giovedì 4 novembre 2010
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Per azzeccare il cuore della sua lunga vita, di lui si può essenzialmente dire che è «padre»: della linguistica informatica, degli ipertesti, dell’intelligenza artificiale, del computer applicato alla scrittura e non più solo ai numeri, dei cd-rom... Ma l’appellativo di «padre», se lo si chiede direttamente a lui, Roberto Busa, vale solo in un senso: quello dell’appartenenza alla «Societas Jesu» di sant’Ignazio di Loyola. Se c’è una cosa dalla quale non si è mai separato è la sigla «SJ» dei gesuiti in coda alla sua firma, insieme alla lunga talare nera che ha sempre vestito anche nei consessi scientifici mondiali dove da sessant’anni è rispettato e onorato ospite, un nome conosciuto in ambienti impensabili, spesso lontanissimi dalla Chiesa: «Mi guardano come un cammello nella Borsa valori...», chiosa lui ricorrendo all’altro compagno inseparabile di una vita, l’umorismo lieve e preciso, inconfondibile contrappunto del suo affascinante eloquio. A una bacheca – virtuale, per carità: si è sempre privato in tutta fretta di omaggi e trofei – già traboccante di riconoscimenti, questa mattina padre Busa ne aggiunge un altro, forse quello moralmente più prestigioso. L’Ibm che ne ha affiancato per un trentennio l’immane opera da pioniere nell’esplorazione delle potenzialità umanistiche del computer prenderà in consegna Index Thomisticus, l’opera che ha fatto di padre Busa una celebrità nel mondo dell’informatica, ben più noto oltre frontiera (segnatamente negli Stati Uniti) che in Italia. Per la consegna formale dell’Index è stata allestita una vera cerimonia solenne nella cornice dell’Aloisianum, il grande centro studi dei gesuiti a Gallarate già prestigioso campus filosofico e oggi abitato da padri che hanno bisogno di qualche attenzione in più per via dell’età o dei malanni (qui risiede anche il cardinale Martini, dopo il rientro da Gerusalemme). Alla soglia dei 97 anni, che compirà a fine mese, padre Busa – anch’egli inquilino dell’Aloisianum – non concede spazio all’emozione, ma ha un sorriso da qui a lì. Che l’Ibm, partner tecnologico e professionale di una vita di studi, abbia pensato a lui anche ben oltre il termine dell’avventuroso "cantiere" dell’Index Thomisticus lo riempie certamente di sano orgoglio. E non può essere altrimenti: per stivare l’analisi automatizzata dei nove milioni di parole dell’opera omnia del «Dottore angelico» sono occorsi cinquantasei volumi, che ora l’Ibm ha deciso di portarsi nel suo quartier generale italiano di Segrate come un monumento alla genialità di quel gesuita vicentino di lungo corso e, insieme, alla lungimiranza di sir Thomas Watson, il fondatore del colosso informatico americano. La storia del singolarissimo sodalizio tra due uomini remoti per formazione e prospettive di vita ma provvidenzialmente alleati per un lunghissimo e fecondo tempo di lavoro comune è una pagina importante di storia della tecnologia nel XX secolo. È di sessantun anni fa, infatti, l’ormai celebre episodio del trentaseienne gesuita italiano alto e allampanato che riesce a ottenere un appuntamento col magnate il cui solo nome fa tremare Wall Street, con un’idea un po’ folle che gli frulla in testa: piantarla con le schede compilate manualmente, e provare a far lavorare un computer che lo aiuti nel suo censimento del pensiero di san Tommaso attraverso l’analisi minuziosa del particolarissimo lessico tomistico. Watson lo sta per mettere alla porta come uno dei tanti visionari che gli tocca di incontrare in quell’epoca in cui i computer erano niente più che immense macchine da calcolo. Padre Busa però lo sfida: ma come – gli dice, mettendogli sotto il naso uno di quei cartelli motivazionali tanto cari alle multinazionali Usa –, qui non riuscite a "fare l’impossibile"? Il burbero imprenditore, evidentemente spiazzato, si arrende: e dà vita con quello sfrontato d’un italiano in talare a un’impresa che resterà memorabile, un passo nella storia dell’informatica simile a quello di Neil Armstrong sulla Luna. Il computer esce dalla schiavitù dei numeri e comincia a giocare con le parole, un fatto sin lì assolutamente impensabile. Un colpo di fulmine, a dire il vero, che lo conduce sino a planare nella nostra vita quotidiana soppiantando ogni altro strumento di lettura e scrittura. Oggi, onorando padre Busa, l’Ibm rende merito al coraggio sul quale poggia l’intera cultura digitale che ci avvolge. Un coraggio che, senza la sorridente tenacia di questo grande gesuita con lo sguardo piantato su Nostro Signore, avrebbe forse preso altre strade tecnocratiche, ignorando il bivio dell’umanesimo. Lui, come al solito, pensa ad altro: ai lavori in corso, ai progetti, ai sogni che continuano a popolare le sue giornate scandite dalla Messa, dalla preghiera e dal lavoro. Ragiona sul futuro – a modo suo – seduto nella cucina dell’Aloisianum, davanti a un cuoco che pela patate. E gli scappa da ridere: ma quale gloria, dice con un sorriso, è incantevole vedere la cura che ci vuole a preparare una cena... La memoria non è più quella degli anni nei quali rimbalzava da Pisa, Venezia e Gallarate – i suoi storici campi-base italiani – al megacentro di ricerca Ibm di Boulder, in Colorado, dove insieme all’Index di san Tommaso crescevano le tecnologie che avrebbero portato i computer dalle dimensioni di un palazzo a quelle del personal computer (brevetto Ibm) e, oggi, delle "pennette" che usiamo come memorie portatili. Ma padre Busa non smette di predisporre nei dettagli quel che dovranno fare i ricercatori che all’Università Cattolica di Milano ne hanno raccolto il testimone, coordinati da Marco Passarotti e Savina Raynaud: dal Lessico tomistico biculturale (un’opera che da sola potrebbe assorbire un’altra vita intera) al progetto delle «lingue disciplinate», l’idea di riuscire a ricondurre i principali idiomi a un minimo comune denominatore in modo da ridimensionare la babele comunicativa del mondo globalizzato. Lui immagina e ordina tutto secondo una logica ferrea, ma lo si sa già proiettato oltre, contemplando quell’eternità che ha sempre frequentato in compagnia di Tommaso d’Aquino. Senza fretta, però, padre.
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