martedì 14 ottobre 2014
COMMENTA E CONDIVIDI
«Hasta mañana» camionero. Sulla carretera che traversa la Sierra cubana, Paolo Conte s’inventa donne e palmizi che hanno il sabor del suo astigiano, del microcosmo in cui esplodono quelle nostalgie “al gusto di curaçao”, come le chiamava in Hemingway, che popolano pure il nuovo album Snobda oggi sul mercato. Lui, il “camionero”, la definizione è di Maracas, uno dei nuovi brani, arriccia il baffo sornione parlando di questa quindicesima fatica tra le barrique di un’azienda vinicola di Rocchetta Tanaro, ad un pugno di chilometri dal crocevia di quel microcosmo popolato di «signorine saponetta », «ballerine», e «donne dal profumo di caffè». Immagini di sguincio, sconnesse come quelle della cinepresa impazzita di Godard, aggrappate ai calembour, ai nonsense, alle allitterazioni, alle immagini virate esotismo di una memoria divisa tra i caffè bevuti «in piedi sull’Equatore » della sorprendente Si sposa l’Africa e l’atmosfera «confidenzial, fregatura total / illusional come il gerovital » che si respira in Tropical. «Snob è un titolo che capiscono pure all’estero. Ho sempre pensato che esistono tre tipi di persone non ordinarie: l’intellettuale, lo snob e il dandy. Io scelgo quest’ultimo perché è puro e profondo, mentre lo snob è un parvenu» giura l’uomo del Mocambo, che festeggia proprio con questo album quarant’anni di discografia. «Non ho mai voluto essere un cantore della provincia. Posso cercare di trovare della provincia degli insegnamenti perché la provincia è più leggibile per uno che fa il mio mestiere. È più sagomata sia nel personaggio che nei personaggi». Il 25 ottobre debutta al Teatro Galleria di Legnano il nuovo tour. «Sarà il debutto di queste canzoni perché non le ho ancora eseguite su un palco, ma ne farò pochissime per lasciare spazio ad alcune vecchissime che non faccio da troppo tempo». Per lui ogni canzone deve avere l’imprimatur di un alto artigianato (ma c’è chi suggerisce “alto astigianato0148) «…e parlo di “artigianato” perché la parola “arte” mi fa paura'. Entrato ormai nella classicità di se stesso, di quel repertorio che l’ha reso un monumento, di quelle figurine minute che spuntano dalle canzoni per attraversare il suo universo mondo a volte baldanzose a volte col passo impacciato della caricatura, Conte prosegue la sua strada da “orso solitario”. «Trovo che nella musica tutto sia peggiorato un po’, non si respira più un’aria artistica» dice. «C’è più attenzione per il ritmo che per l’armonia e la melodia ne risente. Non sento più fascino, se non in qualcosa di molto sintetico che mi può in qualche modo catturare. E poi ci sono i cantautori, che un tempo erano gente coltissima, vedi Guccini o De André, mentre oggi tutta questa cultura in giro non la sento, ma sento piuttosto gente che prova ad inventarsi un mestiere. La prima volta che sono andato al Tenco ho cantato due canzoni e me ne sono andato per paura di annoiare. Ad altri dai 2 lire per farli cantare ma poi 200 milioni per farli smettere. Spero che arrivi una personalità capace di fare piazza pulita delle troppe cose di maniera che si sentono tanto in musica e in poesia». Col futurismo disordinato, l’enfasi epica, di bastimenti in rotta verso terre popolate da donne indie con la faccia bruna di quell’Argentina in cui «il cielo riservato agli emigranti è bianco e sembra sempre di mattina…» e la «cavalleresca intenzion» che rima con «poromporonpon » di Manuale di conversazione Conte costruisce un album compone un romanzo poetico dal finale aperto, che spetta poi a ciascuno concludere.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: