martedì 30 gennaio 2018
Pubblicato per la prima volta l'epistolario intercorso fra i due statisti, da cui emerge un comune sentire e due distinti percorsi verso il bene comune. I temi caldi, dal Vietnam agli Anni di piombo
Giorgio La Pira e Aldo Moro a Montecitorio nel 1947 (foto Alinari)

Giorgio La Pira e Aldo Moro a Montecitorio nel 1947 (foto Alinari)

Aldo Moro, prigioniero delle Brigate Rosse e consapevole della sua fine imminente, in una lettera alla moglie Eleonora, non recapitata e ritrovata solo nel 1990, scriveva «Ho pregato molto La Pira. Spero che mi aiuti in altro modo». «Come La Pira aveva riconosciuto in Moro lo statista, così Moro riconobbe in La Pira il santo», commenta lo storico Augusto D’Angelo. Utile strumento per approfondire ruoli, personalità, strategie di questi due protagonisti della nostra storia, arriva in libreria il loro carteggio: centoquattro lettere, quasi tutte inedite, annotate da Eugenia Corbino con la supervisione di Pier Luigi Ballini (Moro e La Pira. Due percorsi per il bene comune, Polistampa, pp. 384, euro 24): un volume a cura della Fondazione La Pira corredato da saggi di Alfonso Alfonsi, Renato Moro, Giulio Conticelli, Augusto D’Angelo e Massimo De Giuseppe. Insomma, a prescindere dalla sproporzione - diciannove missive di Moro, ottantacinque di La Pira - una nuova fonte testimonia di un legame fondato su più elementi condivisi - gli studi giuridici e l’insegnamento, la militanza nell’associazionismo cattolico e l’esperienza della Costituente (montiniano 'di prima generazione' il professore di Pozzallo, e 'di seconda' lo statista di Maglie), sino all’impegno politico a tutto tondo: per lo più convergente, pur caratterizzato da differenti incarichi, approcci, sensibilità, in un’Italia sottoposta a rapidi mutamenti e presto aperta sul vasto orizzonte internazionale. Senza dimenticare che parole ricorrenti come 'libertà', 'democrazia', 'pace', 'civiltà', 'diritti', 'valori', 'responsabilità', 'dialogo', 'umanesimo' sono qui spesso accompagnate dagli aggettivi 'cristiano', 'spirituale' e 'religioso' indicando un’immagine della politica concepita come 'missione' a cui non è estranea, specie per La Pira, la Provvidenza («questa 'inevitabile' volontà di Dio nella storia degli uomini», la definisce il 14 maggio ’63). Così, lo scambio epistolare, che s’avvia qui nel ’52 (ma il loro primo incontro avvenne alla Fuci nel ’37 e l’inizio della corrispondenza risalirebbe al ’46), e che si conclude nel ’77, attraversa un quarto di secolo di vita della Repubblica facendo emergere la ricchezza di due itinerari. Con Moro parlamentare già nel ’48; segretario della Dc nel ’59 grazie ai dorotei con i dubbi di La Pira («...e se lo 'spazio vuoto' che vogliono fare occupare da te, fosse diventato vuoto per effetto di cose non pulite e compiute nelle 'tenebre'? E se queste operazioni [...], fossero state sgradite oltre che agli occhi degli uomini anche agli occhi di Dio?», così gli scrive il 13 marzo ’59); e poi ministro e cinque volte presidente del Consiglio. Con La Pira, già sottosegretario al ministero del Lavoro a guida Fanfani durante la prima Legislatura, sindaco di Firenze per tre mandati, presidente della Federazione mondiale delle 'Città Gemellate' (poi 'Città Unite'). Recuperato ancora per il suo alto profilo nelle politiche del ’76, venendo eletto dopo una nuova scommessa: «Caro Presidente Moro. Queste elezioni politiche noi le abbiamo - proprio apportandole alla Costituzione - concepite come due grandi scelte: una internazionale, di pace e una interna, di libertà [...]. Bene: questa Costituzione va ora attuata - edificio da perfezionare! [...] Mettiamoci, quindi, al nuovo lavoro», scrive nel 13 giugno ’76.

Lungo l’arco cronologico coperto dall’asimmetrico dialogo fra i due, non poche e diverse le questioni teoriche e pratiche, italiane o internazionali, da subito toccate, risolte, o senza risposte (soprattutto di Moro), ma sempre nel segno di una stima reciproca. «Caro Moro, non so se vi siete resi conto delle dimensioni del problema della Pignone: si tratta di un punto fondamentale che tocca la radice stessa dei rapporti fra azienda e lavoratori. […]. Abbi la bontà di riflettere su quanto ti scrivo e di prendere le decisioni», scrive il 6 novembre ’53 La Pira, che fu sempre vicino ai bisogni dei più poveri quanto a casa, lavoro, istruzione, trasformando la vicenda in una questione nazionale poi risolta anche grazie a Enrico Mattei, presidente dell’Eni, che acquisì la Pignone.

