sabato 1 novembre 2014
​Aveva 88 anni. Nato a Senigallia era arrivato nel 1954 approda a Milano, dove era entrato a far parte del mitico quintetto Basso-Valdambrini. Riproponiamo una sua intervista dedicata a Milano.

A 88 anni si è spento il grande maestro del jazz Renato Sellani. Era nato a Senigallia nel 1926. Nel 1954 approda a Milano ed entra a far parte del mitico quintetto Basso-Valdambrini. Ha fatto parte dell’Orchestra della Rai diretta da Gorni Kramer e composto musiche di scena per “Puntila e il suo servo Matti” di Bertolt Brecht, “Aspettando Godot” di Samuel Beckett per il Piccolo Teatro di Milano, “I sei personaggi” per la compagnia di Tino Buazzelli, “Hai mai provato nell’acqua calda” per la compagnia di Walter Chiari. Ha suonato con la maggior parte dei grandi del jazz: Bill Coleman, Lee Konitz, Tony Scott, Gerry Mulligan, Stephan Grappelli e Chet Baker. Tanti anche i musicisti italiani che hanno legato il loro nome a quello di Sellani, a cominciare da Tullio De Piscopo fino al sassofonista Gianni Basso con il quale memorabile fu l’ultimo concerto del sax piemontese (Basso è morto nel 2009) a Umbria Jazz. “Sellani ha suonato fino all’ultimo”, ricordano proprio da Umbria Jazz. “Era già nel programma della prossima edizione di Umbria Jazz Winter a Orvieto”. Lo ricordiamo “con affetto, per quel suo modo di fare sempre in bilico tra serietà e ironia, per il suo amore incondizionato per la musica e per averci regalato negli anni centinaia di concerti indimenticabili”. Riproponiamo qui un'intervista a Renato Sellani di Massimiliano Castellani, uscita su Avvenire nel 2007. Quando Milano scoprì il jazz
Viaggio nella città con il maeestro Renato Sellani «Il Maestro è nell'anima e dentro all'anima per sempre resterà», canta Paolo Conte. Il Maestro è Renato Sellani che si muove tra una nuvola di fumo della sua sigaretta, il palco e il pianoforte, con l'aria di chi si diverte ancora tanto ad 81 anni, come quando ragazzino nella sua Senigallia scoprì la musica jazz e «senza averla mai studiata», salì a Milano per suonarla insieme all'amico chitarrista Franco Cerri. È passato esattamente mezzo secolo da quel viaggio dalle Marche fino alla Stazione Centrale e ad accoglierlo c'era una Milano ammantata di nebbia. «Adesso non c'è più. La nebbia non l'abbiamo più vista da tanto, e quella dava un senso a tante cose». Un senso alla sua vita l'ha dato il jazz, a cominciare da quelle notti infinite consumate alla Taverna Messicana. «Era un locale di quelli che piacciono a me, fumoso, un posto magico nella sua semplicità dove i milanesi impararono ad ascoltare e forse a capire qualcosa di questa musica che non è facile da comprendere e che non sarà mai popolare. Una volta mi disse Gerry Mulligan: hai mai sentito per strada un tizio fischiare un brano di Charlie Parker?...Credo che nessuno potrà mai raccontare di averlo ascoltato». Musica anni Cinquanta Una musica per pochi eletti e alla fine degli anni '50 erano altrettanto rari i jazzisti italiani. «Vediamo chi c'era qui da noi. Dunque: Cerri, Gaslini, Intra, Luttazzi che era molto divertente, Trovajoli, Piccioni, Cesàri, il sottoscritto e credo pochi altri che adesso magari mi sfuggono». Dalla Taverna Messicana poi quel gruppo si spostava a suonare in fondo a Porta Genova, al Capolinea. Ritrovo preferito di quella allegra brigata che sarebbe confluita nella cattedrale del cabaret meneghino, il Derby. «Bei concerti certo, anche se al Capolinea ci andavo malvolentieri, perché a notte fonda il tram, il 15, non c'era più e spesso d'inverno restavo a piedi. Intirizzito dentro al mio cappotto pregavo perché all'alba transitasse da quelle parti qualcuno della solita banda di pazzi, per un passaggio. Qualche volta passavano di lì Giorgio Gaber e Walter Chiari, ma gli ospiti fissi erano Jannacci, Cochi e Renato e Beppe Viola. Venivano lì ad ascoltare la mia musica, a suonare loro stessi o a recitare». Albe imburrate di nebbia, come i «panini alla muratora» che ordinava Beppe Viola al bancone del Bar Gattullo in Porta Lodovica. «Con Beppe Viola mi univa l'amore per lo sport. Sandro Ciotti che era anche un esperto jazzofilo, sapeva di questa mia passione e mi chiamò insieme a Bruno Martino alla Domenica Sportiva: a turno commentavamo