martedì 23 giugno 2015
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Un “cinema gentile”. Così il regista iraniano Abbas Kiarostami ha definito l’opera del giapponese Ozu Yasujiro, celebrato maestro e autore di film studiati scena per scena e venerati da decine di cineasti in tutto il mondo. Secondo Wim Wenders, «mai prima di lui e mai dopo di lui il cinema è stato così prossimo alla sua essenza e al suo scopo ultimo». Ad eccezione di Buon giorno, che il Far East Film Festival di Udine aveva presentato lo scorso anno, nessuno dei capolavori di Ozu è mai stato proiettato in Italia. A proporli per la prima volta al grande pubblico ci ha pensato la Tucker Film, casa di distribuzione friulana, in collaborazione con la storica Shochiku di Tokyo, la storica major nipponica che ha prodotto la maggior parte delle 54 opere del regista, e con Fice – Federazione italiana dei cinema d’essai. Dal 22 giugno al 22 luglio all’Apollo e all’Anteo di Milano arriveranno cinque film restaurati che appartengono al periodo d’oro della sua lunga carriera, dalla fine degli anni Quaranta all’inizio degli anni Sessanta: Viaggio a Tokyo, da molti considerato il film più bello della storia del cinema, Fiori d’equinozio, Buon giorno, Tardo autunno e Il gusto del sake. Poi la rassegna si sposterà a Roma per approdare a Torino, Firenze, Genova, Bologna, Udine, Pordenone, Trieste, Bari, Pisa e Venezia. Un sesto film, Tarda primavera, arriverà sugli schermi nel 2016.Nato il 12 dicembre 1903 e morto sessant’anni dopo nello stesso giorno della sua nascita, Ozu, grande divoratore di film hollywoodiani nei cinema di periferia, amava ripetere di essere un semplice venditore di tofu. Eppure con il suo cinema semplice e puro come la vita che ha condotto al fianco della madre, ha saputo raccontare magnifiche, struggenti storie di vita familiare, giapponesi e universali al tempo stesso, ricche di emozioni e sentimenti, ma anche di divertimento. Genitori (spesso vedovi) e figli, mariti e mogli, fratelli e sorelle sono l’anima dei suoi lavori, fotografati in bilico tra modernità e tradizione, città e campagna.Senza movimenti di macchina, sulla scia del cinema rarefatto ed essenziale di Dryer e Besson, come se i personaggi fossero maschere sul palcoscenico del teatro No. Li scopriamo all’inizio nel film, impegnati in semplici faccende quotidiane. Li seguiamo scivolare in una crisi profonda e poi accettare l’ineluttabilità del cambiamento, sempre alla ricerca di quell’armonia che pervade la cultura classica giapponese e che gli attori restituiscono attraverso i loro gesti pacati.In Tarda primavera (1949), il film che segna una svolta stilistica narrativa e poetica nella filmografia del regista (mandato a combattere nel 1937 nella Cina occupata), viene descritto il profondo affetto che lega un vecchio professore vedovo e sua figlia decisa a non sposarsi per non lasciarlo, mentre nel raffinatissimo Viaggio a Tokyo (celebrato da Wenders nel suo Tokyo-ga e portato a termine nel 1953 dopo 103 giorni di riprese e 43 bottiglie di sake, come si legge nel diario dello stesso Ozu) un’anziana coppia fa visita per la prima volta ai figli sposati nella metropoli, ma questi non hanno tempo né tanta voglia di occuparsi di loro. Fiori d’equinozio (1958) primo film a colori del regista, riflette con ironia sulla perdita dell’autorità paterna e su un mondo femminile solo apparentemente sottomesso e Buon giorno (1959) è una divertente commedia su due terribili fratellini che iniziano lo sciopero del silenzio per convincere i genitori ad acquistare un televisore. Tardo autunno (1960) racconta di tre vecchi amici maldestramente impegnati ad aiutare una vedova che in passato avevano corteggiato e Il gusto del sake (1962), l’ultimo film di Ozu, è un’elegia venata di amarezza sul tempo perduto e su scelte che avrebbero diversamente indirizzato la vita dei protagonisti.In occasione della rassegna è stato anche pubblicato il libro Ozu Yasujiro – Autunno e primavera a cura di Giorgio Placereani, con saggi inediti, sezioni critiche, interviste, un piccolo dizionario sui temi e sugli interpreti e splendide illustrazioni di Franco Matticchio e Guido Scarabottolo.
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