Il 23 febbraio del 1967, La Pira scrive per l’ennesima volta sul caso dei visti da concedere a una delegazione nordvietnamita che sarebbe dovuta giungere in Italia in occasione della consegna di cassette di medicinali: «Caro Moro, perdonami se ritorno sul tema 'visti'. Pensa a quale effetto di speranza, per la pace, avrebbe questo gesto di simpatia da parte dell’Italia: metterebbe in movimento, in un certo senso, la situazione vietnamita che è tanto triste! Ti chiedo: può l’Italia starsene alla finestra? Assistere, senza fare nulla, a questo andare alla deriva della nave americana? Non vedi? Anche McNamara: è all’opposizione: i militari stanno sempre più prendendo in mano il timone di questa nave che va davvero alla deriva! Essere assenti? Ma il destino del mondo è unico: si fonda o ci si salva tutti insieme». Dieci giorni prima Moro gli aveva scritto: «Ho ben ricevuto le tue due lettere concernenti i visti a personalità del nord Vietnam […]. Sulla questione è stato esposto al Parlamento l’atteggiamento deciso dal Governo e non vi sono ragioni obiettive per modificarlo. Ciò non toglie che comprendo e apprezzo al suo giusto valore lo spirito che ti anima». Il tema Vietnam sarebbe stato ripreso negli anni anni successivi. Di notevole interesse la corrispondenza circa il riconoscimento della Cina popolare e la situazione mediorientale, in una fiducia condivisa verso un multilateralismo teso a nuovi equilibri. Vi insistono in modi e tempi diversi, soprattutto fra il ’68 e il ’72, quando Moro è «il nocchiere per i 'porti esteri'», cioè alla guida della Farnesina. «Caro La Pira - scrive il 12 ottobre 1970 -. Spero anch’io che la nostra navigazione, come tu con felice immagine la definisci, verso lo stabilimento di rapporti diplomatici col governo di Pechino proceda spedita; la buona volontà da parte mia e nostra non manca di sicuro. I contatti continuano [...]. Non dubito che, con l’aiuto del Signore, le difficoltà che ancora si frappongono verranno superate». Nella stessa lettera, parlando di Medio Oriente continuava: «L’Italia, come sai, è particolarmente interessata alla pace nel settore, nell’ambito di una sistemazione che tenga conto di un armonico equilibrio di forze nel Mediterraneo», indicando poi motori della sua politica estera l’«universalità dell’Onu» e la «ricerca di una composizione di tensioni e conflitti». Il riferimento è alla risoluzione votata dal Consiglio di sicurezza il 22 novembre’ 67 dopo la guerra dei sei giorni (riassunta nelle formule «pace in cambio di territori» o «territori in cambio di pace», giudicata negativamente però dall’Olp perché ignorava la questione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese).

«Caro Moro, grazie per la tua lettera: ieri (a Roma) ne ho parlato con i cinesi: erano molto contenti!», rispondeva La Pira il 17 successivo in una missiva torrenziale dove lo informava sulla tesi sostenuta con loro («questa età nostra […] è l’età della inevitabile unità di tutti gli Stati e di tutti i popoli »), sul riconoscimento tributato alla Cina nella comunità internazionale (per cui «nessun conflitto, in tutti i continenti, può essere validamente risolto senza di essa, in Asia specialmente»), sulla conseguenza di tale riconoscimento da parte italiana («permetterà alla Cina di scoprire il più potente 'punto di archimede' del mondo: la Sede apostolica! A questo 'tende' la storia: a stabilire un rapporto di fondo fra Pietro e la nazione cinese e la storia cinese!»), ecc. Parallelamente all’impegno lapiriano per la pace, il carteggio, oltre che lungo le direttrici accennate, può leggersi per seguire l’impegno di Moro, fra le resistenze, nell’allargamento della base democratica del Paese occidentale con il Partito Comunista più importante, dalla fine degli anni ’50. E come i saggi di Renato Moro e Giulio Conticelli aiutano a leggere questo carteggio recuperando tratti del lavoro di Moro e La Pira nell’associazionismo e nella Costituente, così quelli di Augusto D’Angelo e Massimo De Giuseppe consentono di capire, nell’esame del primo, gli atteggiamenti dei due alla nascita del centro-sinistra e fino al referendum sul divorzio; nell’analisi del secondo, le convergenze e dissonanze tra i due in tema di politica estera e disarmo, specie quando tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, La Pira, non più sindaco, operò quale presidente della Federazione delle Città Unite. In ogni caso temi interconnessi o complementari, segnati da atteggiamenti di apertura costante, di slanci all’azione, ancorati a quella concretezza sostanziale di intenti rilevata da Alfonso Alfonsi nel saggio introduttivo (anche se non sempre evidente).

Il carteggio si conclude il 6 aprile ’77: La Pira riferendosi al terrorismo che in quel periodo scuote il Paese, si associa all’amico nel «fermo dissenso da ogni forma di violenza», nella consapevolezza di dover «in ogni modo garantire ai giovani, in particolare, condizioni di piena giustizia, di lavoro sicuro» salvaguardando «ogni espressione piena di pluralismo politico, culturale e civile». Pochi mesi ci sarà l’addio del professore e l’anno seguente il delitto Moro. Nella cornice di un’Italia che non sarebbe più stata la stessa.

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