domenica 16 luglio 2017
Il grande maestro di ritorno dal tour a Teheran stasera a Spoleto «La cultura integri chi arriva da noi, però salviamo la tradizione»
Muti: «La cultura è integrazione»

«Salire sul podio a Teheran è stata una vittoria politica. Mentre incombe lo spettro dello scontro di civiltà siamo riusciti a dimostrare che la musica, capace di superare qualsiasi confine di carattere geografico e storico, culturale e religioso ». Riccardo Muti, dopo aver lasciato sedimentare le emozioni dello storico concerto della scorsa settimana in Iran, è già ripartito: stasera è a Spoleto per il concerto che chiude il Festival dei due Mondi, poi subito a Salisburgo per l’attesissima Aidacon Anna Netrebko e la regista iraniana Shirin Neshat. E inevitabilmente il pensiero torna all’Iran. «Forse il viaggio più difficile, ma alla fine la musica ha vinto».

Quale il ricordo più intenso che ha portato a casa da Teheran, maestro Muti? «

I volti dei giovani che ho incontrato. Quelli che avevo davanti, seduti in orchestra: iraniani e italiani vengono da una cultura plurimillenaria, radici che hanno un’importanza fondamentale nella crescita di un popolo, e questo li ha aiutati a dialogare. E i volti dei ragazzi che hanno affollato la prova generale e che hanno ascoltato la musica occidentale, a lungo bandita, con una partecipazione e una consapevolezza straordinarie. Lo scopo era quello di gettare un seme: sono sicuro che con il tempo germoglierà».

La storia dell’Iran, con l’Orchestra sinfonica di Teheran chiusa dopo la rivoluzione, dice che la musica per qualcuno può essere ancora “pericolosa”. Dove oggi c’è bisogno di gettare altri semi?

«Ovunque. Ci sarebbe una lista infinita di luoghi, una lista che comprende anche posti in casa nostra che hanno bisogno della musica come medicina per l’anima per far riscoprire agli uomini quei valori spirituali e culturali che la nostra società spesso mette in un angolo».

Va in questa direzione anche l’appuntamento di stasera a Spoleto?

«Ho sempre guardato da lontano a questo appuntamento perché dal 1971 dedico la mia estate musicale al Festival di Salisburgo. Prima di andare in Austria per le prove di Aida, però, avevo alcuni giorni liberi e ho accettato volentieri l’invito di Giorgio Ferrara. Ho scelto la Settima sinfonia di Beethoven per mostrare come i ragazzi della Cherubini l’orchestra che ho fondato 13 anni fa e che sforna talenti che trovano posto nelle più importanti orchestre del mondo grazie alla grande disciplina musicale e comportamentale che hanno appreso tra i leggii - siano a loro agio nel grande repertorio classico. Ho poi voluto fare un omaggio ad autori d’opera italiani che nei loro melodrammi hanno lasciato pagine sinfoniche di grandissimo rilievo: la Contemplazione di Catalani, gli intermezzi di Cavalleria rusticana di Mascagni, dei Pagliacci di Leoncavallo, della Manon Lescaut di Puccini e della Fedora di Giordano sono esempi dell’aristocrazia e della nobiltà del nostro repertorio operistico che da sempre difendo. L’opera italiana non è solo accompagnamento al canto o lo zum pa pa al quale ci hanno abituato tante cattive esecuzioni».

Anche Aida, e veniamo al titolo verdiano che dirigerà dal 6 agosto a Salisburgo, rischia di essere liquidata come l’opera del trionfo: sfilate, trombe, grandi masse in scena…

«Eppure è una partitura estremamente raffinata, dove la cifra dominante è quella dell’intimità. Certo, nel secondo atto c’è il Trionfo, ma è solo un episodio che, però, ha dato l’alibi a molti registi per fare del melodramma un’esposizione di faraonismi e trasformare Aidanello spettacolo per antonomasia di smargiassate sceniche mostruose che distolgono l’attenzione dalla sostanza musicale che è una delle più affascinanti e geniali concepite da Verdi. In questa direzione andava l’Aida che pensavamo con Giorgio Strehler per la Scala, un progetto interrotto, però, dalla morte del regista».

A Salisburgo lavorerà con l’artista visiva e regista cinematografica iraniana Shirin Neshat. Che Aida sarà?

«Sarà uno spettacolo al servizio della musica. E questa è la ragione per cui ho accettato di tornare a fare un’opera in forma scenica dopo tante delusioni avute da registi che hanno idee strampalate che offendono la musica. Con Shirin Neshat, che con intelligenza e sensibilità ha portato sul grande schermo molte storie di donne mediorientali, ci siamo trovati subito in sintonia: niente Egitto da cartolina, ma attenzione concentrata sui personaggi perché il cuore dell’opera è il rapporto tra Aida e Amneris, due donne che appartengono a popoli, culture, religioni diverse. Oggi lo chiameremmo scontro di civiltà».

L’opera ancora una volta parla del nostro tempo. Come vive le tensioni che attraversano il mondo?

«Con profonda inquietudine perché vedo che i problemi che quotidianamente ci interrogano non si risolvono o non si vogliono risolvere. Quello che abbiamo di fronte è un mondo multiculturale, lo sappiamo. Le storie drammatiche di chi bussa alla nostra porta impongono accoglienza e braccia aperte. Ritengo che sia poi importante che chi arriva possa intraprendere un percorso di integrazione non solo economica e sociale, ma anche culturale perché l’ultima cosa che vorrei è che nel nome della multiculturalità si arrivi ad una distruzione della nostra storia millenaria e della nostra identità culturale. Sulla porta di Capua c’erano tre busti, quello di Federico II e quelli dei suoi consiglieri, Taddeo Da Sessa e Pier delle Vigne. Sotto quest’ultimo c’era incisa una frase: “Intrent securi qui quaerunt vivere puri”. Entrino pure con sicurezza, tranquillamente tutti coloro che intendono vivere onestamente. Penso sia ancora di grande di un’attualità».

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