venerdì 25 novembre 2022
«Nessun postumano o transumano: per l’uomo si tratta di cambiare di posto nel mondo, di ridefinire le misure della propria finitezza». L’ultimo saggio del pensatore
Il filosofo Salvatore Natoli

Il filosofo Salvatore Natoli - Cristian Gennari

COMMENTA E CONDIVIDI

Antropocene: il termine fu coniato dal biologo americano Eugene Stoermer all’inizio degli anni ’80 e ben definisce la nostra era storica, iniziata con la prima rivoluzione industriale nel ’700, caratterizzata dall’impatto decisivo delle attività umane sul nostro pianeta. Con tutti i benefici e soprattutto i guai che ne sono derivati e che hanno messo sempre più in pericolo la nostra vita sulla Terra. Molti sono non solo gli scienziati ma anche i filosofi che hanno cominciato a interrogarsi sull’Antropocene. Fra questi il sociologo e filosofo Bruno Latour, da poco scomparso, che si è posto acutamente la questione, intuendo come la necessità di mantenere abitabile la Terra in cui viviamo apra nuovi problemi pure alla teologia. Ora anche Salvatore Natoli prende di petto il problema nel suo ultimo saggio Ordine naturale, disordine umano (Feltrinelli, pagine 214, euro 12,00). Per Natoli - docente all’Università di Milano Bicocca, di cui qui ricordiamo un fondamentale saggio sul dolore di qualche decennio fa sempre pubblicato da Feltrinelli, e che fu protagonista alla fine degli anni ’90 di un importante dialogo col cardinale Martini sul rapporto tra credenti e non credenti -, il concetto di Antropocene bene esprime «la fase di massima espansione del dominio dell’uomo sulla Terra, ma anche le sue controfinalità, i suoi effetti devastanti». Sulla scia di scienziati come Lovelock e Gould, Natoli mette in guardia dai rischi enormi connessi alla tecnoscienza e al neocapitalismo, rappresentati dagli sconvolgimenti climatici e dagli squilibri economici, che hanno messo da tempo in crisi il concetto di progresso. Tanto che la prospettiva apocalittica, fra catastrofe ecologica e incubo nucleare, è purtroppo una realtà di fatto: « L’impronta dell’essere umano sul pianeta è stata così profonda da giungere a mettere a repentaglio l’esistenza stessa del pianeta». Da filosofo che da sempre ha riscoperto i valori dell’etica antica, prima di dare indicazioni sul «nuovo posto dell’uomo nel mondo» che si tratta di delineare per evitare il peggio, Natoli smonta alcuni pregiudizi. Come quello che la natura sia benigna. Come ci insegna Leopardi, la natura è anche matrigna. «L’uomo dalla natura non ha nulla da aspettarsi», sentenzia il filosofo, rilevando come nel corso dei secoli l’uomo abbia innalzato barriere protettive per difendersi da una natura ostile: «Che la natura sia violenta è un’evidenza; specie intere sono state cancellate da eventi improbabili e catastrofici, eppure la vita ha sempre ritessuto la sua trama». L’idealizzazione della natura propria di un certo ecologismo di maniera è perciò del tutto fuori luogo. Ma Natoli contrasta anche un altro cliché, quello secondo cui è da ritrovare nelle pagine della Bibbia e nella concezione ebraico-cristiana l’idea di dominio dell’umanità sulla natura. Si tratta di «un’impropria lettura », dato che «l’uomo non è signore del creato, è tutt’al più un cooperatore di Dio a cui è assegnato il compito di amministrarne l’opera. All’uomo tocca la custodia, e quindi la natura non può essere violata, ma assecondata e rispettata». Ma la pars construens del volume è la più decisiva: come passare dal disordine a possibili nuovi equilibri? Per Natoli occorre rivolgersi alla sapienza del pensiero antico, dato che è ancora tempo per le virtù. Per tornare a vivere bene è necessario ritrovare la giusta misura e partire dalla prudenza, la phronesis greca, “ recta ratio agibilium” secondo san Tommaso. Per i Greci il giusto mezzo rispecchiava un’idea di misura che «si disegnava fin dall’inizio su uno sfondo tragico», emergeva dal caos e dalla possibilità di cadere nell’abisso. Ma la medietas, insiste Na-toli, non si trova una volta per tutte. La via indicata dai filosofi antichi suggeriva di «mettere a frutto le esperienze passate, comparare i successi con i fallimenti, apprendere dagli errori e di tutto questo fare una media». Tra le virtù – parola centrale nell’etica antica e poi rivitalizzata in quella cristiana, ma poi caduta in disuso anche perché ingiustamente confusa con l’idea di rinuncia - da riscoprire vi sono poi il coraggio, dato che «il lasciar fare non è meno colpevole del non fare», e la parresìa, che significa denunciare i mali che corrompono l’umanità. Ma è necessario anche il lavoro su di sé per dominare le passioni, e qui viene tirato in ballo Ignazio di Loyola, che indicava la necessità di «esercizi spirituali per vincere se stessi e mettere ordine nella propria vita, senza prendere decisioni in base ad alcun effetto che sia disordinato». Dinanzi al bivio fra catastrofismo ecologico e ottimismo ecologico che oggi si delinea, occorre trovare un giusto equilibrio, anche perché «l’eccesso di catastrofismo favorisce il negazionismo ». Riscoprire il concetto di limite può consentire poi di definire un’etica delle macchine e dei robot che possa rispondere alle sfide dell’intelligenza artificiale e dell’illusione transumanista di una nuova specie umana. Il futuro è pieno di incognite e di possibilità: «Nessun postumano, dunque, o transumano. Per l’uomo si tratta semplicemente di cambiare di posto nel mondo, di ridefinire le misure della propria finitezza. È un’urgenza, ma anche un compito ». L’etica antica – e quella cristiana – possono ancora costituire una base per affrontare il futuro. In un suo precedente libretto dedicato a Manzoni, uscito per i tipi del Saggiatore col titolo L’animo degli offesi e il contagio del male, rispetto al ruolo della Provvidenza nelle vicende umane, Natoli rimarcava come il male penetri la storia in tutta la sua profondità. Certo, quando si parla di male occorre saper distinguere: c’è un male che viene dalla natura, è quello che viene patito ed è innocente («è la cifra della nostra mortalità»); poi c’è il male inflitto, «frutto della nostra iniquità ». È questo il male protagonista dei Promessi sposi che ne fa un “romanzo nero”. Ovviamente il cristianesimo di Manzoni, convinto che vi sia un piano divino che guida la storia, non ritiene possibile che la vittoria del male sia ineluttabile. Anzi, il male va contrastato, altrimenti si rischia di esserne conniventi. «È la forza dei disarmati, quello che fa padre Cristoforo e che don Abbondio non sa fare», scrive Natoli che specifica: «Per fronteggiare il male bisogna praticare il bene. È la saggezza dei semplici». Quelli che papa Francesco nella Gaudete et exsultate chiama i santi anonimi e quotidiani, che il poeta argentino Borges ha celebrato nella poesia I giusti e che il teologo ortodosso Olivier Clément ha definito i “rammendatori dell’esistenza”.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: