giovedì 15 settembre 2016
Oriana Fallaci, una donna in prima linea
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Non era facile amare Oriana. Si poteva ammirarla, invidiarla, detestarla. Lei stessa avrebbe respinto con furore ogni smanceria, così come respingeva gli attacchi e le contumelie dei molti che non sopportavano questa figura quasi irripetibile di reporter che giocava su tutte le scacchiere dialogando con il potere, con la Storia, con la cronaca, ritagliandosi – con il consueto furore avvoltolato in un orgoglio indomabile – uno spazio mediatico che oggi sarebbe precluso a chiunque. Da Gheddafi a Khomeini, da Reza Pahlavi a Deng Xiaoping, da Lech Walesa a Ariel Sharon, dal Dalai Lama a Robert Kennedy, passando per Enrico Berlinguer, Sandro Pertini, Ugo La Malfa. L’elenco è sterminato, come certe sue corrusche corrispondenze, viziate e arricchite insieme di una prosa spesso sulfurea, esagerata, insolente. Ma efficacissima, come quel ricordo dell’11 settembre 2001 a New York: «Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e alle nove in punto ho avuto la sensazione di un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. La sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il razzo che arriva, e rizzi gli orecchi e gridi a chi ti sta accanto: “Down! Get down! Giù! Buttati giù”».«Oriana – ricorda monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione – era una persona paradossale, capace di grandi slanci e poi di improvvise chiusure, generosa fino a darti tutto e poi taccagna, pronta a negare la mancia al taxista». Luci e ombre, furori partigiani e dolcezze newyorkesi, guerra aperta a tutti i tiranni ma anche al “buonismo” dell’Occidente, il tutto in un caleidoscopio in cui si mescolano inestricabilmente odii e amori, Panagulis e la strage di Città del Messico, la condizione della donna e il doloroso Lettera a un bambino mai nato, il Vietnam e la Grecia dei colonnelli, il generale Giap e Giulio Andreotti, Indira Gandhi e Golda Meir, il chador provocatoriamente strappato via di fronte a Khomeini, il Libano della missione italiana e del romanzo Insciallah, l’accusa di fronte al generale Galtieri («La sua è una dittatura: lei non può paragonare i desaparecidos con i soldati che muoiono in guerra»). Non senza una mai dissimulata ipetrofia dell’ego, la stessa che gli faceva dire che il cancro ai polmoni le era venuto respirando in Kuwait il fumo dei pozzi petroliferi che Saddam Hussein aveva fatto incendiare, o che la rendeva quasi paranoica nello scorgere in ogni dove nemici pronti ad assassinarla, soprattutto dopo che – e in ciò era stata lucidamente profetica – aveva individuato nel fondamentalismo jihadista il vero letale nemico della civiltà occidentale.Si dichiarava atea-cristiana, Oriana Fallaci, e quell’ossimoro certamente le si attagliava, ma da Benedetto XVI – che la ricevette in visita privata –, accolse il suggerimento pascaliano che il pontefice le caldeggiò: Veluti si deus daretur . Impossibile – e anche inutile, al fine – racchiudere Oriana Fallaci nel museo virtuale delle cere in cui siamo soliti imbalsamare miti e leggende del nostro tempo. Il suo, di tempo, era peraltro saldamente inscritto nel Novecento, il secolo breve e tragico che ci siamo lasciati alle spalle.Con il Novecento la Fallaci condivideva i privilegi dei grandi pionieri e degli esploratori della modernità, come – si parva licet componere magnis – Picasso, Stravinskij, Joyce, Cartier-Bresson, Miles Davis, Frank Lloyd Wright: figure carismatiche che si muovevano in totale libertà in territori ancora vergini.Se cominciasse la sua carriera oggi, nel terzo millennio, dove tutti scattano compulsivamente fotografie, dove la pervasività delle tv satellitari e dei social network non lascia inesplorato nessun angolo della Terra e dove il flusso di notizie (quelle attendibili come quelle adulterate) crea un ingorgo che spinge alla saturazione più che alla curiosità, Oriana Fallaci faticherebbe molto a farsi strada e sicuramente, a prescindere dal suo talento, non avrebbe a disposizione quella platea internazionale che s’inchinava di fronte all’irruenza e alla passione con cui viveva e lavorava. Con lei dieci anni fa si accommiatava un modello di giornalismo che ci riempie di nostalgia, ma anche della consapevolezza della sua irreplicabilità. E forse è un bene che quel modello se ne sia andato con lei. Che era la migliore e lo incarnò alla perfezione.
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