venerdì 5 gennaio 2024
Un poeta e un eremita hanno scritto a quattro mani un "Nuovo alfabeto del sacro. Abbecedario per disobbedienti". Un testo che scuote e mette in guardia da interpretazioni accomodanti della fede
Caravaggio, "Incredulità di san Tommaso", 1600-1601. Potsdam, Bildergalerie

Caravaggio, "Incredulità di san Tommaso", 1600-1601. Potsdam, Bildergalerie - WikiCommons

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Forse nessuno scrittore come Charles Péguy ha posto al centro della sua opera la carne e il sangue, l’imprescindibilità del corpo dell’uomo e della donna ai fini della salvezza, che non può essere considerata un fatto cerebrale, puramente razionale. Péguy si riferiva a Cristo ovviamente, ma allo stesso modo sottolineava come, quando noi uomini siamo alla disperata ricerca di un appoggio, di un conforto, di una via di speranza, ci rivolgiamo a Maria attraverso la preghiera più nota e recitata del mondo. Queste due semplici annotazioni mi sono venute alla mente dopo aver letto Nuovo alfabeto del sacro. Un abbecedario per disobbedienti di Davide Brullo e Alessandro Dehò (Aliberti, pagine 190, euro 18,90), un libro che inquieta e stordisce più che consolare o creare dibattito.

Brullo è poeta e scrittore, inoltre dirige un interessante quotidiano culturale online, Pangea, mentre Dehò è un prete eremita: entrambi non hanno alcun timore reverenziale nell’affrontare temi e personaggi della Bibbia e nel lanciare provocazioni, che a volte possono urtare la sensibilità del lettore. Nel libro si danno il cambio voce per voce. La carne e il sangue tornano più volte, come in Ferita. Scrive Brullo: «Dio, nel Primo Patto, si presenta per rovi ardenti, colonne di fumo, turbini, nell’alfabeto pietrificato in norme di una voce che turba. Dio ferisce ("apre ferita su ferita/ mi assale come un guerriero", dice Giobbe) e agisce secondo una sequela di piaghe; ora, Dio è il ferito, un crocevia di feritoie, è il piagato. Dio si è fatto carne, è risorto in carne, e vuole essere investigato; dobbiamo compiere la dissezione di Dio». E subito scatta il rinvio al dipinto di Caravaggio in cui Tommaso infila il dito nella piaga del Risorto, addirittura gli scosta la pelle, o alle frasi ispirate delle grandi mistiche come Angela da Foligno. E Dehò può commentare: «Noi siamo ferite, squarci nella pelle, periscopi per il cuore. A eterno rischio d’infezione. Le ferite non sono semplice accadimento della violenza, non solo segno visibile di mancata integrità, le ferite sono la nostra essenza».

Temi che tornano in Hotel-Dieu, originario nome francese degli ospedali, che nel Medioevo erano edifici adibiti all’ospitalità e al ricovero, vicino alle cattedrali. Degli Hotel-Dieu hanno scritto Rilke e Cristina Campo: sono «le case in cui abita Gesù – dice Brullo -, il senza dimora, sono ospizi, spazi di cura, in cui, indistintamente, a tutti è dato tutto. (…) L’ospizio, tra privato e privazione, è l’iride di Dio». Mentre Dehò, in Quarantena, non può fare a meno di soffermarsi sulla sua esperienza all’ospedale di Bergamo, dove il padre era ricoverato durante la pandemia. Esperienza che si fa lamento accorato: «Se non puoi fare niente, se non riesci neanche a sperare, se la piazza del centro della tua fede non ti è mai sembrata tanto vera proprio nel momento in cui la vedi vuota, se l’unico oracolo che aspetti ha la voce metallica di un medico che non ascolta e che forse nemmeno sa chi è tuo padre che sta morendo in qualche reparto del suo ospedale, se tutti sono chiusi in casa come topi, se anche Cristo non può fare altro che piangere sulla soglia della tomba, se anche Cristo nella tua tomba non può entrare, allora capisci che la quarantena è lo spazio drammaticamente personale in cui nessuno penetrerà mai». Nella voce Idolatria viene ricordata l’antica polemica di Porfirio contro i cristiani, a cui rispose Eusebio di Cesarea. Il filosofo greco allievo di Plotino, che respingeva l’accusa di idolatria rivolta dai cristiani al paganesimo, metteva alla berlina l’idea d’incarnazione. Commenta Brullo: «Ma Dio si è fatto uomo – cioè, idolo – per scardinare ogni idolatria. Non è artefatto, ma carnale – carne irrisa di segni, intrisa di escoriazioni, arresa alla contraddizione».

In altre, da Nulla a Ragione a Zero, è il contrasto pascaliano tra fede e ragione a prevalere. Dehò rammenta il mistico Angelus Silesius, Brullo richiama Meister Eckhart per far emergere la paradossalità del Vangelo, che non ha nulla da dire «a chi vuole farne dottrina, ridurne il dramma in abbecedari, in biberoni catechistici. (…) Non ha la schiettezza delle Lettere a Lucilio, la vertigine cosmica di Marco Aurelio. Non puoi mungere una morale – se non per effrazioni, sparizioni, mancanze – dal Vangelo, il Vangelo è indomabile». E se la parola Zero è citata una sola volta nella Bibbia – da Isaia – l’unico personaggio che le si può avvicinare è Francesco d’Assisi, il quale «frana nel mondo a sconvolgere con la sua nullità le fondamenta del cristianesimo, a portare crisi, a scuoiare le apparenze, a scavare la carne fino a graffiare le ossa della rivelazione. (…) Lo zero e Francesco a sovvertire le regole».

Nessun protagonista della storia delle religioni è mai stato tanto rappresentato nell’arte come Maria di Nazareth. «Scrivere di lei è accettare di misurarsi con una storia dell’arte che non ha avuto indugi, che ha replicato senza pietà la bellezza delle annunciazioni. (…) Maria è usata, trascinata, falsificata, riscritta. Non oppone resistenza. Forse questo è il segreto profondo del suo sì». Giù le mani da Maria, dalle falsificazioni dolciastre e sentimentalistiche di gran parte delle sue raffigurazioni, ci dicono entrambi gli autori in questo vocabolario della spiritualità che scuote e morde. E che non è altro che un nuovo vade retro a ogni immagine accomodante e borghese dell’annuncio cristiano.

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