mercoledì 6 maggio 2015
Il testo che qui pubblichiamo del sociologo francese Edgar Morin, una delle figure più prestigiose della cultura contemporanea, è tratto dal volume «Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione» (pagine 120, euro 11) che esce oggi in libreria per i tipi di Raffaello Cortina editore. Sulle tracce dei libri «La testa ben fatta» e «I sette saperi necessari all’educazione del futuro», anch’essi editi da Cortina (2000 e 2001), Morin auspica una riforma profonda dell’educazione. Questo nuovo libro non si limita a ricapitolare le idee dei precedenti ma sviluppa tutto ciò che significa insegnare a vivere nel nostro tempo, che è anche quello di Internet, e nella nostra civiltà planetaria, nella quale ci sentiamo così spesso disarmati e strumentalizzati.La questione della verità, che è la questione dell’errore, mi ha tormentato in modo particolare fin dagli inizi dell’adolescenza. Io non ereditavo una cultura trasmessa dalla mia famiglia. Quindi per me le idee opposte avevano, ciascuna, qualche cosa di convincente. Bisogna riformare o rivoluzionare la società? La riforma mi sembrava più pacifica e umana ma insufficiente, la rivoluzione più radicalmente trasformatrice ma pericolosa. All’inizio della guerra mi sembrava di essere totalmente immunizzato nei confronti dell’Unione sovietica, cioè del comunismo staliniano. Orbene, a partire dalla controffensiva che libera Mosca dall’accerchiamento e a partire simultaneamente dall’entrata in guerra del Giappone e degli Stati Uniti (dicembre 1941) che mondializza la guerra, si delinea un lavoro di conversione della mia mente: l’arretratezza ereditata dallo zarismo (Georges Friedmann) e l’accerchiamento capitalista giustificheranno per me le carenze e i vizi dell’Urss. Una volta spezzato 1’accerchiamento capitalista, dopo la vittoria dei popoli sarebbe fiorita una cultura fraterna, veramente comunista. Ciò che avevo appreso da Trockij, Souvarine e da tanti altri fu allora rimosso nei sottosuoli della mia mente. Una speranza infinita quasi cosmica spazzava via ogni reticenza. Il disincanto comincia con il rigelo sovietico. Una successione di menzogne enormi e infami mi demoralizza fino a quello che fu per me lo choc finale: il processo Rajk a Budapest nel settembre 1949. Infine subisco un’esclusione che taglia il cordone ombelicale e mi libera (1951). Qualche anno più tardi mi dedico a un lavoro autocritico, pubblicato nel 1959, per comprendere le cause e i meccanismi dei miei errori, dovuti meno alle mie ignoranze che al mio sistema di interpretazione e di giustificazione, dove avevo rimosso come secondari, provvisori ed epifenomenici i vizi che costituivano la natura stessa del sistema staliniano. Credo di essermi sbarazzato per sempre dei pensieri unilaterali, della logica binaria che ignora contraddizioni e complessità. Ho scoperto allora che l’errore può essere fecondo a condizione di riconoscerlo, di chiarirne l’origine e la causa al fine di eliminarne il ritorno. Il lavoro liberatore dell’autocritica da me effettuato ha voluto andare alla fonte. Ho compreso che una fonte di errori e di illusioni è l’occultare i fatti che ci disturbano, anestetizzarli ed eliminarli dalla nostra mente. Ho compreso a qual punto le nostre certezze e credenze possano ingannarci, ho imparato a riflettere retrospettivamente su tutti gli accecamenti che hanno condotto la Francia alla guerra del 1939 senza saperla preparare, su tutti gli errori e su tutte le illusioni del nostro Stato maggiore nel 1940, su tutte le aberrazioni e su tutti i miraggi che sono seguiti. E pensando alla marcia sonnambula di una nazione dal 1933 al 1940 verso il disastro, io temo il nuovo sonnambulismo apparso nella nostra crisi, che non è solo economica, non è solo di civiltà, ma anche di pensiero. Mi domando se le angosce, gli smarrimenti, gli sconforti che aumentano nel nostro tempo non producano le fobie e gli accecamenti del rifiuto e dell’odio: «Svegli, dormono», diceva Eraclito. La mia ossessione della 'vera' conoscenza mi portò a scoprire nel 1969-1970, grazie a un soggiorno in California, la problematica della complessità. In effetti, la nozione di complessità ha chiarito retrospettivamente il mio modo di pensare, che già legava conoscenze disperse, già affrontava le contraddizioni piuttosto che evitarle, già si sforzava di superare alternative giudicate insuperabili. Questo modo di pensare non era scomparso, benché sotterraneo, durante la mia euforia da comunista di guerra. Ormai, a costituire il problema da affrontare non sono solo gli errori di fatto (d’ignoranza), di pensiero (dogmatismo), ma l’errore di un pensiero parziale, l’errore del pensiero binario che vede solo o/o, incapace di combinare e/e, nonché, più profondamente, l’errore del pensiero riduttore e del pensiero disgiuntivo ciechi a ogni complessità. La parola metodo mi è apparsa come indicazione che si dovesse camminare a lungo e con difficoltà per arrivare a concepire gli strumenti di un pensiero che sia pertinente perché complesso. E cammin facendo, ho acquisito la convinzione che la nostra educazione, per quanto dia strumenti per vivere in società (leggere, scrivere, far di conto), per quanto dia gli elementi (sfortunatamente separati) di una cultura generale (scienze della natura, scienze umane, letteratura, arti), per quanto si dedichi a preparare o a fornire un’educazione professionale, soffre di una carenza enorme per quanto concerne un bisogno primario del vivere: ingannarsi e cadere nell’illusione il meno possibile, riconoscere fonti e cause dei nostri errori e delle nostre illusioni, cercare in ogni occasione la conoscenza più pertinente possibile. Da qui una primaria ed essenziale necessità: insegnare a conoscere la conoscenza, che è sempre traduzione e ricostruzione. Questo è dire che io pretenda di fornire la verità? Fornisco mezzi per lottare contro l’illusione, l’errore, la parzialità. Le teorie scientifiche, come ha mostrato Popper, non forniscono alcuna verità assoluta e definitiva, ma progrediscono superando degli errori. Fornisco non una ricetta, ma mezzi per svegliare e stimolare le menti alla lotta contro errore, illusione, parzialità e in particolare quelli propri della nostra epoca di erranza, di dinamismi incontrollati e accelerati, di offuscamento del futuro, errori e illusioni che nell’attuale crisi dell’umanità e delle società sono pericolosi e forse mortali. L’errore e l’illusione dipendono dalla natura stessa della nostra conoscenza, e vivere è affrontare continuamente il rischio di errore e di illusione nella scelta di una decisione, di un’amicizia, di un habitat, di un coniuge, di un mestiere, di una terapia, di un candidato alle elezioni, eccetera. Il pensiero complesso insegna a essere coscienti che ogni decisione e ogni scelta costituiscono una scommessa. Spesso un’azione è deviata rispetto al suo senso quando entra in un ambiente di inter-retroazioni multiple, e può ritornare a fracassare la testa al suo autore. Quante sconfitte e quanti disastri sono stati provocati dalla certezza temeraria della vittoria! Quanti funesti capovolgimenti dopo un’ubriacatura di libertà, come piazza Tahrir e piazza Maidan! Una statua di Lenin tolta dal piedistallo in Georgia dopo il crollo del Muro. COMPLESSITÀ. Edgar Morin
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