musicalmente le discese di Alberto Tomba». Ma le domeniche di Sellani risuonavano soprattutto di trombe e tamburi da stadio. «Sempre con Viola la domenica arrivavamo fino a San Siro, lui entrava all'ippodromo a fare una puntatina ai cavalli e poi ci ritrovavamo in tribuna allo stadio per assistere alla partita. Sono un tifoso sfegatato del calcio, quello soprattutto di una volta, caratterizzato dal bel gesto tecnico, quello di Rivera e Sivori per intenderci. Un giornale una volta titolò: Il tocco di Sellani e il tocco di Rivera, il jazz con il calcio ha questo in comune, il tocco, lo capisci al volo quando è quello di un fuoriclasse». E quello di Sellani è il tocco vellutato del mattatore che si è prestato a tutte le arti. «Jannacci diceva: guardate la faccia che ha Sellani quando si mette lì serio a suonare il pianoforte...Non fa forse più ridere di voi attori? A volte infatti fa più ridere sul palcoscenico uno che resta lì serio, in silenzio davanti al pubblico, piuttosto che un comico. Conta sempre quello che riesci a trasmettere alla platea e questo vale anche per il jazz. Ma il jazz è più difficile da far capire, perché è un linguaggio complesso e oggi la gente è abituata alle cose facili, se non addirittura stupide. Di sicuro oggi di jazz ne capiscono più in Giappone che qui da noi». Qui da noi, a Milano, la Taverna Messicana non c'è più e il Capolinea è crollato con tutto lo stabile che lo ospitava per via di un incendio. I locali dove si fa jazz sono sempre di meno e imperano i salotti mondani e luccicanti di esterofilia come il Blue Note. «Al Blue Note sono andato una sera a sentire una cantante, mi hanno riconosciuto e il direttore si è avvicinato e cortesemente con accento anglofono mi fa: Maestro Sellani saremmo lieti di ospitarla qui da noi una sera. Io gli ho risposto, mettetevi d'accordo con la mia compagna Anna. Devono averla presa male, perché non ho sentito più nessuno. Forse è stato meglio così. Però che chiamassero i nostri giovani almeno, ce ne sono tanti bravi anche in Italia che suonano bene il jazz. Quello che gli manca a volte non è tanto la tecnica o lo studio, quelle poi sono chiacchiere, quanto piuttosto la passione. Ecco questa è una cosa grossa che pochi possiedono. E poi lo stile, per questo non ci sono studi che reggano. Gerry Mulligan mi ripeteva spesso: meglio suonare male che suonare come un altro». Stile morbido  E lo stile di Sellani è morbido è inconfondibile. Il timbro indelebile di un jazzista da sempre fuori dagli schemi, che non conosce né vizi né dipendenze, se non quella irrefrenabile di non riuscire a staccarsi dal palco e da un pianoforte. «Il cliché del jazzista alcolizzato o drogato fa parte un po' della leggenda dei grandi personaggi che hanno fatto la storia di questa musica. Io mi sono sempre limitato a due-tre boccate di sigaretta durante l'esecuzione dei brani. Non ho mai abusato con il cibo e lo dimostra la mia magrezza diventata proverbiale. Una volta il grandissimo attore teatrale Tino Buazzelli mi invitò al ristorante perché mi doveva assolutamente presentare un suo amico. Quando arrivai scoprii che si trattava di Orson Welles. Mi sono seduto in mezzo a questi due colossi che mangiavano come dei bisonti mentre io mi limitavo a sorseggiare un tristissimo brodino. Mi guardavano con tenerezza. Penso spesso poi che se non avessi vissuto lontano dall'alcol non mi sarei conservato così bene nel tempo. Quando d'estate si suonava alla Bussola, a Viareggio, mi invitavano al tavolo personaggi illustri come il presidente dell'Inter Angelo Moratti e mi offrivano da bere superalcolici. Io allora chiamavo il cameriere in disparte e per non essere scortese mi facevo portate il secchiello del ghiaccio con una bottiglia di Champagne, ma l'avevo fatta riempire di coca-cola....». Viaggi nella notte Sorride il Maestro che rievoca uno dei suoi infiniti viaggi al termine della notte, quelli del musicista sdraiato a sognare con le mani che ondeggiano sui tasti bianchi e neri, ad inseguire le note degli spiriti guida: «Bach forse è stato il primo jazzista della storia e comunque ha insegnato a fare musica a tutti noi. Gershwin continua a darci il companatico». Una musica ricca di atmosfere e di soddisfazioni, quanto avara di denaro, per uno che ha avuto l'onore di diventare il prescelto tra i pianisti italiani di tutte le stelle del firmamento del jazz. «Ho avuto la fortuna di trascorrere un mese intero in America con Leonard Bernstein e di accompagnare con il mio piano Ginger Rogers e Billy Holiday che poverina ormai era alla fine del suo viaggio. Di tutte le cantanti per le quali ho suonato, quella che più mi impressionò, per la potenza e la bellezza della sua voce, è stata Sara Vaughan. Un incontro dettato veramente dal caso, una sera il suo pianista si diede malato e mi chiamarono a sostituirlo. Avevo la pelle d'oca».  