sabato 17 dicembre 2016
Storico e intellettuale, fratello dell'ex premier, fu tra i fondatori della casa editrice Il Mulino. Aveva consacrato la vita all’indagine sulla Chiesa come centro della storia
Paolo Prodi (Siciliani)

Paolo Prodi (Siciliani)

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Il mondo della cultura è in lutto. All’età di 84 anni è mancato Paolo Prodi, professore emerito di Storia moderna all’Università di Bologna, autore di opere rilevanti edite per lo più dal Mulino – che lo ha visto tra i fondatori – e tradotte in tutto il mondo. Allievo di Delio Cantimori e, soprattutto, di Hubert Jedin, ne aveva proseguito l’approfondimento del Concilio di Trento, convinto – come il suo maestro tedesco – di dover riaffermare il concetto di Riforma cattolica, per esprimerne compiutamente la fecondità ben oltre la reazione a Lutero, cogliendo il ruolo delle diverse strutture istituzionali, indicando dinamiche destinate a influenzare le future generazioni per secoli. Di fatto sino alla fine del Vaticano II (sin qui la braudeliana “lunga durata”): un Concilio a suo dire importantissimo, ma, nonostante radicate ermeneutiche, sempre dentro il ciclo della modernità.

Certo, lo studioso che ha concluso la sua vita nell’anno della pubblicazione del suo Giuseppe Dossetti e le officine bolognesi, sempre con il Mulino, non sta tutto qui: ma questa sua lettura complessiva del “paradigma tridentino”, la cesura del suo “superamento”, per certi versi riflessa anche nell’esperienza personale e nel confronto con l’Istituto per le Scienze religiose di Bologna, dice molto di Paolo Prodi. Era lui stesso, in ogni caso, a riconoscere che il rapporto con Dossetti e il “passaggio” al Centro di documentazione, presto diventato Istituto per le Scienze religiose con diversa impostazione, avevano inciso sul suo itinerario di storico, restandone punto di riferimento e di tensione dialettica. Senza dimenticare docenti come Antonio Amorth o Mario Viora, con il quale il reggiano Prodi – arrivato alla Cattolica di padre Gemelli nel 1950, a diciott’anni – si laureò in storia quattro anni dopo. Senza dimenticare i contatti da neolaureato a Milano con Mario Bendiscioli, o il periodo parigino nel Centro fondato da Maritain, o l’incontro con Cantimori prima di Jedin in Germania.

Lì, a Bonn, nel ’57-’58 Prodi portò avanti le linee principali della sua ricerca – Riforma cattolica, Concilio di Trento, papato moderno... – fissata sul dualismo fra potere politico e sacro, coscienza e diritto – nella convinzione di poter scandagliare la modernizzazione dell’Occidente a partire da tale relazione. E tenendo al centro delle vicende europee il ruolo dell’istituzione “Chiesa”, senza spezzare il cerchio che tiene insieme una storia della Chiesa gerarchica e quella della religiosità popolare, ma anche i sacramenti e la pietà (quella affrontata nel famoso Archivio voluto da don Giuseppe De Luca ben noto a Prodi). Temi che lo storico ha continuato a studiare nel periodo di insegnamento a Bologna, poi a Trento, giuntovi – a effetto ’68 esaurito – immaginando di poter costruire una università pubblica non però statale, lì facendo il rettore per tre anni, ma soprattutto e per quasi un quarto di secolo – dal ’72 al ’97– dirigendo l’Istituto storico Italo-germanico, promuovendo al contempo una riflessione sul sistema formativo scolastico nel quadro di un’autonomia intesa come strumento di autogoverno.

Verso la fine di questo periodo datano opere importanti da lui curate: come Disciplina dell’anima, disciplina del corpo e disciplina della società fra Medioevo ed Età moderna, 1994; oppure Il Concilio di Trento e il moderno, 1996. E di lì a poco sarebbero usciti Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto (2000), cui aggiungere almeno i successivi volumi Settimo. Non rubare. Furto e mercato nella storia dell’Occidente (2009), Profezia vs utopia (2013), Il tramonto della rivoluzione (2015), Homo europaeus (2015), Occidente senza utopie (con Cacciari, 2016) tutti editi dal Mulino. Tutti da ricordare insieme al giovanile Il cardinale Gabriele Paleotti uscito in due tomi con le Edizioni di storia e letteratura nel ’59 e ’67 e al maturo Il paradigma tridentino. Un’epoca nella storia della Chiesa, edito da Morcelliana sei anni fa, aperto da un’introduzione che spiega con chiarezza la concezione del suo “mestiere di storico” e il suo approccio laico nello studio dell’istituzione Chiesa come storicamente sviluppatasi dopo il Tridentino, pur riconoscendo la possibilità dell’approccio teologico «in cui la visione delle componenti rivelate o dogmatiche prende il primo piano».

Nella consapevolezza che oggi le discipline scientifiche non si definiscono per l’oggetto, ma il metodo usato, così continua questo testo illuminante dello storico appena mancato, cui nel 2007 fu tributato il premio Von Humboldt, il “Nobel” germanico: «La riflessione sulla esperienza concreta della ecclesia peregrinans et militans, che cammina per le strade del mondo, è riflessione teologica o storica a seconda del metodo che si applica: l’importante è che compiuta la scelta di metodo questo sia applicato sino in fondo con tutti gli strumenti che la ragione e la critica ci offrono, nella coscienza che ogni approccio è parziale e che la teologia e la storia sono in ogni caso necessarie l’una all’altra, reciprocamente ancelle e reciprocamente regione di fronte al mistero della storia umana come storia della salvezza».

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