che hai combinato, tu e gli altri, però anche questo, come nella vita, c’è sempre una soluzione.

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