Gli occhi spiritati del Maestro si emozionano ancora, come quando ricorda di quella notte al Santa Tecla, in zona Duomo, quando dal buio della sala, come per incanto, il suono di una tromba si insinuò nel suo assolo e i riflettori illuminarono il volto di Chet. «D'un tratto ho sentito che quella tromba era proprio dietro di me. Mi voltai e vidi la faccia inconfondibile di Chet Baker. Un brivido lungo la schiena e il tempo di realizzare che non si trattava di un'allucinazione. Il giorno dopo alle 10 eravamo in studio a registrare in trio, all'indomani in quartetto, poi in sestetto e infine con l'orchestra». Un disco memorabile Chet in Italy, un'autentica rarità che Sellani conserva tra i ricordi più cari. «Recentemente a New York l'ho trovato in vendita in un negozio di cd e l'ho acquistato, ma la versione originale in vinile è tra i pochi dischi che riposano negli scaffali del mio appartamento in zona Loreto». Il senso del pianoforte Non vuole dischi il Maestro, né frammenti di memoria nella sua vita ancora tutta proiettata verso il domani. Così come per ottant'anni non ha mai avuto un pianoforte di sua proprietà da poter suonare al riparo dalle orecchie e gli occhi indiscreti del pubblico. «Non ho mai avuto un pianoforte prima perché non potevo permettermelo. Poi perché ho capito che un piano aveva un senso solo se lo suonavo davanti al pubblico, altrimenti non mi serviva a nulla. Poi è successo che un caro amico che ce l'aveva in casa si è ammalato e io ogni tanto andavo a trovarlo e lo suonavo solo per lui, per tirarlo un po' su. Quando è morto, lo scorso anno, ha lasciato scritto che dovevo prenderlo io, come segno della sua amicizia. E adesso per la prima volta nella mia casa c'è anche un pianoforte a tenermi compagnia».  Un dono arrivato da una perdita, come quel brano struggente, Estate, di Bruno Martino, che Sellani continua a custodire e ad eseguire quasi ad ogni concerto come omaggio ad un'amicizia che durerà in eterno. «Ecco chi mancava all'appello dei jazzisti di quegli anni '50, Bruno Martino. Un musicista straordinario. Quando eseguo Estate provo una sensazione struggente. Mi fa male, perché ripenso a una mattina in cui ci siamo lasciati dicendoci ci vediamo dopo, e invece al pomeriggio mi telefonò sua moglie che in lacrime mi annunciava: Bruno è morto. È una perdita che non ho mai accettato e allora ogni volta che suono quel brano sto male perché ripenso a quell'appuntamento mancato con un amico del cuore». Un appuntamento mancato e uno che invece viene solo rimandato e che con il tempo si è trasformato in un sogno: ritrovarsi con Mina. «Ho trascorso un buon quarto della mia vita con Mina. Ogni tanto le telefono e le rammento di quel disco che sono tanti anni che dobbiamo incidere. Solo io e lei, piano e voce. Allora Mina mi dice: Renato appena mi libero da questi impegni lo facciamo, te lo prometto. Io aspetto. Forse non si farà mai quel disco, ma a me piace continuare a sognare che magari un giorno accadrà?». Un velo di malinconia avvolge l'anima del Maestro. È tornato un attimo di nebbia in piena estate a rammentarci che il tempo dei ricordi è scaduto, è l'ora dei saluti.  «Mi raccomando, tolga almeno la metà di tutto quello che le ho detto. Non stiamo qui a fare romanzi, anche se a pensarci bene la mia vita potrebbe essere un bel romanzo per i tanti incontri incredibili che ho avuto. Storie e personaggi arrivati davanti a me così, dal buio. Ma adesso basta sul serio, come diceva Buazzelli: ora parlare si è fatto inutile?».                                                                 Massimiliano Castellani

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