martedì 30 gennaio 2018
Si tratta delle prime forme di coltivazione e stoccaggio di piante e cereali selvatici. I resti sono stati trovati e studiati nel sito di Takarkori in Libia da una missione della Sapienza di Roma
Pitture rupestri del neolitico a Takarkori, nel sito del Tadrart Acacus (Savino di Lernia - Dipartimento di Scienze dell'antichità - Università La Sapienza, Roma)

Pitture rupestri del neolitico a Takarkori, nel sito del Tadrart Acacus (Savino di Lernia - Dipartimento di Scienze dell'antichità - Università La Sapienza, Roma)

Diecimila anni fa, nell’Africa sahariana, all’epoca non ancora un deserto, si coltivavano e mangiavano piante e cereali selvatici. È la
scoperta effettuata dalla "Missione archeologica nel Sahara” di Sapienza Università di Roma, diretta da Savino di Lernia, a cui hanno preso parte anche i botanici dell’Università di Modena e Reggio Emilia, che nel corso di lunghe campagne di scavi ha trovato nel Sahara tracce coltivazione e di immagazzinamento di piante e cereali, forme fino a oggi sconosciute, di epoca preistorica, antiche di 10.000 anni. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista "Nature Plants".

Ricercatori al lavore a Takarkori, nel Sahara libico (Savino di Lernia - Dipartimento di Scienze dell'antichità - Università La Sapienza, Roma)

Ricercatori al lavore a Takarkori, nel Sahara libico (Savino di Lernia - Dipartimento di Scienze dell'antichità - Università La Sapienza, Roma)

"La ricerca combinata di archeologia e archeobotanica - spiegano i responsabili della ricerca - condotta per diversi anni nel sito archeologico di Takarkori, in Libia sud-occidentale, nel cuore del Sahara, illustra e descrive millenni di lavorazione e stoccaggio, e di come cacciatori-raccoglitori prima (tra 10000 e 8000 anni fa), e pastori poi (tra 7000 e 5500 anni fa), abbiano praticato forme di coltivazione di cereali selvatici, senza che queste piante venissero mai domesticate".

I semi trovati a Takarkori (Savino di Lernia - Dipartimento di Scienze dell'antichità - Università La Sapienza, Roma)

I semi trovati a Takarkori (Savino di Lernia - Dipartimento di Scienze dell'antichità - Università La Sapienza, Roma)

L’equipe italiana ha portato alla luce milioni di resti vegetali e tra questi oltre duecentomila semi sono stati osservati disposti circolarmente in piccoli raggruppamenti: autentica prova archeologica di una forma sofisticata di coltivazione e immagazzinamento, pur in assenza di piante domestiche. "Dallo studio si evince chiaramente come, nel nostro percorso di evoluzione culturale, la domesticazione di piante di piante e animali, un passaggio cruciale nella nostra umanità, abbia avuto traiettorie e tempistiche diverse: la selezione di piante per scopo alimentare non è sempre stata rivolta verso la ricerca di quei tratti che oggi riconosciamo tipici e quasi indispensabili nelle piante addomesticate, come per esempio la coltivazione di frutti grandi e che non cadano da soli una volta maturi. Ogni fase di trasformazione ambientale deve aver infatti obbligato piante ed esseri umani ad affrontare nuove sfide, innovare e sviluppare strategie adattive ingegnose, e i formidabili cambiamenti climatici che hanno caratterizzato la storia del Sahara sono parte attiva di questi processi".

I semi trovati a Takarkori (Savino di Lernia - Dipartimento di Scienze dell'antichità - Università La Sapienza, Roma)

I semi trovati a Takarkori (Savino di Lernia - Dipartimento di Scienze dell'antichità - Università La Sapienza, Roma)

“Un’evidenza archeobotanica straordinaria quella che emerge – ha commentato Savino di Lernia – Le ricerche, da un lato permettono di comprendere il comportamento umano dei cacciatori-raccoglitori sahariani e, nel caso specifico di Takarkori, mostrano la prima evidenza nota di stoccaggio e coltivazione di semi di cereali selvatici in Africa; dall’altro che l’azione umana è specchio della realtà ambientale nella quale queste civiltà si muovevano”.

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